martedì 23 aprile 2019

#IlSalotto - «Diventare adulti significa accettare i limiti del proprio modo di vedere il mondo»: intervista a Serena Patrignanelli

Foto per gentile concessione dell'autrice
I primi giorni di aprile è arrivato in libreria il romanzo d'esordio di Serena Patrignanelli, La fine dell'estate (NN editore), che abbiamo recensito qui. La vicenda si svolge in un Quartiere anonimo, che però assomiglia a tanti paesi italiani durante la Seconda guerra mondiale, sconvolti sì dalla miseria e dalle tragedie, ma anche rischiarati dai raggi della speranza di poter ricominciare. Perché, in fondo, l'estate si ostina a tornare e i bambini continuano a correre per le strade, vociando nei loro giochi infantili e nelle sfide di coraggio che li preparano al mondo. E qui è ambientato un romanzo di formazione e di amicizia che farà imparare ai protagonisti, Augusto e Pietro, cosa significhi assumersi le proprie responsabilità, rischiare per qualcosa in cui si crede e portare avanti un progetto, a qualsiasi costo... 
Vista la trama decisamente piena di spunti e la narrazione che ci fa respirare un periodare d'altri tempi, abbiamo intervistato l'autrice, che ringraziamo per la sua disponibilità e per averci mandato queste bellissime fotografie d'epoca. 

Serena Patrignanelli
Raccontare da vicino la storia dei nostri nonni: quali accortezze dobbiamo sempre avere? E quanto possiamo invece concedere alla fantasia? 
Direi che bisogna trovare la misura, io inizialmente ero portata a privilegiare i ricordi diretti, ma mano a mano i personaggi hanno preso una loro identità autonoma, così gli aneddoti “reali” che avevo inserito risultavano deviazioni dalla storia principale e ho iniziato a toglierli. Però hanno lasciato un’eco, credo, nelle atmosfere, nel linguaggio, nell’aspetto delle stanze e nella geografia delle strade. Alla fine, non ho raccontato esattamente i ricordi di nessuno, ma la forma delle storie coincide con la forma che hanno i ricordi, i luoghi sono raccontati coi sensi più che con l’oggettività di un romanzo storico. 

La fine dell’estate guarda da vicino il mondo dei ragazzini, con le loro ingenuità e le loro intuizioni geniali. È stato difficile narrare la storia di Augusto e di Pietro? 
Be’ considerando quanto tempo ci ho messo per arrivare in fondo, direi di sì! Credo che la difficoltà fosse stare dentro il panorama mentale di ragazzini così giovani, non potevo usare metafore eterogenee rispetto al loro mondo, dovevo rinunciare a parole che a una voce narrante farebbero molto comodo, ma che i ragazzini non possono utilizzare, né dare spazio a tutta una serie di riflessioni, perché prima di una certa età ci sono cose che non si iniziano proprio a vedere. 

Contro ogni tipo di fascismo: "Il giuramento" di Mario Carrara nell'ultimo romanzo di Claudio Fava

Il giuramento
di Claudio Fava
add editore, 2019

pp. 123
€ 14 (cartaceo)
€ 4,99 (ebook)

Appena s’abituò gli occhi allo scuro, la vide: Tilde era seduta in uno degli ultimi banchi, il busto eretto, la testa dritta, lo sguardo da qualche parte. Non pregava, e il professore fu contento. Non pregava più nemmeno lui. Come si fa a squartare i morti e pregare? Cosa gli dici al Signore quando frughi dentro i corpi e scopri solo cose guaste? L’anima non l’aveva mai incontrata sui tavoli di marmo dell’istituto di patologia. Solo ferite, malattie, sfasci. (p. 78)
Nel 1931 oltre 1.200 professori universitari ricevettero dal ministero per l’Educazione Nazionale una lettera con la quale venivano invitati a prestare giuramento, oltre che al re alla patria, anche al regime fascista e a Mussolini: «Giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime Fascista» doveva recitare il giuramento. In 1.238 firmarono, in dodici rifiutarono. E, come Fava si ritrova a fare nella nota al termine del suo libro, anche io mi sento in obbligo di ricordare, in una sorta di rispettoso minuto di silenzio letterario, quei dodici: Ernesto Buonaiuti, Mario Carrara, Gaetano De Sanctis, Giorgio Errera, Giorgio Levi Della Vida, Fabio Luzzatto, Piero Martinetti, Bartolo Nigrisoli, Francesco Ruffini, Edoardo Ruffini Avondo, Lionello Venturi, Vito Volterra.

lunedì 22 aprile 2019

«Micronarrazioni personali e soggettive»: i saggi di Franzen in "La fine della fine della terra"

La fine della fine della terra
di Jonathan Franzen
Einaudi, 2019

Traduzione di Silvia Pareschi

pp. 208
€ 18,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


«Se consideriamo la parola "saggio" nel senso di "prova" - qualcosa di azzardato, non definitivo, non autorevole; un tentativo fatto sulla base dell'esperienza personale e della soggettività dell'autore - potremmo dire che viviamo nell'età d'oro della saggistica» (p. 3)
Inizia così la nuova raccolta di saggi di Jonathan Franzen, sedici micronarrazioni personali e soggettive, per parafrasare la definizione dell'autore nel suo primo e sconvolgente Scrivere saggi in tempi bui. Sconvolgente perché l'oscillazione tra l'autobiografia, la saggistica e l'articolo d'opinione è continua, come nella saggistica italiana è ben raro accada. Il personal essay, amato dallo stesso Franzen-lettore torna nella sua scrittura con una naturalezza che porta il lettore a osservare ammirato i passaggi talvolta sorprendenti da un paragrafo all'altro. Nelle sue pagine vive il fascino dell'arbitrio e della soggettività spinta: non c'è informazione che non sia filtrata dalla personalità magnetica di Franzen, un po' come avviene nei suoi romanzi, in cui viceversa è possibile trovare tracce saggistiche. L'osmosi è totale, l'effetto è spiazzante e le argomentazioni non si avvalgono sempre di scientificità, ma approdano all'esperienza privata, agli incontri e alle conoscenze di Franzen. Poi, tutto torna a collimare, a unirsi secondo una conclusione estremamente razionale, molto più di quanto saremmo stati in grado di prevedere a metà saggio.

#Criticanera - Un giallo negli anni Settanta: "Milano sottozero" di Oscar Logoteta

Milano sottozero
di Oscar Logoteta
Fratelli Frilli, 2018

pp. 158
€ 12,90 (cartaceo)




Dicembre 1978. Milano si prepara a salutare l'anno che fino a quel momento è stato il più duro di un decennio che ha fatto dimenticare la leggerezza dei Cinquanta e ha incanalato la protesta dei Sessanta in un vortice di violenza politica.

La placida domenica del commissario Negri viene turbata dal tragico ritrovamento di Anna, una ragazza di appena quattordici anni impiccata nella sua cameretta. A complicare le cose, si tratta della nipote del senatore Ferrari, esponente della DC vicino a Cossiga, che allora era il potentissimo Ministro degli Interni. Puntuali arrivano le pressioni affinché il caso venga archiviato al più presto come il suicidio di un'adolescente. Ma qualcosa non convince il commissario, che senza farsi spaventare dalle minacce decide di approfondire la vita di Anna. A dispetto delle apparenze che la ritraggono come una ragazza normale, divisa tra i collettivi studenteschi (nello specifico quelli del Berchet) e l'oratorio, Anna sembra nascondere un lato sessuale che per molti, trattandosi di una quattordicenne, sarebbe opportuno rimanesse celato.

domenica 21 aprile 2019

Pasqua 2019 - Appuntamento con i libri che ci hanno... sorpreso!


Buona Pasqua, lettori! 
Se in passato ci siamo dedicati ai libri da portare in tavola il giorno di Pasqua, quest'anno abbiamo pensato di condividere i libri che ci hanno sorpreso (non come certe sorpresine dell'uovo di Pasqua!). Come sempre, oltre al consiglio di lettura trovate il link alla recensione per scoprire se l'opera potrebbe sorprendere anche voi...

E come sempre, buone ottime letture! 
La Redazione

***

sabato 20 aprile 2019

Alla ricerca d'Europa. Un viaggio tra le abbazie benedettine

Il filo infinito
di Paolo Rumiz
Feltrinelli, 2019


pp. 174

€ 15,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)



Perché l'Europa è soprattutto un atto di fede. (p. 128)

Puntualissima e fedelissima, come sempre, eccomi all'appuntamento con il mio narratore di storie "viaggianti" preferito, Paolo Rumiz. Il quale, ormai da anni, ci fa percorrere, insieme a lui, le strade più insolite e profonde dell'Italia, dell'Europa e non solo. Portando con sé, in ogni viaggio, un'idea, uno spunto, un pensiero da confermare sul territorio. O una curiosità da soddisfare. Viaggi che si trasformano in reportage giornalistici, in libri e in docufilm, grazie alla regia di Alessandro Scillitani.
L'idea che ha generato il viaggio questa volta è l'Europa, un concetto sul quale Rumiz, triestino doc (e già questo ha il suo bel perché), sta rimuginando da tempo. Un pensiero che si è fatto concreto sotto i suoi occhi grazie al suo impegno di voce narrante ai concerti della European Spirit of Youth Orchestra, un ensemble di 80 giovani musicisti provenienti da oltre 20 Paesi europei, che ogni anno si esibiscono in tournée puntando su un tema europeo.
Ma torniamo al libro, "Il filo infinito". Dopo aver vagato per le isole greche "Alla ricerca di Europa" (questo il titolo del suo ultimo docufilm) e avere scoperto che in realtà la fanciulla della mitologia greca Europa nacque in Oriente per essere poi trasportata in Grecia da Zeus, Rumiz va alla ricerca di un filo che attraversa tutto il continente europeo e che, grazie ai suoi innumerevoli nodi, forma una rete solida e antica: la Regola di San Benedetto e i monasteri benedettini sparsi per tutta Europa.

Primo è bello, secondo è meglio? Un libro di Marilena Lualdi racconta la "secondità", con poca filosofia e molte storie esemplari

L’importanza di essere secondi.
Storie di eroismo e non solo

di Marilena Lualdi
Nomos Edizioni, 2012

pp. 189
€ 14,90 (cartaceo)
€ 3,02 (ebook)



Con il suo bel costume intero a righe orizzontali e la cuffia d’ordinanza da cui sfugge qualche ciocca bionda, l’atleta è pronta allo scatto. Ginocchia flesse, braccia tese all’indietro, busto in avanti, è al massimo della concentrazione: aspetta solo che parta il conto alla rovescia e che il fischio dell’arbitro dia il via libera per tuffarsi in vasca e, finalmente, gareggiare. Per vincere, ovvio! Non ha forse tutta l’aria di una campionessa la ragazza che vediamo sulla copertina di L’importanza di essere secondi, il libro di Marilena Lualdi pubblicato da Nomos Edizioni? In effetti, osservandola un po' meglio... ecco, magari no. Non proprio. Non necessariamente. E a dire il vero anche il set, pur fotografico, non sembra mica quello di una piscina regolamentare. Quella pedana improvvisata, poi, altro non è che un cubo di legno piuttosto traballante, e pure sulla posa obliqua della fanciulla ci sarebbe da discutere. Forse, a ben guardare, non siamo davanti al ritratto di una sportiva d’esperienza: siamo di fronte al fermo immagine di un suo brutto sogno. Di sicuro, un sogno ricorrente: uno di quei sogni di pura prestazione in cui ci si rende tragicamente conto della propria inadeguatezza, si capisce che le cose non andranno come desiderato e che magari, se non si perderà, si arriverà addirittura secondi, il che sarà molto peggio. A chi di noi non capita di essere ostaggio di incubi simili? Specialmente in questi tempi così competitivi, farne a meno pare quasi una vergogna, quasi si fosse totalmente privi di ambizione. Ma tranquilli: alla fine dei conti non c’è proprio nulla per cui valga davvero la pena preoccuparsi e rovinare la qualità del proprio sonno. E l’autrice di questo libro, con pochissima filosofia spicciola e molte storie, ci aiuta a capire il perché.

venerdì 19 aprile 2019

Gli anni di piombo e quelli di piuma nell'ultimo romanzo di Romolo Bugaro


Non c’è stata nessuna battaglia
di Romolo Bugaro
Marsilio, 2019

pp. 217
€ 16 (cartaceo)

Sono figli di cardiologi che tengono le coppe dei tornei di tennis vinti in gioventù sulla mensola dello studio, accanto alla foto scattata sul ponte della nave durante la crociera nei fiordi, oppure figli di avvocati che amministrano gli immobili e le campagne di famiglia nella zona di Udine e Pordenone, oppure figli di farmacisti che dovrebbero proprio decidersi a licenziare Aldo, sebbene lavori con loro da trent’anni, perché non riesce più a scaricare nel modo giusto una fustella che sia una. (p. 41)

C’è un’epoca, ci dice Bugaro nel secondo lunghissimo capitolo, che del suo romanzo occupa quasi la metà, durante la quale ogni cosa è sproporzionata: le giornate sono lunghissime, e abbiamo tempo da sprecare in piazza o al bar, liberi da impegni che non siano scolastici; le amicizie sembrano saldissime e irrinunciabili, legami che paiono destinati a durare per tutta la vita; gli obiettivi sono chiarissimi e a portata di mano, perché fondamentale risulta essere in cima alla piramide sociale del proprio gruppo; gli amori sono soverchianti e lasciano senza fiato, qualcosa per cui vale la pena morire.
Così, mentre intorno si fa la storia e gli anni di piombo pesano nei corpi delle persone e arrivano nelle case attraverso i servizi al telegiornale, l’epoca dei ragazzi del muretto di Padova è segnata dalle rivalità interne fra chi vuole essere il capo del proprio gruppo e chi tenta di scalare la classifica, dal desiderio di entrare a tutti i costi alla festa più esclusiva del quartiere, da quel misto di curiosità e fame che anticipa di poco l’esplosione della sessualità della tarda adolescenza e della prima giovinezza.

L'equilibrio delle dipendenze: "Astenersi astemi" di Héléna Marienské

Astenersi astemi
di Héléna Marienské
Edizioni Clichy, 2019

Traduzione di Tommaso Gurrieri

pp. 296
€ 17,00 (cartaceo)


Ecco l’idea: smettere di classificare le dipendenze, di chiudere in una gabbia gli alcolisti con gli alcolisti, i tossicodipendenti con i tossicodipendenti e così via. Conosci bene le mie convinzioni. Alla base di ogni dipendenza ci sono un difetto nella costruzione dell’ego, così come una patologia del legame (ansia da abbandono/ansia di intrusione). (pp.13-14)
La nostra società è afflitta dalle peggiori dipendenze. Non parliamo solo delle più comuni e immediate che possono venirci in mente come l'alcol, le droghe e il gioco d'azzardo, ma anche alcune meno diffuse e che possono parere, a prima vista, quasi divertenti come lo shopping compulsivo e una libido sfrenata. Clarisse, terapeuta addictologista, sta sperimentando una nuova forma di terapia: raccogliere i suoi casi più gravi e porli a confronto tutti insieme, nella speranza che si aiutino l'un con l'altro a uscire dalle proprie dipendenze. Il sacerdote cocainomane uguale a papa Francesco potrebbe essere d'aiuto al professore universitario malato di sesso; l'ossessivo per lo sport potrebbe mostrare alla giovane e rozza drogata e alla ricca e infelice alcolista come prendersi cura di sé; l'enigmatico giocatore di poker sarebbe perfetto per mostrare la rovina finanziaria alla shopaholic. Ciò che la terapista non sa però è che le dipendenze, quasi come virus, sono trasmissibili per via aerea e possono creare un confuso e vischioso magma di vizi e peccati. Nessuno però sta dicendo che la cosa sia necessariamente un male. Soprattutto se queste dipendenze, mescolate, possono portare all'elaborazione di un sistema in grado di rendere tutti ricchi e felici.

giovedì 18 aprile 2019

"Il mio nome è Greta": uniti per salvare il pianeta

Il mio nome è Greta. Il manifesto di una nuova nazione, quella verde, quella dei ragazzi di tutto il mondo
di Valentina Giannella
con illustrazioni di Manuela Marazzi
Centauria, aprile 2019

pp. 128
€ 12,90 (cartaceo)


Tutti, almeno una volta, abbiamo sentito nominare Greta Thunberg, la giovanissima attivista svedese che a meno di sedici anni è riuscita a portare l'attenzione dei giovani di tutto il mondo sul problema dei cambiamenti climatici. Ma da cosa è nata la sua missione? E quali sono i punti fondamentali su cui dobbiamo focalizzare la nostra attenzione per il futuro? Cosa possiamo fare, ognuno nel proprio piccolo eppure fondamentale quotidiano? 
Queste sono solo alcune delle domande a cui risponde Il mio nome è Greta, scritto dalla giornalista Valentina Giannella e con le illustrazioni di Manuela Marazzi. I libri illustrati hanno già mostrato più volte il loro straordinario potenziale nel portare avanti idee in modo sempre più incisivo e qui abbiamo una piacevole riconferma.

Come la dea Iris: custodi dell'arcobaleno e portatrici di nuove verità. Elisabetta Rasy racconta le storie di sei pittrici di carattere

Le disobbedienti.
Storie di sei donne che hanno cambiato l’arte

di Elisabetta Rasy
Mondadori, 2019

pp. 253
€ 20,00 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)



Le disobbedienti, l’ultimo libro di Elisabetta Rasy appena pubblicato da Mondadori, ha una copertina deliziosamente indocile, in perfetto accordo con le Storie di sei donne che hanno cambiato l’arte raccontate dall'autrice al suo interno. Il particolare del Ritratto della principessa Carolina del Liechtenstein nelle vesti di Iris (1793) realizzato da Élisabeth Vigée Lebrun (non a caso una delle pittrici in questione) ha in sé tutte le caratteristiche di simbolo e di sibillino contrappunto che sanno fare la gioia del lettore più smaliziato. Mentre la scelta del dettaglio isola in modo molto opportuno il drappo dorato che, quasi come in un antico cartiglio, diventa sfondo per i caratteri cubitali della dicitura, l’accenno alle chiome sfuggenti della protagonista del dipinto esalta al massimo l’effetto décadrage, accentuando il mistero di una figura femminile che proprio in questa veste vive contemporaneamente oltre il bordo dell’inquadratura, tra le pagine e addirittura a monte della loro esistenza in qualità di voce narrante. Quale riferimento migliore se non quello alla dea Iris per introdurre i ritratti di Artemisia Gentileschi, Berthe Morisot, Suzanne Valadon, Charlotte Salomon, Frida Kahlo e la già citata Élisabeth Vigée Lebrun? Quale migliore accenno se non quello alla dea greca dell’arcobaleno, da cui derivano il loro nome le membrane pigmentate dei nostri bulbi oculari? Le disobbedienti parla di pittura, per l’appunto, di linee, forme e colori. Ma parla soprattutto di quegli sguardi nuovi che ne hanno segnato la storia: visioni inedite perché femminili, a lungo silenti e poi finalmente annunciate, rivelate. In tutto ciò, la vulgata che vuole proprio Iris in qualità di messaggera esclusiva di cattive notizie (agli antipodi di Ermes) non può che deporre a vantaggio dell’autrice e delle sei prescelte: il loro avvento nel mondo dell’arte, qui così bene raccontato, fu croce e delizia dei contemporanei, e una novità con cui loro per prime fecero i conti a lungo nel corso dell’esistenza.

mercoledì 17 aprile 2019

Nero ananas: la deflagrazione di una bomba che ha distrutto vite, famiglie e relazioni

Nero ananas
di Valerio Aiolli
Voland, 2019

pp. 352
€ 17,00



È un odore di dicembre, di nebbia, di fiati. Di persiane serrate, di bandiere listate a lutto. Di silenzio.
L’incipit di Nero Ananas di Valerio Aiolli (Voland, 2019), candidato della dozzina del Premio Strega 2019, ricorda il 12 dicembre 1969, data marchiata indelebilmente nella memoria degli italiani. L’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana mette sotto gli occhi di tutti che i bombaroli dei mesi precedenti non erano solo faziosi nullafacenti. Ma che dietro al clima di tensione politica ravvisabile nel nostro Paese c’è di più, molto di più. E che bisogna andare a ritroso nel passato per provare a spiegare gli eventi che da Piazza Fontana hanno condotto alla strage della Questura di Milano del 17 maggio del 1973.

"Come una rana d'inverno": essere donna ad Auschwitz

Come una rana d’inverno. 
Conversazioni con tre sopravvissute ad Auschwitz: 
Liliana Segre, Goti Bauer, Giuliana Tedeschi
di Daniela Padoan
Bompiani, 2018

pp. 245
€ 10,00 (cartaceo)



Anch'io volevo che la vita continuasse, non volevo, 
come la moglie di Lot, 
diventare pietra volgendomi a
guardare la città dei morti.

Ruth Klüger, Vivere ancora




Come una rana d'inverno è un'opera che si legge tutta d'un fiato e poi richiede un lungo periodo di sedimentazione e rielaborazione prima che se ne possa parlare. Non si sa da dove partire, come scriverne senza tradirne i contenuti, come dare il giusto peso all'importanza di una triplice testimonianza che diventa  in un fitto intreccio di richiami e rimandi interni, in una sensibilità condivisa  una narrazione sola, densissima di significato. L'ideatrice e curatrice, Daniela Padoan, si è trovata di fronte a un compito arduo che ha saputo gestire con equilibrio e intelligenza, come mostrano chiaramente l'"Introduzione alla nuova edizione" e la lunga "Postfazione", necessario complemento del volume. In un tempo in cui le testimonianze dirette si fanno sempre più rare per la progressiva sparizione dei sopravvissuti, in cui spesso il ricordo si limita ad una retorica sfoderata ad arte in un solo giorno dell'anno e il fenomeno della Shoah perde sempre più la sua carica di indicibilità e viene sempre più "normalizzato", o addirittura banalizzato, ritornare alle voci dirette di chi c'era è ancora più fondamentale. Infatti
quella del testimone è una figura inevitabile, che continuiamo a incontrare come perturbante e che non possiamo rendere innocua: sta lì a dirci, con la sua sola presenza, che anche noi avremmo potuto, e potremmo, essere ridotti in cenere. [...] Il testimone ci dice che il nostro mondo, insieme alla nostra tradizione di pensiero, ha fallito. [...] Il testimone che ci guarda e ci giudica è il nostro specchio. (pp. 9, 11)
Daniela Padoan sceglie di partire da qui, ma anche dalla consapevolezza che, nel ricordo, le voci maschili hanno finito per prevalere su quelle femminili: "su centoquarantanove opere di memorialistica della deportazione dell'Italia, i libri di donne, nel 1994, erano una ventina" (p. 200). Questo porta a sottovalutare un elemento importante, ovvero il fatto che l'esperienza femminile del Lager fu in parte differente rispetto a quella maschile. Non si ragiona mai, nel testo, in termini di qualità o di entità della sofferenza, non si dimentica mai che ogni racconto è un racconto a sé, specifico e irriducibile, eppure si mette in evidenza che nelle testimonianze delle donne si trovano prospettive inedite, derivate da una diversa sensibilità, da diverse priorità: 
Senza dimenticare per un solo istante che l'obiettivo dei nazisti era cancellare dal mondo gli ebrei, uomini o donne che fossero, […] riflettere sulla peculiarità delle sofferenze e delle sopraffazioni patite dalle donne, così come sul loro modo di opporre resistenza e rendere testimonianza, può però servire ad allargare di un poco l'ambito della riflessione. (p. 201)

martedì 16 aprile 2019

"L'isola del Dottor Moreau": un classico di Wells da rivalutare

L’isola del Dottor Moreau
di H.G. Wells
Feltrinelli, 2019
trad. Mirko Esposito

pp. 206
€ 9,00 (cartaceo)



Un naufrago che trova all’improvviso rifugio su un’isola, dove non è un ospite desiderato. Man mano capirà di trovarsi su un’isola davvero strana, popolata da creature, che uno scienziato di fama internazionale sta creando per dimostrare a tutti le sue tesi. L’epilogo sarà tragico per qualcuno e nell’eterna lotta tra uomo e natura ognuno troverà il suo posto. Questa è la trama, per grandi linee, di un classico della letteratura inglese e fantascientifica, che stupisce per le sue implicazioni morali e la sua intuizione della deriva eugenetica galtoniana, che di lì a poco sarà al centro del dibattito scientifico. Galton infatti, cugino di Darwin, intese estendere il suo entusiasmo per la teoria del cugino, in senso lato. E mentre Darwin, nel 1859, dimostrava che ogni specie è il prodotto del suo migliore adattamento nel contesto naturale, Galton, una decina di anni dopo, teorizzò che anche l’uomo doveva essere oggetto di studio della zootecnia e da lì si arrivò in breve al passo successivo, un miglioramento della razza umana stabilita dallo Stato, quello che in molti, dagli anni Venti iniziarono a teorizzare e che Hitler applicò, infine, al suo mostruoso progetto politico. Qui la questione è ribaltata, perché degli esseri animali vengono perfezionati fino a diventare umanizzati, ma la critica la sistema, da un punto di vista pratico, morale e sociale non mancano nelle implicazioni catastrofiche del finale. Ma non fu così per i contemporanei, che nel romanzo, nato dal genio di Herbert George Wells, videro solo orrore e fastidio.

Ancora sulle spalle dei giganti (e nel loro secolo): Antonio Forcellino racconta il Cinquecento di Michelangelo Buonarroti

Il secolo dei giganti.
Il colosso di marmo

di Antonio Forcellino
Harper Collins, 2019

pp. 558
€ 16,90 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)



Dopo Il cavallo di bronzo, uscito lo scorso anno sempre per Harper Collins, un coinvolgimento particolare deve avere caratterizzato la stesura dell’ultimo lavoro di Antonio Forcellino, Il colosso di marmo, seconda tranche della saga di romanzi dedicati al Secolo dei giganti. E chissà se l’emozione provata dallo scrittore in corso d’opera è stata la stessa vissuta in qualità di restauratore al cospetto (e non è che uno degli esempi possibili) del Mosè di Michelangelo, parte della tomba monumentale di papa Giulio II a San Pietro in Vincoli. Si, perché al centro di questo nuovo capitolo di una tetralogia in fieri c’è proprio il Buonarroti, altro maestro del Rinascimento italiano a lungo studiato e ammirato nella duplice veste di storico e di professionista della manutenzione. Michelangelo, dunque, scultore di quel David a cui fa riferimento il titolo del volume e che all’alba del Cinquecento diventerà simbolo della Repubblica fiorentina nonché icona eterna della bellezza italiana. Michelangelo l’artista e Michelangelo l’uomo: sempre desideroso di riscattare l’onore del cognome familiare, avvolto nella solita giubba nera o coperto di polvere bianca fin dentro le narici, armato di dieci dita dure come il più duro dei minerali eppure capaci di maneggiare con insuperabile maestria sia i ferri che i pennelli. Per il denaro, certo, ma non meno per la gloria.

lunedì 15 aprile 2019

Cin-cin cinismo: lo sguardo comico di Federico Baccomo sulla società di oggi

Ma tu sei felice? Romanzo a due voci
di Federico Baccomo
Solferino, 4 aprile 2019

pp. 207
€ 16,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Avete mai avuto il coraggio di chiedere a un vostro amico: ma tu sei felice? Non è una domanda che si fa tutti i giorni, per quanta confidenza ci sia. Se lo chiedono Vincenzo e Saverio, i protagonisti del nuovo libro di Federico Baccomo, davanti a un bicchiere di vino al tavolino di uno dei tanti bar che costellano le strade di qualsiasi grande città. 
Ed è così che inizia un dialogo serrato (romanzo a due voci è, infatti, l'azzeccato sottotitolo), a colpi di comicità e di crudeli osservazioni sul presente. Non mancano anche le frecciatine, perché Vincenzo e Saverio sono stati anche compagni di scuola e si può davvero dire che conoscono da una vita i vizi, i difetti e i punti deboli dell'altro. Ma di cosa parlano? Di tutto quel quotidiano che ci schiaccia, tra problemi al lavoro, mogli e amanti, figli e scuola,... Sì, e si ride: perché i rovelli di ognuno di loro, pur nella loro rappresentazione caricaturale ed estrema, sono domande che, almeno una volta, sono passate anche nella nostra testa.

#PagineCritiche - E se Socrate avesse voluto morire? Analisi del processo che contrappose il filosofo alla sua città.

Processo a Socrate
di Mauro Bonazzi
GLF Editori Laterza, 2018


pp. 172
€ 18,00 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)


Meleto, figlio di Meleto, del demo Pito, contro Socrate, figlio di Sofronisco, del demo Alopece, presentò quest'accusa e la giurò: "Socrate è colpevole di non riconoscere gli dèi che la città riconosce, e di introdurre altri nuovi esseri demonici. Inoltre è colpevole di corrompere i giovani. Si richiede dunque la pena di morte". (p. 18)
Sono queste le ben note parole che formulano l'accusa rivolta a Socrate da Meleto, supportato da altri due personaggi, Anito e Licone. Siamo nel 399 a.C. Atene, la grande Atene, è una città agitata dai fantasmi di un passato ancora troppo recente. L'imperativo era quello di chiudere i conti con il passato, con la guerra del Peloponneso, le liste di proscrizione, i Trenta Tiranni. Ma, come sempre, come in ogni dopoguerra, cancellare con una spugna ciò che è stato non è cosa facile. Qualcuno che ricorda, e che a causa di questo ricordo soffre, trama, cospira, desidera vendetta, c'è sempre. E la democrazia, riportata alla guida della città, sentiva di non essere ancora abbastanza forte per traguardare questo mare agitato. E' in questo contesto che si configura quello che divenne, forse, il processo più famoso della Storia. Quello che ci giunge da più antichi echi. Il processo con cui la città di Atene mise fine alla vita di uno dei suoi cittadini più onorati e più famosi, il grande filosofo Socrate. Colpevole, secondo una vulgata che ci arriva da voci del tempo, di rappresentare il passato, per le sue simpatie oligarchiche, di essere un ostacolo e forse un nemico della nuova democrazia. In una parola, di essere incompatibile con il "nuovo tempo" che Atene voleva darsi.

domenica 14 aprile 2019

Amore e Psiche - la tradizione e il mito

Amore e Psiche
di Annamaria Zesi e Daniele Durante
Roma, L'asino d'oro edizioni, 2019

pp. 70
€ 28,00 (cartaceo)

Il libro di Annamaria Zesi e Daniele Durante è un vero e proprio gioiellino da intenditori. L'opera, di una raffinatezza rara, si offre al lettore in tutta la sua potenza evocativa, riuscendo nel giro di poche pagine a catturare la sua attenzione.
Al centro della narrazione il mito di Amore e Psiche, riproposto qui in una innovativa veste grafica e accompagnato dalle bellissime illustrazioni di Daniele Duranti. L'autrice dei testi, Annamaria Zesi, che ha svolto la propria tesi di laurea proprio sulla storia di Amore e Psiche, ha già all'attivo una pubblicazione sullo stesso tema, Storie di Amore e Psiche (L'asino d'oro), in cui porta avanti una trattazione sulla fortuna di questa favola. La profonda conoscenza della materia è evidente nel Prologo, in cui la Zesi ci racconta le origini del mito:
«Non sappiamo dove, né chi fu, a raccontarla per la prima volta; l'abbiamo sentita da cento e cento narratori ovunque nel vasto mondo: in Cina, in India, in Persia e in Turchia. In fondo all'Africa, all'incrocio dei due mari, la raccontano gli zulu, più su, tra le coste e il deserto, i berberi. Grecia, Italia, Francia e Spagna, le terre intorno alla foresta nera, quelle sulle rive del Baltico, quelle bagnate dal mare del Nord… e tanti altri paesi ancora ha percorso la nostra storia. […] Un poeta africano di nome Apuleio, per primo prese tavolette e stilo, e la scrisse. O almeno sua è la prima versione scritta arrivata fino a noi.» (p. 4)

La semplice perfezione della vita e l'equilibrio dell'Universo nel nuovo romanzo di Jostein Gaarder

Semplicemente perfetto
di Jostein Gaarder
Longanesi, 28 marzo 2019

Traduzione di Ingrid Basso

pp. 132
€ 14,90 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Non tutto si può spiegare: come i misteri dell'Universo, che sono state studiate senza però riuscire ad arrivare alle cause ultime; o come le scelte che può vagliare un uomo che ha appena scoperto di avere i giorni divorati inesorabilmente da una malattia inguaribile. 
Albert, professore che vive con gioia la sua professione, marito, padre e nonno affezionato alla sua famiglia, si trova ad affrontare da solo una scoperta sconfortante: i disturbi al braccio non sono trascurabili come ha pensato; gli viene infatti diagnosticata la Sclerosi Laterale Amiotrofica. Ecco che allora Albert decide di approfittare della lontananza della moglie Eirin, per lavoro in Australia, e si ritira nella Casa delle fiabe, la baita che ha visto nascere il loro amore, anni prima, e che ha conservato molti ricordi della loro storia famigliare. Gli episodi salienti, poi, sono tutti scritti o disegnati su una sorta di "libro di famiglia", dove adesso Albert si trova a ricapitolare la sua esistenza.  Dunque, è vero che Albert ha deciso di togliersi la vita, escludendo tutti dalla sua decisione? 

sabato 13 aprile 2019

"Angeli Terribili" di Gianni Barbacetto: una storia di frontiere a nord del Nordest

Angeli Terribili
di Gianni Barbacetto
Garzanti, 2018

pp. 209
€ 16,60 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

Qui giace Cruchi, uomo iniquo e perverso, pregare per lui è tempo perso.
Comincia con uno strano epitaffio e una storia che lo colpisce fin da bambino, il libro del giornalista Gianni Barbacetto. Si tratta del ricordo di un certo Cruchi, a Ravascletto, in Carnia, luogo famigliare per lo scrittore, visto che da lì provengono i due genitori, prima del trasferimento a Milano. Ma chi è davvero quest’uomo che una lapide così tremenda condanna all’odio e all’oblio? Un partigiano o una spia fascista? O semplicemente una vittima? 
Da questi interrogativi parte l’indagine, al confine tra storia personale e Storia italiana, che è anche la nostra memoria storica, che abilmente e con maestria da grande narratore, e fiuto e intuito del bravo giornalista, Barbacetto ci racconta. Sull’identità misteriosa di Cruchi e su altri protagonisti di quegli anni si concentra l’attenzione dell’autore.
Nel 1943 a Ravascletto ci fu uno strano incontro che fece lavorare i carabinieri e dannare i fascisti. Protagonisti: Cruchi, una donna e un personaggio misterioso. (p. 53)
Questo libro indaga su uno degli argomenti più dibattuti e più controversi dell’Italia durante il secondo conflitto mondiale, ovvero la nascita e lo sviluppo del movimento partigiano; in particolare degli albori del movimento in Friuli, luogo di origine dell’autore. I protagonisti sono uomini su cui il passato ha posato troppo spesso dei giudizi impietosi, vittime di una contro-resistenza che li ha raccontati da vili invece che da eroi, in seguito alla lotta fratricida che vide nell’evolversi della resistenza un suo immorale e inverosimile seguito. Fratelli contro fratelli, uomini contro uomini, tutti da una parte prima e tutti contro tutti, poi. Italiani contro tedeschi, fascisti contro comunisti, friulani contro cosacchi, partigiani veri contro finti partigiani.