lunedì 25 giugno 2018

#ilSalotto - "Vi racconto la mia Rosalia, patriota senza padroni"


La ragazza di Marsiglia 
di Maria Attanasio 
Sellerio, 2018

pp. 400

€ 15 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

Al cimitero del Verano di Roma c’è un loculo sulla cui lapide è scritto: “esempio alle donne italiane di maschie virtù patriottiche e gentili virtù domestiche”. Se le gentili virtù domestiche non stupiscono sulla tomba di una donna morta nel 1904, lo stesso non si può dire delle maschie virtù patriottiche. Dentro quel loculo ci sono i resti di una donna che ha voluto essere seppellita con la camicia rossa dei garibaldini, dell’unica donna che partì da Quarto per la spedizione dei Mille (ma in realtà non l’unica donna che partecipò all’impresa: tra le altre c’erano anche Antonia Masaniello e Jessie White). La donna in questione è Rosalia Montmasson, originaria della Savoia e seconda moglie di Francesco Crispi. 
Sono pochissimi gli scritti su Rosalia Montmasson, l’unica monografia italiana su di lei è Una donna tra i Mille di Renato Composto, pubblicato nel 1989; altre informazioni si trovano nella biografia di Francesco Crispi a cura di Christopher Duggan (Creare la nazione. Vita di Francesco Crispi, del 2000). Da questi scritti, e dalle notizie biografiche trovate online e negli archivi, è partita Maria Attanasio, che di Rosalia Montmasson ha fatto un personaggio letterario, la protagonista del suo ultimo libro La ragazza di Marsiglia. Un libro particolare, perché è un romanzo storico che ha molto del saggio, con un’accurata appendice finale in cui si ricostruiscono le fonti, la bibliografia e le curiosità alla base del lavoro dell’autrice.

"L’eredità delle dee" di Kateřina Tučková: storia di una moderna persecuzione delle streghe

L’eredità delle dee 
di Kateřina Tučková
Keller Editore, 2017

Traduzione di Laura Angeloni

pp. 416
€18,50 (cartaceo)



Le belle illustrazioni de L’eredità delle dee di Kateřina Tučková, nell’edizione molto curata di Keller, insieme alla parola eredità evocano una pratica tipicamente stregonesca: tramandare la conoscenza delle erbe e delle loro proprietà è un’antica tradizione femminile, una osteggiata, per la quale molte donne furono perseguitate. E la protagonista del romanzo, Dora, è l’ultima discendente di una stirpe di dee: guaritrici, maliarde e veggenti dei paesi abbarbicati sui Carpazi Bianchi, che usavano le proprie conoscenze per fare del bene, ma anche per arrecare dolore. 
Le intuizioni del lettore abituato alle storie sulle streghe, tuttavia, finiscono qui: quando si crede di aver inquadrato il romanzo in un genere, ecco che quello ci sfugge; L’eredità delle dee abbraccia il periodo storico compreso tra l’avvento dei nazisti e la caduta del regime comunista nella Repubblica Ceca; i suoi solidi riferimenti a eventi del secolo scorso fanno pensare che si tratti di un romanzo storico, ma poi ci si imbatte in documenti riportati per intero frutto della fantasia dell’autrice e così si capisce che qui verità e fiction si fondono insieme a soluzioni e atmosfere che molto hanno in comune col thriller. Se proprio si vuole definire il libro, userei il termine quest, un tòpos molto antico che ha sempre buone possibilità di tenere il lettore incollato alla pagina. A Dora, infatti, spetta il compito di ricostruire, con gli strumenti dell’etnografia, l’albero genealogico delle dee, di scoprire il loro destino e, insieme a quello, anche il suo; indaga tra documenti resi accessibili dalla caduta del muro di Berlino e i frequenti ritorni alla casa in mezzo al bosco, dove ascolta i racconti delle donne della sua infanzia, testimoni delle sinistre vicende della sua famiglia.

domenica 24 giugno 2018

#CritiComics - Tra le macerie di Kobane: il diario di viaggio di Zerocalcare

Kobane Calling
di Zerocalcare

Bao Publishing, 2016
pp. 262 
€ 20,00



Due viaggi, a distanza di un anno l'uno dall'altro, in terre di conflitto – la Siria, la Turchia e l'Iraq – dove il popolo curdo cerca di fondare una società basata sull'uguaglianza e la giustizia, combattendo ora contro l'Isis, ora invece contro i più subdoli attacchi mossi dal governo turco. Kobane Calling, a metà tra il reportage e la cronaca di un'avventura, racconta l'esperienza dell'autore e il suo progressivo avvicinamento alla causa siriana.
Grazie al suo tratto deciso, al gusto per l'iperbole, agli interlocutori immaginari che continuamente problematizzano e mettono in discussione le sue asserzioni (l'immancabile armadillo, il mammut ritrovato a Rebibbia, il fantomatico George Pig, “fratello petulante della più nota Peppa”), il disegnatore riesce a rendere accessibile la complessità di una situazione molto difficile da comprendere in tutte le sue variabili (scusandosi a più riprese per tutti i politologi, i sociologi e gli esperti di geopolitica che possono essersi suicidati durante la lettura delle sue sintesi lapidarie). 
Pur non ambendo a essere esaustivo nella presentazione del conflitto e delle parti in causa, Zerocalcare è abile nel far emergere i moventi economici che aleggiano sulla guerra, nella forma degli scheletri preistorici degli estrattori di petrolio abbandonati (per ora) nel deserto. È molto chiaro anche nel sottolineare i limiti e la parzialità della sua ricerca, che sono però anche una garanzia di onestà intellettuale:
DISCLAIMER [...]. Questo è un diario di viaggio, no un trattato di sociologia. Noi abbiamo beccato questo che era UN turcomanno stronzo. Che non vuol dire che tutti i turcomanni so' stronzi, ci sono quelli che hanno sostenuto Isis, quelli che sono morti combattendolo, e quelli che si sono fatti gli affari loro. Le generalizzazioni e gli schieramenti su base etnica so' tutte cazzate bone per i talkshow strilloni. Stop. (p. 179)

sabato 23 giugno 2018

CriticARTe - TORBJØRN RØDLAND: The touch that made you - Fondazione Prada Osservatorio

Torbjørn Rødland - Comb Over, 2015-2016 
“TORBJØRN RØDLAND: The touch that made you”

presso Fondazione Prada Osservatorio fino al 20 Agosto 2018

Lo scorso autunno, in occasione di Frieze Art Fair, la Serpentine Sackler Gallery di Londra, ha ospitato la prima tappa della mostra “Torbjørn Rødland: The Touch That Made You” dell’artista norvegese, che atterra alla Fondazione Prada, all’interno degli spazi di Osservatorio, in Galleria Vittorio Emanuele II, Milano. A cura di Hans Ulrich Obrist e Amira Gad la mostra, che riunisce una selezione di più di 40 opere fotografiche e 3 video realizzati tra il 1999 e il 2016, è visitabile fino al 20 agosto 2018.
Le immagini di Rødland sono moderne e formali, dal gusto pulito, immediato, potrebbero essere avvicinate allo stile commerciale e della moda, se non fosse per la forte poetica espressa, il messaggio concettuale ed a tratti estraniante. 

venerdì 22 giugno 2018

Io, Agrippina - La vita di una grande donna del passato, la Storia di un impero antico

Io, Agrippina
di Andrea Carandini
Laterza (collana i Robinson/Letture), 2018

pp. 312
€ 20 (cartaceo)
€ 11,99 (e-book)


Io, Giulia Agrippina Augusta, oggi 6 novembre del 55 giorno del mio quarantesimo natale, ho deciso: per il ruolo che ho svolto nella famiglia Giulia, per rispondere alle insinuazioni di palazzo trapelata in città e per difendere l'operato della mia famiglia scrivo le gesta delle due Agrippine - fatto senza precedenti - cioè di mia madre e mie, che abbiamo tratto il nome dal nonno M. Vipsanio Agrippa (p. 3).
Comincia con queste parole la bellissima biografia romanzata che Andrea Carandini, professore emerito di Archeologia e Storia dell'arte greca e romana presso l'Università di Roma La Sapienza, ha dedicato ad una delle donne più famose e controverse dell'antico mondo romano: Agrippina minore (chiamata così per distinguerla dalla madre), moglie dell'imperatore Claudio e madre di Nerone.
Nonostante sull'affascinante mondo dei sovrani dell'antica Roma siano stati davvero versati fiumi di inchiostro, in Io, Agrippina (Laterza, 2018) il professor Carandini narra con un'abilità fuori dal comune le gesta di uomini e donne le cui vite possiedono spesso i caratteri di quelle di semi divinità.
Intuita la fine, Augusto ha sussurrato a Livia: "Addio, ricorda la nostra unione..." [...]. Ai pochi amici seduti intorno al letto il principe ha detto: "Ho ricevuto Roma di terra e la lascio di marmo". Infine, con uno sguardo quasi lieto, ha concluso: "Se ho recitato bene, applauditemi...", e mentre gli amici battevano le mani - Livia immobile, in un angolo - il padrone del mondo è spirato (p. 20).

Invidie e vecchi rancori travestiti di formalità e di folklore: un nuovo caso per Penelope Poirot

Penelope Poirot e l'ora blu
di Becky Sharp
Marcos y Marcos, 2018

pp. 304
€ 18 (cartaceo)

«Mi creda, miss Poirot: il colpevole non resterà impunito! Mio marito era un individuo ripugnante, ma era mio!» (p. 156). 
Non c'è estate senza Penelope Poirot: potrebbe diventare un simpatico vizio, quello di salutare il solstizio con un nuovo caso per l'estrosa, permalosa e snob parente di quel Poirot. Proprio ieri infatti è uscito il terzo romanzo di Becky Sharp, pari in acume e divertimento al primo Penelope Poirot fa la cosa giusta e al secondo Penelope Poirot e il male inglese
L'idea di Becky Sharp è decisamente efficace e, al tempo stesso, rassicurante perché gioca con la tradizione del giallo: un'investigatrice improvvisata, che si trova coinvolta suo malgrado in un omicidio perché conosce la vittima; un luogo chiuso, di solito una villa lussuosa ma al tempo stesso decadente, dove i sospetti rimbalzano tra le pareti di un passato torbido; una segretaria un po' goffa e smagata che in realtà spesso fa il Watson della situazione. A questi elementi, bisogna sempre aggiungere però la marca fondamentale dei romanzi di Becky Sharp: l'ironia, graffiante, acuta, divertita, travestita da humour inglese, coerente con le origini dell'ipercritica e irresistibile Penelope, che non lesina perle di saggezza tutte sue («Una riflessione astemia partorisce aforismi esangui! Prenda nota», p. 51):
«Io voglio attraversare la vita e da essa farmi attraversare: sarò un buon setaccio, ne sono certa. Ma ho bisogno di stimoli: gocce di rugiada capaci di ridestare le mie esangui sinapsi» (p. 15).  

giovedì 21 giugno 2018

#CriticaNera - Matteo Severgnini, "La donna della luna"

La donna della luna
di Matteo Severgnini
Meridiano Zero, 2018

pp. 240
€ 16


C’è un nuovo sceriffo in città: anzi, in libreria.

La donna della luna, romanzo d’esordio di Matteo Severgnini, segna la comparsa di Marco Tobia, ex poliziotto ora investigatore privato. Personaggio singolare, solitario e piuttosto scontroso, Tobia viene incaricato di indagare su uno strano suicidio avvenuto tempo addietro; l’indagine, articolata e complessa, porta alla scoperta di fatti che compongono le numerose sfaccettature di una realtà fattuale ben diversa da quella che appare a un primo sguardo e che Tobia dovrà pazientemente ricostruire.
Al di là della trama in sé, di cui come di consueto nulla verrà svelato in questa recensione, diversi sono gli elementi che rendono questo noir interessante e degno di nota.

Quattro madri: la forza incorruttibile e senza fine delle donne

Quattro madri
di Shifra Horn
Fazi, 2018

Traduzione di Sarah Kaminski

pp. 370
€ 17,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

La femminilità ha un ruolo fondante nella storia d’Israele. Pensiamo alle quattro matriarche Sara, Rebecca, Rachele e Lea (non semplici miti biblici ma veri pilastri della storia) e alla bellezza leggendaria di Sara, la sua sterilità giovanile e l'improvvisa fecondità in vecchiaia, all'audacia di Rachele futura madre degli ebrei in esilio contrapposta alla riservatezza di Lea madre degli ebrei in Terra Santa e infine a Rebecca, protagonista del primo matrimonio ebraico: tutte insieme compongono il volto femminile che traccia l'idea di donna, di madre e di coppia propria del mondo ebraico.

mercoledì 20 giugno 2018

«La mia pelle racconta la storia che il governo ha scelto per me»

Ink
di Alice Broadway
Rizzoli, 2018

Traduzione di Chiara Codecà

pp. 384
€ 18 (cartonato)
€ 0,99 (ebook)


Le persone sanno che le loro vite non hanno nessun valore se le loro storie finiscono nella tomba insieme a loro. (p. 68)

A Saintstone il governo ha trovato un metodo infallibile per scoraggiare le persone dal commettere crimini: tatuare sulla pelle di ognuno gli atti salienti della sua vita, le scelte positive e quelle negative, dai componenti familiari alla professione, dagli eventi tragici ai traguardi o alle sconfitte. Insomma, mettere nero su pelle la propria vita, per rendersi facilmente leggibili dagli altri. Periodicamente, i cittadini sfilano davanti alla macchina della verità, vengono interrogati sul loro operato e la paura cresce: il rischio di essere marchiati con il tanto temuto corvo dei "dimenticati" fa tremare chiunque passi di lì. Infatti, chi porta sulla pelle il corvo non può sperare di condividere la sorte degli altri morti, la cui pelle viene scuoiata, conciata e trasformata in un libro di memorie che i successori serberanno con cura e amore. I "dimenticati" verranno invece dati alle fiamme, perché non passeranno indenni al rito della pesatura dell'anima, un evento cruciale che in tribunale decide se il trapassato è degno di essere ricordato o no. Veri nemici dello stato sono i cosiddetti "intonsi", una comunità che in passato ha preferito distaccarsi da Saintstone piuttosto che piegarsi alle regole; non hanno tatuaggi sul corpo e dunque sono degli irregolari, considerati pericolosi perché illeggibili. Tante leggende sono state scritte su di loro, a cominciare dalla storia della temibile Strega Bianca, che ha messo paura a tanti bambini di Saintstone. Alcuni intonsi, poi, sono stati chiusi nelle teche del museo con tutta la loro pelle non marchiata in bella vista: ennesimo monito per gli abitanti di Saintstone. 

La notte eterna di Elie Wiesel

La notte
di Elie Wiesel
La Giuntina, 1980

pp. 112  
€ 10,00 cartaceo
€ 6.99 ebook 

Titolo originale: La nuit (1958)

Prefazione di François Mauriac
Traduzione di Daniel Vogelmann


La notte di Elie Wiesel è un romanzo pieno di profeti: Moshé lo Shammàsh, l'inserviente, scampato alla morte per trasmettere il suo messaggio, privato della gioia e del canto, che preannuncia la tragedia a venire, inascoltato come Cassandra, come lei considerato matto. E la vedova Schächter, che pazza lo è diventata sul serio e vede anzitempo i fuochi divampare nella notte buia. Gli altri, gli ebrei di Sighet, invece, ciechi e sordi a ogni segnale, permangono ostinati e ottusi nella loro condizione di ignoranza, nutriti di illusioni autocostruite e continuamente alimentate, rifiutandosi di guardare in faccia la realtà. Stipati prima nei ghetti e poi nei carri bestiame, continuano a sperare, tanto che persino l'arrivo ad Auschwitz per un attimo sembra loro un miraggio di soluzione:
Ancora qualche giorno e ci saremmo messi a urlare anche noi.
Ma si arrivò in una stazione. Chi si trovava vicino alle finestre ce ne disse il nome:
-Auschwitz.
Nessuno l'aveva mai sentito dire. [...] Due uomini potevano scendere per cercare dell'acqua. Quando tornarono, raccontarono che avevano potuto sapere [...] che era la stazione d'arrivo. Ci avrebbero fatti scendere. Lì c'era un campo di lavoro. Buone condizioni. Le famiglie non sarebbero state divise. Soltanto i giovani sarebbero andati a lavorare nelle fabbriche. I vecchi e i malati sarebbero stati impiegati nei campi. Il barometro della fiducia fece un balzo. Era l'improvvisa liberazione da tutti i terrori delle notti precedenti. Si rese grazie a Dio.

martedì 19 giugno 2018

#IlSalotto - «L’infanzia, la famiglia e l’ambiente sociale sono importantissimi per capire l’evoluzione di una persona-personaggio»: intervista a Cinzia Tani



Abbiamo raggiunto Cinzia Tani per parlare assieme a lei di "Figli del segreto", il primo romanzo di una trilogia, edito da Mondadori, che tratta anche ma non soltanto della casata degli Asburgo e, in un certo qual modo, dei destini dell'Europa. Si è trattato di una chiacchierata molto interessante dove abbiamo compreso meglio il concetto di "passione per le grandi famiglie" e "amore per la narrativa e i grandi personaggi femminili": buona lettura! 

***

Partiamo con una domanda generale per poi addentrarci nel “particulare” (per usare le parole di Guinizzelli) del tuo nuovo romanzo: da dove scaturisce questa grande, grandissima passione per la Storia (non nuova anche nella tua produzione da autrice) e, in particolare, per la storia degli Asburgo e delle vicende italiane ed europee del Sedicesimo secolo?
La passione per la storia l’ho scoperta quando ho scritto il mio primo romanzo storico: L’insonne. Era ambientato nella Berlino del nazismo, poi dell’arrivo dei Russi, nell’Italia degli anni ’50 e infine a Parigi. In quell’occasione ho fatto moltissimi sopralluoghi e ho letto decine e decine di libri sui primi anni del Novecento, in particolare sugli esperimenti dei medici nazisti. Mi sono immersa nella Storia come non avevo mai fatto a scuola dove tante date e nomi di battaglie mi annoiavano e basta. Da allora tutti i miei romanzi sono stati “storici”: la guerra civile spagnola, la rivoluzione messicana, Federico II ecc. Ho scoperto di amare la storia più di ogni altra cosa e ogni libro mi consente di approfondire un periodo che conosco poco.

La libertà di pensiero e le suggestioni dalla strada: "La mia America" di Gillo Dorfles



La mia america di Gillo Dorfles
a cura di Luigi Sansone
Ed. Skira, 2018


pp. 304
formato 14x21 cm
€ 25


Presentato presso la Triennale di Milano lo scorso aprile, a un mese di distanza dalla scomparsa dell’autore - critico, artista, filosofo italiano, uomo poliedrico, patrimonio nazionale di stile e pensiero - La mia America è stato lavorato fino alla fine della sua longeva esistenza. Durante la serata sono stati celebrati insieme all’uscita del libro i 108 anni di Dorfles, che fu tra i primi critici d’arte a recarsi nell’America del dopoguerra, intessendo rapporti di scambio intellettuale con figure di spicco come Munro, Greenberg, Barr, Kepes, Wright, Kahn, Kiesler. Luigi Sansone, critico d’arte e curatore di mostre nazionali ed internazionali, ha curato con dovizia di particolari la raccolta di testi e articoli che Gillo Dorfles aveva scritto in occasione dei suoi viaggi, pubblicando su numerose testate di settore, le osservazioni prodotte in campo dell’architettura, arte e filosofia. 
“Io non auspico un abbandono dell'armonia perché ritengo chiusa la grande avventura del pensiero artistico rinascimentale, ma postulo una miglior comprensione da parte dell'Umanità occidentale di molte forme d'arte odierna che sono accettabili a chi le osservi con un'ottica diversa.”

lunedì 18 giugno 2018

Ripley Bogle: storia di un bugiardo vagabondo

Ripley Bogle
di Robert McLiam Wilson
Fazi, 2018

Traduzione di Enrico Palandri

pp. 384
€ 18 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

Sono molto più che un semplice barbone: sono un claustrofobico, un eremita, un profeta, un perdente, un nonnulla. Cristo, sono un simbolo dell’epoca. Gran cosa, mi sta bene.
Un tempo ho anche avuto dei successi. Ero saggio, danaroso e ricercato. Ora sono nulla. Nessuno mi conosce ed esisto appena. Così muore la carne, ossia mi dissolvo anch’io nella realtà. L’uomo dell’altro ieri. (Pag. 19)
Ci sono così tante cose in questo romanzo d’esordio di McLiam Wilson, autore dell’acclamato Eureka Street, che è davvero difficile decidere da quale punto partire, quale chiave di lettura scegliere, analizzare, raccontare. C’è, fortissimo, il dato autobiografico, su cui chi mi legge e conosce ormai sa che cerco sempre di non soffermarmi più del dovuto nella lettura di un testo, ma che in questo caso è impossibile evitare del tutto. C’è la prosa lirica, struggente, diretta e intensa di un autore che ho amato tantissimo con il romanzo precedentemente pubblicato sempre da Fazi e il rimando non celato a Joyce e Dickens, solo per citare le influenze più evidenti. C’è lo stupore di fronte ad un esordio in cui sono riconoscibili sensibilità e talento non comuni. C’è l’inganno, il gioco con il lettore, il legame di empatia che si crea tra noi e il protagonista di questa storia, Ripley Bogle, antieroe tragico, sbruffone, ironico, bugiardo, incantatore, sconfitto. C’è la gioventù, dolorosa, sconfitta. E poi c’è lei, l’Irlanda, che come un fantasma attraversa tutto il romanzo e ne è l’essenza, identità ingombrante, patria da cui fuggire.

Luce e ombra nell'Europa del Cinquecento: "Figli del segreto" di Cinzia Tani

Figli del segreto
di Cinzia Tani
Mondadori, 2018


pp. 390 
€ 20


Una grande storia, anzi saga famigliare del Cinquecento, in cui si muovono imperatori, sovrani, nobili, dame, cavalieri e popolani. Grosso modo così si potrebbe riassumere Figli del segreto di Cinzia Tani, volto noto della RAI e grande appassionata di Storia italiana e non. Già perché questo libro di Mondadori, che è il primo capitolo di una futura trilogia, è un ottimo esempio di romanzo che mescola il privato e il pubblico senza soluzione di continuità, laddove le vicende pubbliche di Carlo V, "colui che dominava su impero dove non tramontava mai il sole" si riflettono nelle scelte private dei suoi congiunti, famigliari e membri di corte. Cinzia Tani è brava a legare tutto, senza perdersi in scelte o particolarmente kitsch o particolarmente truculente, ma donando al lettore una storia ritmata come una serie televisiva e documentata come una puntata di Ulisse di Alberto Angela. 

domenica 17 giugno 2018

Pillole d'autore: Zanarella e Strinati, il silenzio è la poesia necessaria all'esistenza


L'esigenza del silenzio
di Michela Zanarella e Fabio Strinati
Le Mezzelane Casa Editrice, 2018

pp. 152
€ 14,90 


La silloge poetica di Michela Zanarella e Fabio Strinati, “L’esigenza del silenzio”, uscita a febbraio per Le Mezzelane, sembra presentare fin dal titolo una condizione ossimorica: proclama la necessità di ritrovare il valore e il senso del silenzio (in un mondo governato dal trambusto: A volte, mi sento come sequestrato/e a tratti/come ominoso trambusto/dentro questa minuscola vista di trincea, p. 22) e lo fa impegnandosi in una ricerca accurata di parole e suoni. Si tratta, in realtà, di una poesia da lettura endofasica: non è il rumore delle parole a declamarne il significato, ma il modo in cui esse echeggiano negli angoli della mente di chi legge a regalare riflessioni e permettere di compenetrarne il senso.

Il silenzio mi guarda e mi tocca
Ed io lo lascio entrare nella carne
Come fosse una semina nei campi
In pieno sole.

Frida Vestida. Abiti e accessori di Frida Kahlo


Frida Vestida. Abiti e accessori di Frida Kahlo
di Alessandra Galasso 
Ed. 24 ORE Cultura, 2018

Illustrazioni di Alessandra Scandella
Brossura con sopraccoperta.

pp. 160

Formato 19x24 cm
29,00 €


“Dress to impress” è un motto di origine anglosassone che ben identifica il concetto di stile, senza attribuire necessariamente all’abito una connotazione barocca; più semplicemente potremmo affermare che saper ritagliare un’immagine di sé nell’immaginario collettivo alimenta il ricordo della propria presenza ed essenza.
Affinché questa comunicazione possa risultare proficua, all’interno della moda sono stati identificati più codici, che nel corso dei secoli hanno delineato non solo il costume della società e le sue mutazioni, ma anche creato stereotipi e icone di stile, tra le quali spicca la figura di Frida Kahlo.

sabato 16 giugno 2018

#CriticARTe - Palazzo Citterio verso la Grande Brera

Palazzo Citterio verso la Grande Brera

a cura di Antonella Ranaldi, Paolo Savio, Annamaria Terafina

Editore: Skira, 2018
Collana: Architettura
Dimensioni: 21 x 21 cm
Pagg 120
€ 22,00 (brossura)



Situato nel cuore di Brera, cuore della memoria storico-artsitica di Milano, palazzo Citterio torna a risplendere in tutto il suo fascino, dopo un travaglio di circa 40 anni, periodo durante il quale si sono succedute diverse proposte di progetto per il restauro architettonico.
Il libro, Palazzo Citterio verso la Grande Brera, edito da Skira, segue il precedente dal titolo “Il caso Palazzo Citterio” (Skira, Milano 2014), mostrando con un’ampia sezione di immagini, il percorso di ricostruzione e rifunzionalizzazione, che ha sapientemente concluso questo “caso”, restituendo alla città un’ampio spazio di cui godere, la Pinacoteca nelle cui sale era esposta la famosa collezione di Emilio Jesi, è parte centrale del palazzo, candidato ideale di continuità spaziale con il palazzo di Brera, attraverso il giardino e l’ampio orto botanico.

Palazzo Citterio ha riaperto le porte al pubblico il 18 aprile 2018, in occasione del Salone del Mobile di Milano, con una conferenza di presentazione del libro e del progetto, durante la quale sono intervenuti Andrea Kerbaker, scrittore e direttore di “Tempo di Libri", Lorenzo Degli Esposti, architetto e autore di MCM. Milano capitale del moderno    , Carolina Di Biase, del Politecnico di Milano e Antonella Ranaldi, Soprintendente ABAP Milano. 

venerdì 15 giugno 2018

"Princesa e altre regine": tutte le donne di Fabrizio De André

Princesa e altre regine. 
Venti voci per le donne di Fabrizio De André
A cura di Concita De Gregorio
Giunti, 2018

pp. 320  
€ 20,00


Belle, indomite, sfacciate. Coraggiose, esuberanti, intraprendenti. Disinibite, innamorate, resilienti. Complesse, sfaccettate, straordinarie. Queste sono le “regine” di Fabrizio de André, da Marinella a Bocca di Rosa, da Fernanda a Maria. In questo volume declinato tutto al femminile, ideato e curato da Concita De Gregorio – autrice di una prefazione a tratti fin troppo ermetica –, venti donne ci raccontano di altre donne, in un'opera che è un omaggio alla musica, all'arte, alla letteratura
Le voci sono state scelte in base a un'affinità emotiva ed elettiva: 
Hanno tutte, mi pare, un tratto in comune con Fabrizio de André. La fragilità inossidabile. La pervicacia nel procedere in direzione ostinata e contraria. Una ferita. Una debolezza nascosta dal movimento ed esibita nella solitudine. (p. 11) 
Dunque non si tratta di "qualche occasionale superstar", ma di anime sorelle, di penne (o pennelli, o macchine fotografiche) in cui si può riconoscere una comune sensibilità. La ricerca di ognuna di loro segue un impulso intimo, l'ispirazione di un testo si affianca a una personale predisposizione: eros, libertà, paura, desiderio... il volume ha il fascino della letteratura combinatoria: non impone un ordine, non vincola alle regole della linearità, ma lascia il lettore libero di crearsi un proprio itinerario affettivo, tra canzoni più o meno note, parole da riassaporare, nuove ipotesi interpretative da avvalorare o confutare.

50 creature (mostruose) per noi, posson bastare?

Piccola enciclopedia dei mostri e delle creature fantastiche.
Storia illustrata dei 50 mostri che rendono questo mondo un posto spaventoso
di Orazio Labbate
illustrazioni di Marco Ugoni

24 ORE Cultura, 2016

pp. 123
€ 17,90


Chi non ha presente opere chiave della storia dell’arte occidentale come Il sonno della ragione genera mostri (1797) di Francisco Goya e L’incubo (1781) di Johan Heinrich Füssli? Chi non si è mai immedesimato nell’uomo che, seduto su una seggiola di fianco a un tavolo, accasciato in posa da dormiente, si cinge la testa tra le braccia come per ripararsi dall’attacco di una frotta di gufi e pipistrelli svolazzanti d’intorno, proiezione perfetta del suo inconscio? E chi non si è mai rivisto nella giovane figura femminile riversa sul proprio letto, vegliata dal ghigno di un demone e dallo sguardo cieco e furioso della famigerata “cavalla della notte” (questa l’etimologia del termine inglese nightmare)? Dotate di quel tanto di ambiguità che ancora oggi, a distanza di secoli dalla loro realizzazione, ci rendono incerti sul fatto che gli incubi possano fare il nido solo negli stati di incoscienza oppure vengano al mondo per eccesso di lucidità, sarà bene tenerle presenti entrambe prima di sfogliare la Piccola enciclopedia dei mostri di Orazio Labbate, volumetto che, grazie anche alle belle e dettagliate tavole in bianco e nero di Marco Ugoni, stila un elenco di tutte quelle creature che, dall’antichità ai giorni nostri, da Occidente a Oriente, tra saghe mitologiche e leggende metropolitane, hanno dato corpo alle angosce più profonde dell’essere umano.

giovedì 14 giugno 2018

«Le vittime non possono trasformarsi in carnefici, e se lo fanno, firmano una dichiarazione di guerra»

Il selvaggio
di Guillermo Arriaga
Bompiani, 2018

Traduzione di Bruno Arpaia
pp. 752
€ 22 (cartaceo)
€ 6,99 (ebook)


Vivo in un mondo di fantasmi, Chelo. Per favore non portarne di nuovi. Non ce la faccio più. (p. 120)
A Juan Guillermo non piacciono i Beatles, anche se tutti li ascoltano in Messico alla fine degli anni Sessanta: e come potrebbe amarli, lui che è nato all'insegna della morte e del sangue, e che con la morte e il sangue avrà drammaticamente a che fare fin dalla sua primissima adolescenza? Juan Guillermo ha convissuto nell'utero materno con il gemello morto per alcuni giorni, rischiando la sua stessa vita, e questo non è stato che l'inizio. L'infanzia, certo, quella è passata al meglio, con suo fratello maggiore Carlos e un pugno di amici fidati a saltare da un tetto all'altro. Il rischio sotto i loro piedi; ma anche la libertà a portata di un salto ben calibrato. Almeno fino a che Carlos viene assassinato da un gruppo di fanatici religiosi: la morte (particolarmente straziante) del fratello non è che il primo tassello di un domino macabro, che porterà in breve tempo alla morte dei genitori, della nonna e degli animali di casa. Juan Guillermo, completamente solo con il senso di colpa per aver in qualche modo tradito Carlos con la sua ingenuità, si trova nella casa di famiglia silenziosa e triste. Lui, adolescente, deve fare i conti con i propri fantasmi, o meglio con ricordi che al tempo stesso portano Juan Guillermo a idolatrare Carlos, tuttavia non certo immacolato, ma implicato in traffici di droga e in un allevamento abusivo di cincillà sui tetti. 

"Heidi": ti sorride Milano

Heidi
di Francesco Muzzopappa
2018, Fazi Editore

pp. 230
€ 15,00


Io non sono felicemente incasinata. Sono incasinata e basta. È da milioni di settimane che non riesco a sedermi dal parrucchiere per farmi dividere il cranio in sezioni e impacchettare le ciocche nella carta stagnola per dare al mio castano una luce in più. E se non ho tempo per i capelli, ne ho ancora meno per fare esercizio fisico. L'unica disciplina sportiva a cui mi dedico con costanza è masticare, soprattutto carboidrati. [...] Se sono stata progettata per espandermi nel cosmo è inutile oppormi. Cerco solo di non strafare.
Chiara lavora a Milano per una rete televisiva, la Videogramma, dove si occupa di casting. Dico solo "lavora" e non "vive" perché il tempo libero da dedicare ad altro che non siano le file di aspiranti talenti per reality e cooking show è veramente ridotto al nulla. La situazione peggiora quando il padre, ai suoi tempi celebre e feroce critico letterario, oggi malridotto per via della demenza senile, viene espulso dalla casa di riposo. Chiara è quindi costretta a portarselo a casa, a cercare qualcuno che la aiuti fino a che non trova una nuova sistemazione: inoltre deve produrre nuovi format trash per la sua rete televisiva che, incarnata nella laida figura dello Yeti, minaccia di licenziarla. Unendo a tutto questo il fatto che il badante del padre è un gran bel ragazzo e che il padre è fermamente convinto di vivere tra le Alpi e che lei sia Heidi, ci sono tutti gli elementi per una commedia dal retrogusto dolce amaro. Se i monti non ti sorridono, almeno Milano può strapparti una risata.

mercoledì 13 giugno 2018

"Matti per sempre" - Intervista a Gabriella Lanza e Daniela Sala (seconda e ultima parte)


Con la seconda parte dell’intervista a Maria Gabriella Lanza e Daniela Sala, autrici del web doc “Matti per sempre”, (https://mattipersempre.it) continua il nostro viaggio nel mondo della cura mentale oggi, a quarant’anni di distanza dalla Legge Basaglia che ha chiuso definitivamente i manicomi italiani. Qui trovate la prima parte dell'intervista.


- Uscita dal manicomio, la stragrande maggioranza dei malati non aveva gli strumenti per costruire una vita autonoma; ma, nella vostra ricerca, avete incontrato casi felici, uomini e donne che sono riusciti a trovare un proprio spazio nella società civile?

Nel nostro web doc abbiamo voluto raccontare anche le storie di chi è riuscito a rimettere insieme i pezzi della propria vita dopo la chiusura dei manicomi. Lido, che oggi ha più di 90 anni, ne ha passati 50 nel manicomio di Maggiano, vicino a Lucca.
Originario di un paesino delle campagne lucchesi, nel secondo dopoguerra è partito per il Canada, in cerca di fortuna. La difficoltà di vivere in un altro Paese, una lingua per lui incomprensibile, la solitudine e il clima estremamente rigido lo hanno profondamente segnato. Quando, dopo due anni, è ritornato in Italia, è stato internato a Maggiano. Lo psichiatra Enrico Marchi, alla fine degli anni ‘90, ha seguito il processo di definitiva chiusura del manicomio di Maggiano e insieme ad altri colleghi ha avuto un’intuizione: per gli ultimi internati rimasti non ci sarebbero state altre strutture, comunità terapeutiche o gruppi appartamento, come succedeva nel resto d’Italia, ma una famiglia in grado di accoglierli e restituirgli gradualmente una vita autonoma. Un vero e proprio affido familiare. È così che nel 1997 Lido è stato adottato da Enrica e Giuliano, che hanno tre figli. Da allora vive con loro ed è diventato un amico, uno zio, un padre e un nonno per tutta la loro famiglia.

#CriticaNera - Il fuoco che brucia l'estate: "Stagione di cenere", di Pasquale Ruju

Stagione di cenere
di Pasquale Ruju
Edizioni e/o, 2018

pp. 240
€ 16 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)



L'autostrada A10 Genova-Ventimiglia corre addossata alle montagne, quasi appesa per aria. In Liguria manca lo spazio e così ce lo siamo dovuti inventare. Chilometri e chilometri di viadotti che, per lo meno, regalano a chi viaggia un paesaggio mozzafiato. Lato mare. Già, perché lato monte lo spettacolo che si sussegue è quello di una teoria di boschi bruciati, talmente radicati ormai nella memoria di chi in quelle zone ci è nato e cresciuto, da non destare attenzione. I fianchi brulli, spelacchiati e carbonizzati dei monti fanno parte del paesaggio. Eppure i vecchi giurano e spergiurano che non era così un tempo.

martedì 12 giugno 2018

"Matti per sempre" - Intervista a Gabriella Lanza e Daniela Sala (prima parte)


Quarant’anni fa, il professor Franco Basaglia promosse la riforma psichiatrica che, con la Legge n. 180 del 13 maggio 1978, decretò la chiusura dei manicomi in Italia. Fu una svolta epocale per un Paese in cui esistevano 76 ospedali psichiatrici, dove “cura” e “terapia” erano spesso sinonimo di “tortura” e “costrizione”.
La Legge Basaglia non ha cambiato soltanto il profilo del nostro servizio sanitario, ma ha ispirato un mutamento radicale nell’approccio alla malattia mentale, inedito e rivoluzionario, che si può riassumere con le parole dello stesso psichiatra: “La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia”. Violentare la società, questo è il primario obiettivo della riforma psichiatrica, violentarla per costringerla ad accettare il “diverso” come un “simile”, un altro possibile “me”.
Ma basta davvero una legge per liberarsi della paura dell’“altro”?

Tra luoghi allegorici e luoghi dell'anima spunta la cara e vecchia Europa: "La Repubblica delle Lettere" di Marc Fumaroli



La Repubblica delle Lettere
di Marc Fumaroli
Adelphi, 2018

pp. 438 
€ 32


Questo è, senza ombra di dubbio alcuno, uno dei grandi libri dell'anno e pazienza se sia un saggio, anzi pure meglio. Già perché La Repubblica delle Lettere  di Marc Fumaroli, uscito per Adelphi (e chi se no!), arriva al posto giusto e nel momento giusto. Infatti tra echi xenofobi e rigurgiti nazionalisti questo libro è una specie di boccata d'aria che analizza il concetto di "Repubblica delle Lettere" alla luce delle grandi conquiste della mente che dall'epoca Romana all'Ottocento i grandi pensatori hanno raggiunto. Fumaroli lo fa col piglio di un novello Virgilio, accompagnandoci in un viaggio pieno di brio e di personaggi più o meno conosciuti dove, come stelle fisse, brillano tre punti principali: il debito, a livello storico ed intellettuale, che l'Europa intera ha nei confronti dell'Italia (grande madre del pensiero di tutti noi), il fatto che la letteratura sia qualcosa di vivo e vitale, lontano dall'idea della statica ieraticità da accademia e, infine, che le idee cammino sulle gambe degli uomini. Ecco perché La Repubblica delle Lettere si può leggere come uno splendido conte philosophique sull'umanità.

lunedì 11 giugno 2018

Milano di carta. Guida letteraria della città


Milano di carta. Guida letteraria della città
di Michele Turazzi
Il Palindromo, 2018

Prefazione di Fabio Deotto
in allegato la mappa letteraria di Milano

pp. 168
15 x 19 cm, bross.
€ 15 



L'occhio "finestra dell'anima" e via principale di conoscenza delle "infinite opere de natura". Leonardo Da Vinci nel Trattato sulla pittura attribuisce “all’occhio, che direttamente si collega all’intelletto e al cuore, unico tra i cinque sensi, quasi che le impressioni visive possano tramutarsi immediatamente in conoscenza ed emozione”, la funzione animica di maggior importanza nel percorso esperienziale della vita.
Ne conviene l’oggettiva considerazione, che nessun luogo possa essere rimasto totalmente estraneo al vissuto umano, giocando un ruolo talvolta fondamentale in esso ed intrecciandosi alle gesta ed all’opera di ciascun individuo. Dato per assodato questo assunto fondamentale, in Milano di carta di Michele Turazzi, scopriamo una rilettura dei luoghi della città, empaticamente intrisi del ricordo degli artisti, che l’hanno abitata, osservandola, ammantandola di significati poetici, amandola come una musa e dedicandole versi. 

Il comunismo fa 50: a un secolo dalla Rivoluzione d'ottobre, vite e ritratti di militanti illustri (retorica esclusa)

La storia del comunismo in 50 ritratti
di Paolo Mieli
illustrazioni di Ivan Canu
Centauria, 2018

pp. 159
€ 19,00 (cartaceo)

Che cosa hanno in comune Che Guevara e Renato Guttuso? Bertolt Brecht e Pier Paolo Pasolini? Sergej Eisenstein e Dolores Ibárruri? Pablo Neruda e Tito? Luchino Visconti e Mao Tse-tung? La risposta (e comunque solo una delle risposte possibili) è che furono tutti, in vari momenti storici e con varie saturazioni di rosso, comunisti. Di un comunismo dichiarato e agito, incarnato e realizzato in questo mondo nelle più disparate localizzazioni geografiche. Uomini e donne fedeli a un credo politico tanto nell’esaltazione quanto nella critica, con una percentuale importante di artisti. Alla loro memoria – e a quella di altri quaranta personaggi significativi – la casa editrice Centauria ha recentemente dedicato un originale volume commemorativo, con i testi dello storico e giornalista Paolo Mieli e le illustrazioni di Ivan Canu. Un furbo e apologetico amarcord destinato agli ostinati nostalgici di una certa sinistra che fu? Tutt’altro

domenica 10 giugno 2018

#CritiCOMICS - «Davvero per me Coco rappresenta un punto di riferimento forte»: intervista ad Elena Triolo, alias Carote e Cannella


Un dolcissimo nome d'arte per delle illustrazioni deliziose. È questa la cifra caratteristica dell'illustratrice Elena Triolo, in arte Carote e Cannella, e gli ingredienti di una torta ordinata una sera qualunque, in una cioccolateria di Firenze, le hanno offerto il pretesto per uno pseudonimo fuori dall'ordinario. La sua capacità di creare illustrazioni dal taglio ironico e decisamente originale fanno della sua arte un unicum all'interno dell'attuale panorama italiano dell'illustrazione. La sua avventura in rete comincia nel 2012, quando comincia a pubblicare vignette e strip sul suo blog, fino a pubblicare, qualche anno dopo, dei libri per Hop Edizioni. La troviamo, oggi, come illustratrice di una delle icone del Novecento, Coco Chanel. Già recensito sul sito, la lettura del libro ha suscitato delle curiosità, a cui Elena Triolo, che ringraziamo, è stata così gentile da rispondere.

1. Innanzitutto, cara Elena, ti rinnoviamo i nostri più sentiti complimenti per la tua opera, un vero gioiellino all'interno della mondo delle illustrazioni. Partiamo dall'inizio: da dove sei partita per disegnare la tua Coco? Hai iniziato da qualche volume in particolare – magari una biografia, oppure delle foto di Coco da giovane – oppure ti sei lasciata subito prendere dall'ispirazione e hai buttato giù i primi disegni lasciandoti guidare dalla fantasia e da quel bagaglio di immagini che più o meno tutti possediamo della grande stilista francese?

Ciao! Grazie a voi per i complimenti e per l’intervista! Spero di essere esauriente. Sinceramente conoscevo molto bene la figura di Coco, già dai tempi della Comics mi divertivo a creare piccole storie su di lei ispirate alla sua vita. Ho letto molti libri a riguardo (compresa la biografia scritta da Henry Gidel) e visto anche alcuni film (bellissimo Coco avant Chanel) insomma, partivo preparata! Quindi quando Lorenza di Hop! ha “scelto” (praticamente l’ho costretta) me per disegnare la vita della stilista francese ho rispolverato e approfondito molto volentieri le mie conoscenze sull’argomento.

sabato 9 giugno 2018

#CritiCOMICS - Furti celesti: "Stelle o sparo" di Nova

Stelle o sparo
di Nova
Bao Publishing, 2018


pp. 144 
€ 17,00


Lampadine, come stelle, punteggiano un soffitto, sotto il quale un ragazzino soffre. La musica che lo accompagna trasmette un messaggio chiaro: "I think I'm just happy", ma di felicità, in questo faro calato nelle tenebre, se ne percepisce poca. Sotto lo stesso cielo, "da tutt'altra parte", un'analoga sofferenza si maschera da apatia esistenziale. Stella vive chiusa in casa, abbrutita da un cinismo insano, condito da tv e cibo spazzatura; si addormenta sul divano dopo ore di tormento e ogni notte porta con sé un mostro che le grava addosso: "una roba colossale e senza faccia" che viene "a darti una rotta d'ossa come Cristo comanda. E tu non sai neanche dargli un nome". Per fortuna dal "futuro anteriore (splendido nome per un flashback)", arriva la solare Ed, amica dai tempi della scuola, pronta a trascinarla in un'avventura che la riscuota dal suo torpore esistenziale.

venerdì 8 giugno 2018

#PagineCritiche - Luca Pantarotto, "Holden & Company"

Holden & Company.
peripezie di letteratura americana
da J.D. Salinger a Kent Haruf
di Luca Pantarotto
Aguaplano, 2018

pp. 115
€ 15 (cartaceo)



Philipp Meyer è uno scrittore che non mi piace gran che, lo trovo banale e sopravvalutato; in particolare, Il Figlio mi dà l’idea di un polpettone predigerito e scontato, pur riconoscendo qualche nota positiva, come una certa dinamicità nel narrato o l’assenza di cali di tensione.
Un’opinione come un’altra, che di sicuro non turberà il sonno a nessuno ma che, curiosamente, ha provocato qualche alzata di sopracciglio e manifestazioni di evidente incredulità in alcune persone con cui negli ultimi anni mi è capitato di parlare di questo autore. Persone, fra l’altro, competenti e con una notevole conoscenza della materia in generale e, in particolare, del settore; in altre parole, gente che sulla letteratura americana (quella degli Stati Uniti, per capirci) potrebbe darmi lezioni per un ragguardevole numero di ore.

"La bellezza del segno": ode alla scrittura a mano

La bellezza del segno - Elogio della scrittura a mano
di Francesca Biasetton
Laterza (collana i Robinson/Letture), 2018

pp. 128

€ 14 (cartaceo)
€ 8,99 (e-book)

Quando scriviamo a mano organizziamo uno spazio, lo spazio del foglio, e acquisiamo una memoria visiva relativa a questa area, definita dalle sue dimensioni, dai margini, da alto e basso, fronte e verso. Ci orientiamo su questa superficie, giriamo le pagine. Cancelliamo, tirando una riga sopra a ciò che non ci piace; sottolineiamo, tirando una riga sotto a quanto riteniamo importante; evidenziamo con i colori; colleghiamo con le frecce; scarabocchiamo: i nostri fogli raccontano il girovagare dei nostri pensieri (p. 11).
Nell'era del digitale, della tecnologia e della velocità potremmo interrogarci sulla necessità di un libro dal titolo La bellezza del segno - Elogio della scrittura a mano (Laterza, 2018), scritto dalla calligrafa ed illustratrice Francesca Biasetton; sembrerebbe quasi un voler tornare indietro, un avvoltolarsi sul passato per non cedere al richiamo delle sirene del progresso.
In realtà la tesi sposata dalla Biasetton si fonda su un miglioramento delle capacità di riflessione dell'essere umano che soltanto la scrittura a mano riesce a dare: il "perder tempo" a scrivere, cancellare e riscrivere a mano consentirebbe (al contrario di quanto si è portati a credere) di riuscire a gestire meglio le proprie risorse, di pensare meglio anche la forma e la sostanza del contenuto che stiamo delineando:
Le ricerche nel campo delle neuroscienze ci dicono che a causa dei continui stimoli a cui è sottoposto il nostro cervello - adattato a lavorare in un nuovo sistema di finestre, link, notifiche -  si riscontra un calo di attenzione, una difficoltà a mantenere la concentrazione, tanto nei giovani quanto negli adulti. Con la lettura, come con la scrittura, il tempo rallenta, diventa nostro, ci distacca dall'assillante urgenza quotidiana, ci consente di stare con noi stessi; e tanto più questo è vero se si scrive a mano: un piccolo impegno a dare concretezza e ordine (p. 24).

giovedì 7 giugno 2018

#IlSalotto - «Il contrario della perdita è l’incontro»: intervista a Yari Selvetella

Foto di Stephanie Gengotti
Nominato tra i dodici candidati al Premio Strega 2018 con il suo Le stanze dell’addio (qui la recensione), Yari Selvetella affronta nella sua opera un argomento delicato: quello della morte di una persona amata e del percorso – quasi impossibile a dirsi – dell’attraversamento della propria sofferenza. Gli è necessario, per farlo, dare voce a un altro da sé: un personaggio, l’uomo coi baffi, che è a un tempo specchio e proiezione. Gli è necessario accompagnarlo nel suo viaggio, una discesa all’inferno attraverso stanze che sono prigioni, ma anche anticamere della liberazione. Gli è necessario trovare una lingua per dire questa esperienza quando sembra che tutte le parole siano inadeguate. Selvetella riesce nel suo intento, approdando a un romanzo anticonvenzionale per stile e contenuti, in grado di suscitare nel lettore reazioni emotive di grande complessità.
Per comprendere meglio l’itinerario creativo che ha condotto a questo risultato, abbiamo contattato l’autore, che ci ha raccontato con grande generosità del suo rapporto con la letteratura, con l’amore e con la vita. 

Tu fai una scelta per nulla scontata: sono tanti i testi che parlano del dolore di una perdita, ma pochissimi hanno il coraggio di parlare della ripresa, del desiderio più che legittimo di rifarsi una vita, di dire cosa viene dopo il lutto. Cosa ti ha spinto ad imboccare questa strada, almeno sul piano narrativo?
La tua domanda mi porta subito a quello che io considero il fulcro del libro: questo è un libro che in un certo senso possiamo definire “scandaloso”, perché nelle narrazioni, a differenza di quello che capita nella vita, si prova consolazione in ciò che è irrimediabilmente perduto. Se io voglio raccontare un grande amore, questo amore deve essere unico, incredibile, una sorta di chiusura definitiva di ogni esperienza: il grande amore è il grande amore, punto. Il fatto che questo libro parli di un grande amore, ma anche del fatto che poi l’amore si ripresenta spiazza, disorienta. Questa situazione viene vissuta con disagio perché ne testimonia un’altra: che la vita è una forza molto importante, in un certo senso quasi crudele rispetto a ciò che vogliamo conservare. Quando tu decidi di immetterti di nuovo in questo grande fiume, senti decisamente che è la corrente che ti porta. Tale forza può essere positiva, in un certo senso, perché vuol dire che ti puoi affidare alla corrente, ma al tempo stesso è come se questo ti sottraesse una indipendenza di pensiero rispetto a tutto. Allora questo libro in sé rappresenta un voltarsi indietro e affrontare la corrente contraria, ma al tempo stesso mostra come la corrente ti porti comunque avanti. Non so se mi sono spiegato.

Sognare di più per vivere meglio: "Il sogno di d'Alambert" di Denis Diderot e "Il sogno di una rosa" di Eugenio Scalfari

Il sogno di d'Alambert
di Denis Diderot
Il sogno di una rosa
di Eugenio Scalfari
2018, Edizione Speciale GEDI

pp. 156
€ 10



Questa è una recensione molto particolare perché particolare ne è l'oggetto: infatti si tratta di un libro doppio e "speciale", un'iniziativa editoriale nata quasi per scommessa ma che, proprio nella sua natura doppia, trova la sua ragione d'essere. Stiamo parlando de Il sogno di d'Alambert di Denis Diderot, conte philosophique capisaldo del modo di comportarsi occidentale e Il sogno di una rosa, l'appendice che nel 1984 Scalfari scrisse per Sellerio da grande ammiratore dello stesso Diderot. Ora è chiaro che, come primissimo dato, emerge con forza l'arditezza di Scalfari, non nuovo a dare del tu ai grandi non soltanto della politica ma anche del pensiero mondiale. Detto questo il volumetto uscito in questi giorni assieme a Repubblica o l'Espresso in edicola è un testo interessantissimo, proprio nella sua natura doppia. Due uomini, diversamente grandi, che conversano (l'arte della conversazione qui è parte integrante del discorso filosofico) sulla realtà di un mondo essenzialmente materiale e che grazie al pensiero ed ad una buona dose di ironia si può "pensare in toto".

mercoledì 6 giugno 2018

Quante verità esistono per la... postverità?

Postverità
di Anna Maria Lorusso
Laterza, 2018

pp. 140
€ 14 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)


Quanto ci preoccupa ancora l'idea di verità? Sentiamo di continuo parlare in tv e sui giornali di "postverità", ma la pluralità delle definizioni e degli usi è nemica della chiarezza, come precisa fin dal principio Anna Maria Lorusso, che invece nel suo Postverità punta proprio a dissipare i dubbi. 
Innanzitutto, nella prima parte del suo studio, Lorusso si occupa di definire e descrivere le caratteristiche della postverità, che non nasce da una netta cesura con il passato, ma anzi è legata all'evoluzione del pensiero profondamente condizionata dall'altrettanto rapida evoluzione mediatica dalla fine degli anni '80 a oggi. Da allora, l'interesse per la tv dell'intrattenimento e della partecipazione si è esteso: basti pensare ai reality onnipresenti, con la declinazione dei talent e la particolarità della real tv. Solo voyeurismo diffuso? No, questo successo è profondamente legato all'ossessione per la realtà tipica del nostro secolo: se un tempo la tv era uno specchio della realtà, ora è diventata una produttrice di realtà, in cui la vita quotidiana viene esasperata e tutto è profondamente legato alle emozioni. L'intimità è ormai diventata un (preoccupante) parametro di veridicità, come sostiene più volte Lorusso: ma se anteponiamo l'esperienza privata e le emozioni al giudizio, dove andremo a finire? E come potremo stabilire la credibilità di una notizia, se mancano capisaldi di giudizio comune? 

«If you are going to San Francisco...»

San Francisco. Ritratto di una città
di Elena Refraschini
Odoya, 2017

pp. 271
€ 18.00

«Non c'è più terra! Non possiamo proseguire perché non c'è più terra»: sono più o meno queste le parole che Neal Cassady pronunciò quando, dopo aver attraversato il paese in una Hudson del 1949 insieme a Kerouac, giunse finalmente alla bianca San Francisco. Quella sensazione di conquista del territorio, in un viaggio che allora aveva davvero proporzioni monumentali, doveva essere la stessa che avevano provato i primi pionieri quando, nel 1890, venne ufficialmente dichiarata chiusa la frontiera. No more land. (p. 204)
Viaggio alla fine della terra. Che, per tanti coincide, con il centro, vitale, del mondo. San Francisco è così, un miraggio appoggiato sulle scintillanti onde dell'Oceano Pacifico. Un traguardo per chi viaggia in direzione Ovest. Come i pionieri, coloro che attraversarono le terre del Nuovo Mondo per spingersi sempre più in là, verso il tramonto. Fino ad arrivare al punto più lontano.
D'altronde, se l'America di allora era nel palmo dei giovani, il futuro stava senza dubbio nel Far West. L'Ovest infatti non era solo una direzione: era una vocazione. (p. 174)

martedì 5 giugno 2018

Raccontare le parole che chiudono le donne (e liberarle)


Brave con la lingua
Come il linguaggio determina la vita delle donne
a cura di Giulia Muscatelli
Autori Riuniti, 2018

pp. 171

€ 15,00 (cartaceo)
€ 6,99 (ebook)


È uscito poco più di un mese fa il libro Brave con la lingua, che ora è in un tour di presentazioni di successo per le librerie italiane. È una raccolta di quattordici racconti scritti da quattordici autrici - tutte provenienti dal mondo dell’editoria o del giornalismo o della comunicazione – e preceduti dalla prefazione della curatrice del volume e ideatrice del progetto, Giulia Muscatelli. 
Ogni storia ha un titolo e una parola o un’espressione di riferimento, come ad esempio "che fai, piangi?", "sei sicura di farcela?", "donna con le palle", "almeno non sei da sola", "frigida". Sono parole chiuse, così come la curatrice stessa ha detto lo scorso 10 maggio durante la presentazione del libro al Circolo B-locale di Torino, uno degli eventi del Salone Off di quest’anno. "Parole dette e ripetute da altri, che determinano le donne, parole che possono essere indirizzate a tutti, ma che sulle donne hanno un effetto diverso". 
Le autrici non offrono nessun compendio sulle espressioni scelte, bensì partono da queste per costruirci attorno delle storie, che hanno stili molto diversi tra loro. Alcune sono autobiografiche, lo è apertamente ad esempio quella di Simonetta Sciandivasci che riflette sul suo essere rabbiosa; altre autrici rielaborano invece in modi diversi l’esperienza del linguaggio che almeno una volta nella loro vita le ha costrette dentro ruoli che non volevano avere.

#PagineCritiche - Uno splendido e variopinto affresco giapponese: Iro Iro, di Giorgio Amitrano

Iro Iro. Il Giappone tra pop e sublime.
di Giorgio Amitrano
Milano, DeA planeta libri, 2018

pp. 256
€ 16,00 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)


«Da qualche tempo avvertivo una certa insoddisfazione che il mio lavoro di docente universitario e la mia attività di traduttore non riuscivano a colmare. Continuavo ad amare l'insegnamento e la ricerca ma cominciavo a sentire il bisogno di scrivere qualcosa di diverso e più personale.» (p. 9)
È questa la premessa che accompagna l'esordio di Iro Iro, un libro appassionante che fa del Giappone il punto d'arrivo e di partenza. La narrazione è divisa in capitoli tematici, e in essi l'esposizione teorica riguardo agli aspetti più importanti della cultura giapponese si fonde con i ricordi e le esperienze biografiche dell'autore, uno dei massimi esperti di cultura nipponica. Giorgio Amitrano, infatti, traduttore di chiara fama, è conosciuto presso il grande pubblico come traduttore di diversi scrittori nati nel paese del Sol Levante, tra cui il celeberrimo Murakami Harumi.
Eppure, l'attività di traduzione e quella di insegnante universitario non metteva a tacere quella voce che gli suggeriva fosse venuto il momento di un salto in avanti, un balzo inaspettato, un cambiamento in grado di provocare una variazione di rotta. Quella voce verrà impersonata da Cesare Garboli, uno dei più importanti scrittori e critici italiani del Novecento, il quale, sfoderando una stupefacente capacità analitica, indirizzerà Amitrano in direzione di un libro che potesse unire il suo talento comunicativo e la sua immensa e profonda conoscenza del Giappone.

lunedì 4 giugno 2018

Non si può nuotare a pugni chiusi; tutt'al più si combatte


E venni al mondo
Barbara Buoso
Apogeo Editore, febbraio 2018

pp. 141
€ 15,00 


Mauro si sente una donna intrappolata nel corpo di un uomo. Marzia sopravvive lavorando come proiezionista di film in un piccolo cinema-teatro, fino a quando lo tzunami del cancro non andrà a intaccare la sua quieta stabilità. Nessuno dei due, né Mauro né Marzia, vive la vita che desidera, ed entrambi sono vittime inconsapevoli di loro stesse. Solo quando si emanciperanno dalla condizione di vittime diverranno i veri protagonisti della loro esistenza. La sinossi del libro di Barbara Buoso è promettente, è ambiziosa e al contempo “moderna”. La scrittrice si assume il difficile compito di porre l'attenzione su tre grosse tematiche assai delicate, una che tocca il disturbo di identità di genere, l'altra l'omosessualità e infine una malattia spietata, come è quella del cancro.
Avrebbe avuto una vita difficile quel ragazzo, la gente non avrebbe capito, non lo avrebbero compreso, nemmeno lei lo era stata. Si era sposata perché si doveva, non che Mauro fosse un amore minore, Dio solo sa quanta gioia aveva provato ad averlo messo al mondo, ma era un ragazzo fragile e delicato come i fiori dei papaveri che, appena toccati, si innervavano di un nero dolente ripiegandosi su se stessi.