mercoledì 28 ottobre 2020

Uscendo dalla selva oscura: il Dante di Alberto Casadei

Dante. Storia avventurosa della Divina Commedia 
dalla selva oscura alla realtà aumentata
di Alberto Casadei
Il Saggiatore, 2020

pp. 195
€ 18,00 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)



Nel prendere in mano il breve volume dell’italianista Alberto Casadei, da poco edito da Il Saggiatore, ci si rende conto quasi subito che per il lettore può risultare fuorviante il sottotitolo, come la quarta di copertina. Non si tratta infatti (soltanto) di un viaggio all’interno o nei dintorni della Divina Commedia, quanto nell’intera opera del Sommo Poeta – per osservarne le traiettorie, le linee di continuità, le dissonanze. L’obiettivo è ambizioso: si vuole capire se Dante, oltre ad essere uno dei più grandi nomi della nostra letteratura, riesce ad avere caratteri di attualità che rendano la sua opera davvero fruibile anche dal lettore contemporaneo. Perché Dante è un uomo impastato di cultura medioevale, di un contesto che intride e influenza ogni suo scritto, ma è anche autore poliedrico, sperimentalista, forzatore di limiti e convenzioni. Il saggio di Casadei costituisce la sintesi di un lungo percorso di ricerca sull’opera dantesca, che porta lo studioso a operare delle scelte nel fitto panorama delle proposte critiche che si sono succedute nel tempo. Fin dalla premessa, viene lanciata una sfida al lettore esperto: “a chi [...] lo conosce già bene, segnalo che troverà molte sorprese o, nei limiti in cui questo è possibile con un autore che vanta quasi settecento anni di commenti e glosse, novità” (p. 15). Si lascia al destinatario di questo appello decidere se la promessa venga mantenuta o meno nel testo.

L'arte del sotterfugio e dell'inganno: la seconda short story di John O'Hara, "Immagina di baciare Pete"

 

Immagina di baciare Pete
di John O’Hara
traduzione di Vincenzo Mantovani
Racconti edizioni, 2020

pp. 320
€ 13,00 (cartaceo)
€ 5,99 (ebook)


Il proibizionismo, il tentativo dei fanatici di ridurre all’astinenza totale una nazione temperante, trasformò in bugiardi cento milioni di uomini e in imbroglioni i loro figli. (p. 32)

Il terzultimo giorno dello scorso anno, su queste pagine, scrissi della Ragazza nel portabagagli, il primo dei tre racconti lunghi di John O’Hara della serie Prediche e acqua minerale. Una serie, questa, dedicata in larga parte al proibizionismo: al modo in cui quei tredici anni hanno cambiato per sempre le abitudini degli americani, in qualche modo instillando nei cittadini – secondo l’autore – una certa attitudine alla menzogna e al sotterfugio, tutti elementi che in effetti ritroviamo nelle pagine di questo secondo racconto.

Se La ragazza nel portabagagli si concentrava prevalentemente sui ruggenti anni Venti e sulle melliflue promesse del cinema, Immagina di baciare Pete restringe appena il campo e tratta un tema forse un po’ più classico ma altrettanto capitale, vale a dire quello delle relazioni amorose. Se il primo racconto vedeva al centro la storia di Jim Malloy, alter ego letterario dell’autore John O’Hara, e il suo sogno di lavorare nel cinema, questa seconda storia ruota intorno a due personaggi, Bobbie Hammersmith e Pete McCrea. Il loro matrimonio, definito «la sorpresa dell’anno» (p. 13), viene raccontato attraverso tre decadi, ossia da quell’annus horribilis che è stato il 1929 fino a circa il 1960. Trent’anni di storia americana sono il set perfetto per narrare la storia non soltanto di due persone che da giovani rampolli, pieni di vizi e cresciuti nel boom economico che ha preceduto il collasso, diventano adulti con i piedi fin troppo per terra, bensì di quella che Malloy/O’Hara definisce non la generazione perduta bensì quella che ha perso.

martedì 27 ottobre 2020

#CritiCINEMA - Parole e immagini: “George Simenon. La letteratura al cinema”


George Simenon. La letteratura al cinema 

A cura di Denis Brotto e Attilio Motta
Marsilio Editore, 2020 

pp. 156 
€ 16,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)



Simenon: «Io non vado mai al cinema, sa...» 
Fellini: «Neanch'io»

Georges Simenon (1903-1989) è stato uno tra i più prolifici autori del XX secolo. Belga di lingua francese è autore di centinaia di romanzi ed è noto in particolare per aver inventato il personaggio di Maigret, ma la sua febbrile produzione spazia dai racconti ai reportages.

Nel 2016 il Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari dell’Università di Padova ha dedicato il suo annuale convegno sui rapporti tra cinema e letteratura alla figura di Georges Simenon e gli interventi tenuti sono stati raccolti nel testo Georges Simenon. La letteratura al cinema, edito da Marsilio a cura di Denis Brotto e Attilio Motta. I contributi presentati non solo indagano l’ambito letterario dello scrittore, ma mettono in evidenza anche le relazioni tra la sua produzione e il mondo cinematografico, senza tralasciare i suoi interessi da antropologo e fotografo. Il testo infine si chiude con la filmografia e bibliografia essenziale a cura di Gianni Pigato e l’indice dei nomi.

Un romanzo fratturato: "L'ultima nave per Tangeri" di Kevin Barry

L'ultima nave per Tangeri
di Kevin Barry
Fazi, ottobre 2020

Traduzione di Giacomo Cuva

pp. 246
€ 18,50 (cartaceo)
€ 12,99 (ebook)

Irlanda e Spagna. I territori su cui questa storia è ambientata sono agli opposti. In Irlanda il sole arriva poco e solo di traverso, mentre in Spagna il sole è enorme e dappertutto. La Spagna è grande e piena di posti in cui nascondersi, mentre l’Irlanda è piccola e per quanto vuoi scappare, te la porti sempre dentro. E Charlie e Maurice, i due spacciatori ormai sulla cinquantina protagonisti della storia, persino mentre si trovano al porto di Algeciras, nel sud della Spagna, a osservare i traghetti che arrivano dal Marocco, su quella panchina da dove osservano la massa umana transitare, non riescono a smettere di ripensare al loro passato, alla loro Irlanda, e ai percorsi complicati che li hanno condotti dentro e fuori da essa. 

Un romanzo a due binari, dunque. Che fa della doppiezza il suo tratto distintivo. Diviso tra presente e passato, tra due protagonisti, e soprattutto basato su un delicato equilibrio di opposti. Un momento lirico, e poi una tragedia. Un momento teso, e poi il vuoto. Una prosa densissima, spiazzata da una divisione in paragrafi serrata e da un’assenza di punteggiatura che sembra essere caratteristica della recente narrativa irlandese, da Roddy Doyle a Sally Rooney. Il presente è vuoto, i dialoghi tra i due sembrano presi dal Teatro dell’Assurdo e starebbero benissimo in un’opera di Samuel Beckett, per citare un altro illustre irlandese, e perfino il porto di Algeciras, scarno e irreale, ci ricorda il palco di Waiting for Godot, contraddistinto da un unico albero spoglio. E proprio come Vladimir e Estragon, anche Maurice e Charlie stanno aspettando qualcuno. Colei che collega passato e presente: Dill (o Dilly, come i due ripetono ipnoticamente nei loro discorsi ottenebrati da anni di abuso di droghe e malattie mentali), la figlia di Maurice avuta dalla sua amata Cynthia. 

lunedì 26 ottobre 2020

In un perenne periodo magico dei "perché": un libro di Arthur Le Caisne spiega il cibo e la cucina in 700 domande (e risposte)

 

Perché gli spaghetti alla bolognese non esistono?
E altre 700 domande impertinenti e giocose sulla cucina

di Arthur Le Caisne
traduzione di Rossella Savio
illustrazioni di Yannis Varoutsikos
L’ippocampo Edizioni, 2020

pp. 240
€ 19,90 (cartaceo)


Uova che si chiedono perché ci sia bisogno di salarle in anticipo in caso di omelette o di strapazzamento, un peperone che si domanda perché bere acqua non diminuisca la sensazione di piccante sulla lingua, una zucca che si interroga sul perché si debba salare l’acqua in cottura solo per alcune verdure. Ma soprattutto: un pesce che si pone il quesito da cui trae il suo titolo il libro a firma di Arthur Le Caisne appena pubblicato da L’ippocampo nella sua versione italiana, dotato di un frontespizio tra il cartoonesco e il surreale: Perché gli spaghetti alla bolognese non esistono? Già: perché? Perché? E perché? Perché: è proprio questa, difatti, la parola chiave dell’intero volume, quella grazie alla quale l’autore intende aprire al pubblico le porte della propria cucina per scardinare antichi pregiudizi, errate convinzioni, false credenze e vere e proprie sciocchezze in ambito alimentare e culinario. Una sorta di corso accelerato in materia di cibo, insomma, non tanto per diventare chef stellati quanto per promuovere quella consapevolezza che dovrebbe accompagnare anche i nostri gesti più semplici tra dispensa, congelatore, frigorifero, forno e fornelli. E quasi sempre – non a caso e come da intenzione – si resterà a bocca aperta come l’animale muto per eccellenza (lo stesso che sul retro di copertina si cruccia anche sul perché la marinata non renda più tenera la carne, perché si debba iniziare la vinaigrette da sale e aceto e perché una cipolla abbia un gusto diverso se tagliata in orizzontale o in verticale).

#CriticaLibera - Un ricordo intimo di Dario Crapanzano

Foto di Laura Torre

Milano, inizio 2012. Mia moglie (all’epoca fidanzata convivente) entrò in casa con un piccolo volume giallo tra le mani. Me lo porse e mi disse di averlo trovato nella piccola redazione dove lavorava. Era un romanzo poliziesco, di cui aveva letto la trama e aveva pensato che potesse interessarmi. 

Lo presi in mano e lo scrutai come se fosse un oggetto raro. Non nascondo che ero abbastanza perplesso: l’autore, Dario Crapanzano, non mi diceva nulla. Il protagonista, il commissario capo Mario Arrigoni, ancora meno. Stavo facendo il dottorato, la mia tesi verteva sulla letteratura della Guerra Civile Spagnola e in 29 anni di vita non avevo letto più di due o tre gialli. Non ero un appassionato del genere, anzi. In quel caso ciò che mi spinse a leggere quel libro fu il suo titolo, Il giallo di via Tadino, e l’ambientazione: non solo la Milano degli anni ‘50, ma proprio il quartiere nel quale vivevamo (il Lazzaretto, Porta Venezia). E via Tadino era lì a un passo.

Mi immersi nella lettura e in poche ore lo finii. Qualche mese dopo decisi di scriverne e mi convinsi a mettermi in contatto con l’editore dell’epoca di Crapanzano, la Fratelli Frilli (che ha il grande merito di averlo scoperto e lanciato), per provare a intervistarlo. Ci riuscii una prima volta, per e-mail, e una seconda, in occasione dell’uscita del suo terzo romanzo con protagonista Arrigoni, al sole non troppo caldo del dehors della Cremeria Buonarroti di Milano. Quella mattina parlammo quasi due ore e, come spesso succede, l’intervista non rese piena giustizia a quella chiacchierata: off the records, Crapanzano era soprattutto un uomo d’altri tempi, estremamente cortese, e con un acuto senso dell’ironia. Ricordo, tra le altre cose, che lo spronai a dare maggiore visibilità all’ispettore Giovine, uno degli uomini della squadra di Arrigoni, fino a quel momento rimasto appartato dalle indagini principali. Eppure, a parer mio, aveva tutte le carte in regola per diventare l’erede del già mitico commissario capo del Porta Venezia. Crapanzano rideva, ma ascoltava, perché era cosciente del fatto che quel personaggio aveva un gran potenziale. Qualche tempo dopo, infatti, in occasione dell’uscita del primo Arrigoni con Mondadori mi disse: “Spero che apprezzi il protagonismo che ho dato a Giovine, l’ho ascoltata!”. 

Semplicemente sorelle: un legame che non può spezzarsi. "Come un respiro", il nuovo romanzo di Ozpetek


Come un respiro
di Ferzan Ozpetek
Mondadori, 2020

Letto da Ludovica Modugno

Durata dell'audiolibro: 4 ore e 52 minuti
Disponibile in esclusiva per Audible

pp. 157
Versione cartacea: 17 €
Versione ebook: 9,99 €


Se amate i film di Ferzan Ozpetek, allora vi lascerete trasportare anche dal suo terzo romanzo, Come un respiro, che sta riscuotendo grande successo di pubblico, riconfermandosi in classifica ancora dopo molte settimane dall'uscita. Sono incappata in questa storia per caso, mentre stavo cercando un nuovo audiolibro da ascoltare: desideravo una storia capace di coinvolgermi totalmente e, lo confesso, che non durasse molte ore. Attirata dalla copertina ormai notissima, ho pensato che questa sarebbe stata una buona occasione per scoprire Ozpetek narratore. 
Premetto che è molto difficile raccontare qualcosa del romanzo senza svelare colpi di scena che, con la loro drammaticità e con la loro imprevedibilità, lasciano a bocca aperta. Cercherò dunque di lavorare sulla storia di contorno, per poi passare ai macrotemi che si ritrovano in questo romanzo, come nei film di Ozpetek. 
L'azione si svolge su più piani temporali: nel presente, ci troviamo a Roma, in un bell'appartamento, quando alla porta suonano. Giovanna e il marito Sergio si aspettano di trovare gli amici invitati a pranzo, due coppie con cui condividono spesso il tempo libero (e anche non pochi segreti); invece, c'è una donna anziana, che si presenta come Elsa Corti. Anni fa, ha abitato in quello stesso appartamento e ora, di ritorno da Istanbul, desidera rivedere il posto che aveva lasciato, nonché contattare sua sorella Adele, che non sente da anni. Tra le mani ha un fascio di lettere, che le sono tornate indietro senza essere mai state aperte. Quando anche gli altri amici arrivano in casa, Elsa viene invitata a pranzo e, attorno a una tavola imbandita, iniziano a farsi strada curiosità e ricordi: perché Elsa ha perso i contatti con Adele, se da bambine erano state inseparabili, l'una la migliore amica dell'altra? 

domenica 25 ottobre 2020

#LectorInFabula - Il mondo di Charlie Mackesy: una personale celebrazione narrata e illustrata dei doni più belli e preziosi

Il bambino, la talpa, la volpe e il cavallo 
di Charlie Mackesy 
Salani, ottobre 2020 

pp. 128 
15,60 € (cartaceo)
8,99 € (ebook)

«Cosa pensi che sia il successo?» chiese il bambino.
«Amare» rispose la talpa.
Scrivere di amore, di amicizia e di speranza oggi, senza essere additati come banali, sentimentali o melensi, è difficile. In un mondo in cui leggere la vita con sguardo cinico e nichilista è ormai di moda, è possibile evitare giudizi severi e reticenti se si vogliono raccontare e ricordare quei sentimenti che ci definiscono, in primis, per quello che siamo? 

Una risposta precisa e sincera giunge dall’Inghilterra e dal mondo senza barriere di Charlie Mackesy, illustratore indisciplinato e immaginifico, che, in un Ted Talk del 2018, racconta del suo approccio all’arte, allo storytelling, come strumento salvifico, di rielaborazione delle sofferenze e dei tanti elementi incomprensibili dei quali la vita è costellata. Dopo che, nell’ottobre 2019, le librerie delle isole britanniche vengono prese d’assalto in seguito all’uscita del suo libro, The Boy, the Mole, the Fox and the Horse, questo autunno, Salani decide di portarlo in Italia in un momento che non potrebbe essere più consono. Questi nuovi ruggenti anni Venti, cosparsi per ora di speranze disattese e sogni messi in stand-by, necessitano come non mai di una letteratura primordiale; non nel senso di racconti di antenati preistorici e iscrizioni murali, ma che si faccia carico di riportare alla mente dei lettori quel sentire che dovrebbe fondare l’uomo e guidarlo nella costruzione di se stesso. 

Un invito alla memoria: "Curon. Il paese sommerso" di Georg Lembergh e Brigitte M. Pircher

 

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Curon. Il paese sommerso
di Georg Lembergh e Brigitte M. Pircher
Edition Raetia, agosto 2020

Traduzione di Duccio Biasi e Cernusco Lombardone

pp. 256
€ 24,90 (cartaceo)

Anno Domini 1950, l’anno dell’annientamento del mio amato paese natale e della mia casa paterna per mano di capitalisti avidi di denaro, io Josef von Moos, in qualità di ultimo discendente della mia famiglia di contadini e di mastri carpentieri ho costruito qui questa casa. Scritto il 23.11.1950. (p. 234)
È il 26 luglio del 1949 quando sui prati di Curon si svolge l’ultima processione di Sant’Anna. Ed è il 16 luglio del 1950 quando le campane della vecchia chiesa parrocchiale suonano per l’ultima volta.
In pochi conoscono la storia della diga costruita per sbarrare i laghi naturali di Resia e di Mezzo (o Curon), siti in Alto Adige, in alta Val Venosta, quasi al confine con l’Austria. È strano perché è una tragedia talmente grande, una ferita tutt’ora aperta e sanguinante, che sembra quasi impossibile sia rimasta praticamente sconosciuta per settant’anni. Il luogo, oltre agli appassionati di sport acquatici e invernali come il kitesurfing o il pattinaggio, attira più di un milione di turisti l’anno, grazie al particolare campanile che spunta dal lago, ghiacciato in inverno, e specchio delle magnifiche cime dei massicci dell'alta Val Venenosta d’estate. Ma i turisti sono consapevoli dei tragici avvenimenti storici che avvennero all’ombra di quel campanile?

Se la bellezza perde (o salva?) l'uomo: "A proposito di Elena" di Giuseppina Norcia

A proposito di Elena

di Giuseppina Norcia
VandA.edizioni, 2020

pp. 135  
€ 14,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)



Una donna rapita, o fuggita. Una città caduta. Una nomea oscura, che si radica, tra apologie e atti di accusa. Una modernità che viene prima del moderno, che trasporta un nome, un volto fino a noi, qui e oggi. Quello che ci offre Giuseppina Norcia non è un romanzo, ma un’opera composita, mille frammenti di Elena, così come riletta, descritta, interpretata dalle fonti letterarie dall’antichità al contemporaneo, in citazioni dirette o echi sommersi. Perché Elena è la bellezza che attrae e distrugge, è il desiderio che continuamente sfugge. È ossessione e perdizione, pudore e voluttà, demone e dea al tempo stesso. Elena è il luogo in cui l’amore e il possesso si confondono, l’idea per cui gli uomini muoiono. È la più bella, ma anche colei di cui in fondo di non si sa nulla. È sempre oggetto, quasi mai soggetto. Nel breve volume edito da VandA.edizioni, invece, nel lavoro di ricerca appassionato, sinceramente coinvolto, da parte dell’autrice, torna ad essere protagonista. Norcia lo sa bene che gli scudi impugnati per Elena sono in realtà impugnati contro Elena. Si rende conto delle incongruenze, delle faglie, delle contraddizioni della mitografia che circonda uno dei personaggi più affascinanti della tradizione e le porta all’attenzione del lettore.

sabato 24 ottobre 2020

#CritiCOMICS - "Lucrezia, tutta o quasi": l'anti-eroina più simpatica nata dalla penna di Silvia Ziche


Lucrezia, tutta o quasi
Testi e disegni di Silvia Ziche
Feltrinelli, 2020 (collana: Feltrinelli Comics)

pp. 240
€ 19 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)

Lucrezia è una versione paradossale di me. È ovvio che pesca in quella che è stata la mia vita, ma rispetto a me è estrema. Io vivo immessa in tutta una serie di regole sociali e le i non ha molti freni, per cui si lascia andare molto di più. Di me c'è la mia esperienza, però non sono lei. Diciamo che tra noi due è la persona che mando avanti al posto mio (intervista a Silvia Ziche).

Ricordo bene come feci la conoscenza di Lucrezia: andavo al liceo e ogni settimana rubavo Donna Moderna a mia madre, cercando con grande curiosità la vignetta nella quale la fumettista Silvia Ziche raccontava le vicissitudini di questa anti-eroina, alta, dinoccolata, goffa, imbranata nella vita privata.
Fu amore a prima vista!
Il mio feeling con l'autrice continuava sulle pagine di Topolino, sulle quali tratteggiava con feroce ironia storie avvincenti e dava vita a personaggi spassosissimi, ma nel mio cuore ormai era Lucrezia ad aver conquistato il posto d'onore.
Negli anni poi, ogni volta che Silvia Ziche pubblicava un libro su Lucrezia io puntualmente correvo a leggerlo, e puntualmente mi stupivo per la modernità e l'ironia che denotava questo personaggio.

#CriticaLibera - "Un mese con Montalbano" e "I tacchini non ringraziano": i racconti brevi di Andrea Camilleri alla ricerca di una narrazione possibile

Una storica prima edizione mondadoriana di
Un mese con Montalbano in compagnia di
un modo nuovissimo di fruizione letteraria, 
le app di audiolibri

Sarò onesta, fino alla morte di Andrea Camilleri non mi ero mai dedicata alle opere di un grande scrittore che conoscevo e stimavo solamente come intellettuale di rilievo. Avevo fatto, in precedenza, un tentativo con Il re di Girgenti, abbandonato con troppa facilità per il siciliano un po’ ostico, e consideravo il mondo di Montalbano come un universo dedicato ad altri, agli estimatori, in cui forse, da profana, non ero degna di entrare. La strada che mi avrebbe condotto alle opere di Camilleri, tortuosa come spesso sono i sentieri che ci portano a certi libri e autori, era destinata a essere un’altra.

Dapprima, una vecchia edizione ritrovata nella libreria di un’amica, grande fan delle opere di Camilleri, che, mentre le parlavo di questa mia grande lacuna, mi ha suggerito e prestato la sua copia di Un mese con Montalbano, nella prima edizione del 1999, che secondo lei sarebbe stato un ottimo ingresso a Vigata e negli altri luoghi del commissario; poco dopo, in un viaggio in macchina da condividere con altri, la scelta di un audiolibro, selezionato tra tanti altri per un titolo particolarmente divertente, I tacchini non ringraziano. Ad accomunare queste due casualità, la forma del racconto breve

venerdì 23 ottobre 2020

Ritorno alla Quercia fatata: tra storia, natura e magiche avventure, Elisabetta Gnone e un nuovo capitolo di Fairy Oak, porto sicuro in un tempo di crisi



Fairy Oak. La Storia Perduta
di Elisabetta Gnone
Salani, ottobre 2020

pp. 400
€ 18 (cartaceo)



"Il miglior modo di dire addio è non dirlo affatto […]. E il miglior ricordo che ci si può portare via è il ricordo di un giorno qualsiasi."
(E. Gnone, Addio Fairy Oak, DeAgostini, 2010, p. 337) 
    Dieci anni fa, con la partenza della fata-tata Felì al compimento del quindicesimo compleanno delle gemelle streghe, Pervinca e Vaniglia, Elisabetta Gnone mette un punto alle vicende degli abitanti di Fairy Oak, specialissimo villaggio costruito intorno ad una grande Quercia, fedele amica e custode del luogo. Con la grazia che connota l'intera serie, l’autrice si congeda e parte insieme a Felì, dicendo addio ai personaggi e alle avventure fervidamente vissute e immaginate da tanti appassionati lettori, tra grandi, piccini e piccini cresciuti insieme alla saga. 

    Sono passati ormai quindici anni dall’uscita del primo libro della trilogia che ha visto come protagoniste le gemelle, diverse ma identiche, nel loro viaggio di scoperta dell’indissolubile rapporto di connessione e opposizione costruito sulla loro magia. I poteri della Luce, per la prima, e del Buio, per la seconda, le hanno messe a dura prova, ma, con il trionfo del bene, le sorelle dimostrano poi quanto l’amore fraterno sia un legame che mai riuscirà a separarle, più forte di qualsiasi incantesimo.

"La voce di Orfeo" e la voce di Célia Houdart

 


La voce di Orfeo
di Célia Houdart
Edizioni Clichy, settembre 2020

pp. 190
€ 17,00 (cartaceo)



Se si potesse fare un ritratto della penna della Houdart – se esistesse un modo, intendo, per tradurre il suo narrare in un personaggio con una storia – quello prenderebbe le sembianze di Gil, il protagonista di La voce di Orfeo. Si dovrebbero scartare le tecniche miste o sporche: via il carboncino, via le matite morbide. E optare per un tratto fine, preciso, una matita dura o un pennarello a punta fine. Studiare i bianchi, fare attenzione ai contorni. 


I bianchi (o i silenzi)


Gil è un ragazzo di diciotto anni, ha appena dato la maturità e nella sua estate libera si reca una volta a settimana nel salotto di Marguerite Meyer per studiare pianoforte, vuole entrare al Conservatorio di Parigi. La sua voce è un soffio, nessuno la coglie mai al primo colpo: non il padre Jorge, che ora lo rimbrotta, ora se ne preoccupa; non l’amico Olivier, che in fondo in parte condivide l’idiosincrasia per le parole. 

giovedì 22 ottobre 2020

Indossare di nuovo la camicia rossa: il Garibaldi di Luciano Bianciardi

Garibaldi
di Luciano Bianciardi
minimum fax, 2020

pp. 153 
€ 14,00 (cartaceo) 
€ 7,99 (ebook)




Luciano Bianciardi muore male, ancora troppo giovane. Muore amareggiato dalla vita, deluso dalla società. Ciò che non lo aveva deluso, invece e sorprendentemente, era l’ideale del Risorgimento, coltivato sin dall’infanzia grazie al padre, che gli aveva regalato I mille di Bandi, su cui lui aveva innestato i suoi valori giovanili. Lo seduce il piccolo Peppino, figlio di mamma Rosa e papà Domenico, che parla dialetto genovese e si distingue per l’irruenza e gli slanci generosi, per i sogni grandi che non accettano imposizioni esterne. Ci pare di vederlo, mentre la prosa affabulatoria di Bianciardi ci accompagna, slanciarsi agile e compatto tra le sartie del porto, con la sua testa bionda.
In tutti i posti di mare c’è almeno un ragazzo fatto così, quello che non si tira indietro, quello che offre da bere, quello che sa le canzoni, quello che si arrampica per primo in cima un albero, o sulle sartie delle navi. Al porto lo conoscono, tutti lo chiamano per nome: i grandi gli perdonano più cose che ai suoi coetanei: i coetanei gli vanno dietro. Può darsi che col crescere metta, come suol dirsi, la testa a posto. Può anche darsi il contrario, e allora questo ragazzo diventa un capo: e non perché si imponga al suo prossimo, ma perché il prossimo lo sceglie, e gli va dietro. Peppino era fatto così. (p. 23)

"Una donna quasi perfetta": il matrimonio, inesauribile fonte di spunti letterari per Madeleine St. John


Una donna quasi perfetta
di Madeleine St John
Garzanti, 2020

Traduzione di Mariagiulia Castagnone

pp. 240
€ 16 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

Una donna quasi perfetta, di Madelein St John, è uno dei romanzi più inglesi che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi: c’è in questo libro tutto il piacere della conversazione arguta, la cura delle apparenze e il controllo delle emozioni che sì, forse rischiano di essere elementi un po’ stereotipati con cui etichettare un popolo e la sua letteratura, ma che senza dubbio richiamano una certa atmosfera. Si va a spasso volentieri dentro questo romanzo, costruito in buona parte per dialoghi efficacemente resi dall’uso puntuale che St John sapeva fare della parola ed egregiamente restituiti dalla traduttrice Mariagiulia Castagnone in questa edizione di recente pubblicata da Garzanti.
St John è stata un’interessante riscoperta degli ultimi anni, grazie soprattutto al suo romanzo di maggior successo, Le signore in nero, accolto con entusiasmo da critica e pubblico, tanto all’estero quanto nel nostro Paese. Una popolarità che, come spesso accade, le ha appiccicato addosso qualche etichetta a mio parere un po’ fuorviante o quantomeno non del tutto appropriata – vedi per esempio il richiamo a Jane Austen – perdendo di vista le peculiarità dell’autrice e della sua scrittura.
Quello che personalmente mi intriga di questa scrittrice australiana naturalizzata inglese è senza dubbio l’interesse per la questione femminile, fil rouge che lega ogni suo scritto, osservata da angolazioni e con risultati differenti ma una costante nella produzione letteraria di St John, insieme al gusto come si diceva per il dialogo, l’ironia pungente, l’interiorità dei personaggi.

mercoledì 21 ottobre 2020

#IlSalotto -"La città dei vivi": in dialogo con Nicola Laigioia a proposito del suo nuovo romanzo-verità

La città dei vivi

di Nicola Lagioia

Einaudi, ottobre 2020


pp. 459

€ 22,00 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)


 

Roma, quartiere Collatino, alba di sabato 5 marzo 2016. Marco Prato è in una stanza d’albergo a tentare il suicidio, Manuel Foffo è seduto sul divano di casa sua, al decimo piano di un condominio in via Igino Giordani, e attende il padre per un appuntamento. All’orario stabilito scende in strada, salta in auto quando arriva. Per i primi minuti fissa l’orizzonte, le linee di mezzeria. Poi parla: «Abbiamo ucciso una persona». Il signor Foffo spinge sull’acceleratore, si ritrova a sperare nell’omicidio stradale. Gli chiede come sia successo. «A coltellate. E a colpi di martello». Il cadavere si trova nell’appartamento al decimo piano in via Igino Giordani, a una manciata di metri dal divano su cui Manuel ha atteso, poco prima, il suo arrivo.

Chi è stato sulla scena del delitto ha parlato di un’aria malata, solidamente malata, dentro e fuori la porta d’ingresso. «Esperienze come quella» ha raccontato un carabiniere che era di turno, «ti convincevano definitivamente che il male non era un concetto astratto, ma una presenza palpabile». Così come è palpabile lo sconcerto di Manuel, che ricorda poco e niente delle torture che ha perpetrato ai danni di Luca Varani – un ragazzo di ventitré anni che neanche conosceva – salvo poi, con le manette ai polsi, rigettarle fuori con l’impeto e l’imprevedibilità dei conati di vomito. La giustizia non fatica a farlo collaborare: il suo atteggiamento sembra dire «Spiegatemi voi cos’ho fatto, aiutatemi a capire».

"Quello che non ti dicono": Mario Calabresi ritorna negli anni Settanta sulle tracce di una vita sommersa

Quello che non ti dicono
di Mario Calabresi
Mondadori, 2020

pp. 216
€ 18 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Ora, per capire, bisognerebbe immergersi in un'acqua scura dove riuscire a dare un nome preciso alle cose è un'impresa impossibile. Ricostruire nei dettagli quel che è successo negli anni Settanta è un'illusione. Quanta gente che è ancora viva potrebbe parlare, quanta gente sa, ha visto, sentito, vissuto. Oggi hanno i capelli bianchi, figli di 40 o 50 anni, e nipoti [...] Dentro di loro c'è ancora, forse lontano o magari vicinissimo e presente, quel ragazzo che sognava la rivoluzione, quello che aveva preso il gusto della violenza, quello che ha fatto cose di cui non ha voluto mai vergognarsi oppure che ha rimosso per non farci i conti. (p. 68)


Mario Calabresi è tornato negli anni Settanta. 
Come racconta all'inizio del suo nuovo libro, si era ripromesso di non frequentare ancora un periodo che ha per molto tempo indagato, analizzato e scritto (soprattutto con il suo emozionante e autobiografico Spingendo la notte più in là), un'epoca da cui è nata una ferita personale e collettiva che sanguina ancora. Eppure eccoli di nuovo, gli anni di piombo, che affiorano potenti dalle sue pagine con tutto il loro peso di memoria, vittime ed effetti collaterali.
Quello che non ti dicono è la storia della vita e dell'assassinio - avvenuto nell'aprile del 1975 - di Carlo Saronio, uno dei tanti morti di quegli anni bui. Una delle tante vite che non possiamo dimenticare.

Questa vicenda viene a cercare Calabresi, come un destino che si collega al proprio, quando a ottobre 2019 riceve la mail di Piero Masolo, prete missionario del Pime in Algeria e nipote di Carlo Saronio.
L'uomo si rivolge a lui per chiedergli aiuto: nel 2020 saranno trascorsi quarantacinque anni dalla morte dello zio e lui e la cugina Marta, figlia di Carlo nata dopo soli otto mesi dalla sua morte, sentono la necessità di ricordarlo. 
La sua figura è stata per troppi anni avvolta nel silenzio e la famiglia ha tenuto nascosti molti lati della sua storia e della sua scomparsa. La figlia non ha mai trovato la forza di fare domande e adesso fare luce su chi era davvero Carlo Saronio e sul perché sia stato ucciso serve a entrambi per andare avanti. 

martedì 20 ottobre 2020

Quanto è legittimo voler conoscere "l'altra"? Passione, dubbi, famiglia, nel nuovo romanzo di Cristina Comencini


L'altra donna
di Cristina Comencini
Einaudi, 2020

pp. 175
€ 18,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Essere l'altra non è mai semplice: quella che arriva dopo un divorzio, che viene liquidata come "la ragazza che ha fatto girare la testa all'uomo di mezza età". Bollata come la ex-studentessa ventenne che ha portato via Pietro dalla vita di Maria e dei loro figli, Elena vive in una dimensione che è fatta soprattutto di carpe diem e di leggerezza. Elena e Pietro condividono essenzialmente piaceri: si concedono passione e cene fuori casa, perché nel loro frigorifero tuttalpiù c'è il necessario per un aperitivo, quando lui torna da uno dei frequenti viaggi a Bruxelles, o dopo che lei rientra dall'ufficio. D'altra parte, per quanto i due considerino la loro relazione molto più di un'avventura e la definiscano una storia d'amore, non ci sono piani particolari per il futuro: intendono, piuttosto, godersi il presente.

Il corpo racconta segreti: "Modello dal vero", di Joann Sfar

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Modello dal vero
di Joann Sfar
Edizioni Clichy, ottobre 2020

Traduzione di Tommaso Gurrieri

pp. 200
€ 17 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)


Disegnare è una delle prime attività che impariamo già in tenera età. Disegniamo su fogli di carta, su cartoncini colorati, su pagine di giornale. Coloriamo le pareti di casa, i tasti di un pianoforte, le coperte sul divano. Quando siamo a gambe nude, i pennarelli solcano la nostra pelle creando geometrie astratte che diventano mappe interpretabili del nostro futuro. Poi, quando cresciamo, c’è chi continua con l’arte di riempire le giornate di colori, c’è chi invece mette i pastelli e le tempere in una scatola dei ricordi. Joann Sfar appartiene a quel gruppo che deve disegnare per capire il mondo: «Io disegno per capire, per tirare delle conclusioni, e per rendere ogni cosa sopportabile.» (p. 135) È dell’intersezione tra immaginazione e vita reale, tra rappresentazione e osservazione, tra modello dal vero e la sua risoluzione bidimensionale su un foglio bianco e di tutte le relative problematiche che Sfar ci parla in Modello dal vero.