domenica 15 dicembre 2019

#SpecialeMeridiani - Emily Dickinson, poetessa ribelle

La prima memoria che ho di Emily Dickinson la devo a mia madre, da sempre appassionata lettrice di poesia: Neruda, Garcia Marquez, Merini, Keats, e lei, Emily Dickinson, tra le capostipiti della poesia americana. Leggevo quei versi curiosi, originali, ne coglievo solo in parte il senso, ma immediata arrivava la bellezza della parola e la profondità del sentire. Poi è venuta l’immagine – fuorviante – di lei, la solitaria poetessa autoreclusa, vestita di bianco senza mai essere stata sposa, forse consumata da un amore non corrisposto, che ha scelto l’esilio circondata solo dalla propria fantasia poetica. Ci sono voluti altri anni e letture più approfondite per scindere la leggenda dalla realtà e riappropriarmi della poesia in tutta la sua forza espressiva. Similmente a quanto accaduto a Sylvia Plath, di cui si ricorda più spesso la modalità scelta per togliersi la vita dal valore della sua opera letteraria, anche per Dickinson resta nella memoria collettiva quell’immagine stereotipata, che certo ha contribuito ad alimentarne la leggenda, ma allontanandoci anche dalla realtà e dalla parola. Un’immagine manipolata, in parte per proteggerne la memoria – mi viene in mente, solo per fare un esempio celebre, il racconto biografico di Charlotte Brontë quale figlia devota votata al sacrificio, di cui si è a lungo cercato di negare il lato più passionale e ribelle del carattere – e in parte per creare la leggenda, perdendo però di vista oltre alla verità anche la forza della sue scelte.
Isolarsi dal mondo è stato per Dickinson un atto di ribellione contro una società nella quale non si riconosceva, una sfida al patriarcato e un atto di fede verso sé stessa.

#LibriSottoLAlbero - Quali graphic novel metteremo sotto l'albero?



Cari lettori,
il Natale si avvicina e così la scelta dei regali si fa sempre più inesorabile! Per aiutarvi a scegliere quali libri mettere sotto l'albero, anche quest'anno la nostra redazione si è fatta in quattro. Dopo la prima puntata su quali romanzi regalare (clicca qui) e la seconda sui saggi (clicca qui), eccoci alle prese con le graphic novel
Accanto al consiglio, troverete come sempre i consigli che ci portano ai nostri #CritiCOMICS, ovvero agli articoli usciti per la rubrica che dedichiamo a fumetti, manga, graphic novel. 

E buona scelta! 
La Redazione
***

sabato 14 dicembre 2019

#CritiCOMICS - In viaggio con Giopota, nell'ultimo, attesissimo, libro edito Bao Publishing

Inni alle stelle
di Giopota,
Bao Publishing, 2019

pp. 233
€ 17,00 (cartaceo)
€ 8 (ebook)



Inni alle stelle, l'ultimo libro di Giopota, dopo l'applauditissimo Un anno senza te già recensito da Critica Letteraria, è una affascinante storia che ha per protagonista Inni, un ragazzo appartenente ad una ricca famiglia. Destinato ad un matrimonio combinato e preda dei desideri della famiglia nei suoi confronti, Inni non sa come svelare ai suoi genitori che l'unica sua volontà è quella di viaggiare, vedere il mondo e soddisfare la propria sete di conoscenza, come suo cugino, arrivato in città proprio ad un passo dal fidanzamento del protagonista.

Inni non può più aspettare e, dopo aver cercato di convincere i propri religiosissimi genitori a dargli il permesso per un viaggio sulla via sacra che lo porterebbe in Galizia, l'unico motivo per cui la sua famiglia potrebbe acconsentire alla partenza, si allontana di nascosto, a seguito del cugino.

#SpecialeMeridiani - Nella mente di Kafka c’è un disordine coerente

Kafka. Tra tutti gli scrittori della letteratura mondiale lui è uno dei più letti e studiati. Quando si pensa a quell’omino magro e dai capelli scuri vengono in mente Il processo o La metamorfosi, opere così iconiche da aver inciso nel dizionario il termine “kafkiano”. Un’influenza che si riverbera in altri generi artistici come musica, fumetto e cinema. Ma cosa c’è dietro? Da cosa nascono queste opere? Qual è il terreno di coltura di questi incubi letterari?

Chi si è posto queste domande non può fare a meno di cercare molte risposte nel Meridiano Confessioni e diari. Nelle sue pagine troveremo una gran messe di appunti e riflessioni, insomma uno zibaldone di pensieri, come suggerisce Ervinio Pocar nella sua introduzione. Idee che si raggrumano in diverse forme: nelle cronache di viaggio, in quattro recensioni, nei diari oppure negli Otto quaderni in ottavo, un mix di ricordi e sogni. Tutto è utile per entrare nelle sfumature del labirintico modo di vedere di Franz Kafka. L’opera chiude la trilogia dei Meridiani sull’autore – le altre due sono dedicate alla narrativa lunga e breve – e si distingue per la copertina: un ritratto dallo sguardo intenso, firmato da Pericoli.

venerdì 13 dicembre 2019

Le parole che si perdono nel vento: sull'esordio in narrativa di Leonardo Luccone

La casa mangia le parole
di Leonardo G. Luccone
Ponte alle Grazie, 2019

pp. 528
€ 18,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

Cosa stanno a rappresentare le foto del passato? Sono la testimonianza di qualcosa di irreversibile. Sono grappoli di pensieri che precipitano nello spirito, aiutando i ricordi a conglomerarsi intorno ai ricordi altrui; la memoria zampetta sulle sabbie mobili dell’analogia. È qui che scaturisce la nostra immagine delle cose, che non è null’altro che una rappresentazione che ci inonda la mente come il caffè la mattina quando siamo assetati e storditi. A volte creiamo immagini in grado di smussare le nostre sporgenze, una macchinazione che ci modifica persino nell’aspetto. Non è il nostro viso che vedono, non è la nostra voce che odono, è un involucro grasso, è l’impalcatura del nostro scontento (p. 61).
Volgendo verso la fine dell’anno posso affermare che difficilmente mi capiterà, da qui al 31 dicembre, di interrompere un libro in lettura; quindi, il romanzo d’esordio di Leonardo Luccone – che nell’editoria non è nome sconosciuto, in quanto fra le altre cose è stato direttore editoriale di 66thand2nd e ha tradotto Cheever e Fitzgerald, mentre oggi, sempre fra le altre cose, dirige una realtà solida come l’agenzia letteraria Oblique – è il secondo e, spero, ultimo testo che non riuscirò a portare a termine nel 2019 (del primo libro interrotto, altro esordio clamoroso dell'anno, parlo qui).

L'immaginazione non ci seppellirà: un pamphlet di Matteo Meschiari spiega perché "fiction is action"

La grande estinzione.
Immaginare ai tempi del collasso

di Matteo Meschiari
Armillaria, 2019

pp. 82
€ 10,00 (cartaceo)



È un dato di fatto, al netto dei soliti negazionismi ipocriti e interessati: il pianeta in cui viviamo non gode certo di ottima salute, anzi. Ma se per salvarlo dovesse scegliere tra bellezza e immaginazione, un autore come Matteo Meschiari opterebbe per la seconda. Perché la prima è stata troppo spesso e troppo a lungo malintesa, e nella sua abitudine a farsi determinare in relazione alle epoche, ai contesti e alle culture ha perso i suoi caratteri di assolutezza per ridursi a mero adeguamento al canone di volta in volta vincente. L’immaginazione, invece, no. Perché immaginare è un verbo che non tende alla definizione, per quanto transitoria, semmai alla ri-definizione costante e continua, e nel momento storico in cui stiamo vivendo non c’è nulla che si ponga come più necessario di un totale ripensamento dei nostri paradigmi di azione e di pensiero, i quali saranno “belli” solo una volta che saranno diventati finalmente anche “buoni”. Nel suo ultimo libro appena pubblicato per Armillaria – La grande estinzione. Immaginare ai tempi del collasso – l’autore parla proprio di questo: del potere concreto e fattivo della fiction ai fini della nostra sopravvivenza.

giovedì 12 dicembre 2019

#PLPL19 - Quando la letteratura diventa provocazione. Incontro con Eduard Limonov

Incontrare Limonov significa vedere rovesciate tutte le proprie certezze sul ruolo dell’arte e della letteratura e scoprire che non tutti gli scrittori vedono nella loro attività il senso primario della vita. Ce ne sono alcuni, come Eduard Limonov, che si considerano «un individuo unico, non c’è il Limonov scrittore e il Limonov politico». L’ego letterario che spesso trasuda da ogni poro degli autori quando si relazionano con la platea in una presentazione o conferenza, allora, si sgonfia accasciandosi su se stesso come uno di quei pupazzi agitati dall’aria davanti alle concessionarie di automobili usate. Ecco perché incontrare Limonov è certamente l'esperienza da fare per capire quanto può essere forte il nostro amore per la letteratura.

Disobbedire per essere grandi: i volti "altri" del mito secondo Colloredo

La bellezza di Medusa 
di Sabina Colloredo
DeA Planeta, 2019

pp. 207
€ 14,90 (cartaceo)
€ 6,99 (ebook)


È una prospettiva interessante, anche se non inedita, quella assunta da Sabina Colloredo: con un linguaggio piano che riesce a farsi evocativo, ci mostra gli altri volti del mito. Non dunque quelli dei protagonisti, degli eroi, di chi sta per tradizione in piena luce. Ci mostra i volti dei cattivi, dei disubbidienti, dei feriti, di quelli in penombra. Soprattutto, i volti di quelli che per vincere non "hanno perso se stessi, [...] rinnegato la loro divinità" (p. 5). Di quelli che sono caduti (in alcuni casi letteralmente), sprofondati agli inferi, che sono stati imprigionati, ma che trovano nella coerenza del loro fallimento, delle loro ferite, una forma di dignità. 
Colloredo adotta, per le sue narrazioni, la formularità visionaria e poetica del mito. Il problema che attanaglia tutti i protagonisti è sempre quello dell'amore, impossibile o negato. Medusa è alla disperata ricerca di qualcuno che sia capace di starle accanto senza abbandonarla come ha fatto sua madre, il Minotauro sa che nessuno potrà mai accettarlo davvero per via del suo aspetto (la sua stessa nascita è stata accolta da urla di repulsione). Dolorosa e continuamente ribadita è l'idea che se vieni trattato come un mostro, finisci per diventare un mostro, per conformarti all'idea altrui:
Crescendo, la parte bestiale di me aveva preso il sopravvento su quella umana e il mio linguaggio si era impoverito. Immagino che fosse per la solitudine in cui vivevo o per l'orrore che leggevo negli occhi dei pochi che si prendevano cura di me. O forse era semplicemente il mio destino, la via senza ritorno che gli dei avevano scelto per il loro giocattolo mostruoso. (p. 49)

mercoledì 11 dicembre 2019

#PLPL19 - «Con la mia scrittura voglio recuperare la tradizione gotico-rurale italiana»: intervista ad Aldo Simeone.

Aldo Simeone è un giovane sorridente e cordiale. Ci incontriamo nella sala lounge del Roma Convention La Nuvola nel corso dell’edizione del 2019 di Più libri più liberi, la Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria. Entriamo in sintonia senza difficoltà e allora emerge chiaro come mai, quando avevo letto in anteprima il suo romanzo d’esordio, Per chi è la notte pubblicato da Fazi Editore, la storia del piccolo Francesco e della leggenda degli streghi in Garfagnana mi aveva subito conquistato. Ho ritrovato la stessa energia e vitalità, seppur ammantata di profondità, che contraddistingueva il romanzo nello scrittore pisano classe ’82 che lavora alla Loescher di Torino curando testi di storia e musica. Spontaneamente ci siamo dati del tu e abbiamo iniziato a dialogare come due amici.

Per chi è la notte è, prima di tutto, una storia di amicizia tra bambini. Credi che le esperienze definitive della vita siano proprio quelle vissute tra infanzia e adolescenza?
Assolutamente sì, quella è un’età di svolta fondamentale e credo proprio che questo romanzo rappresenti un momento di passaggio da un’età a un’altra, una crescita. Non è un caso che anche il mito garfagnino abbia come discrimen i 12 anni. Secondo il folklore, infatti, si nasce streghi se si viene al mondo tra il 24 e il 29 giugno e proprio all’età di 12 anni si è chiamati a passare una notte nel bosco senza mai rispondere ai richiami; se si raggiunge l’alba con successo si verrà liberati dalla maledizione di nascere streghi. Non è un caso che l’età discrimen, come dicevi, sia appunto questa della pre-adolescenza e quindi anche la tematica del bosco e dell’attraversamento dello stesso che racconto nel romanzo ha molto del rito di passaggio.

Storia di due stiliste: Jeanne Mackin racconta la rivalità tra Chanel e Schiaparelli in un romanzo storico all'insegna del colore

L’ultima rivale di Coco Chanel
di Jeanne Mackin
Rizzoli, 2019

Traduzione di Luisa Piussi e Isabella Zani

pp. 398
€ 20,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

Com’era Parigi nella seconda metà degli anni Trenta? Aria di guerra o meno, una cosa è certa: la Ville Lumière non era solo la capitale della Francia ma anche la rosa dei venti della moda europea, teatro di ininterrotte sfilate su e giù per i boulevard, i locali e gli hotel di lusso, nonché palcoscenico perfetto per l’esibizione di acerrime rivalità tra le menti creative più importanti del primo Novecento. Due di queste in particolare, Elsa Schiaparelli e Coco Chanel, passarono alla storia per il reciproco disprezzo del rispettivo operato, talmente agli antipodi da non consentire nessun incontro e nessuna pacificazione: stravagante, provocatoria e colorata la prima; lineare, essenziale e monocroma la seconda. Due idee delle moda che, come si capisce, corrispondevano ad altrettante idee di donna e filosofie di vita, e che di conseguenza dividevano la critica e la clientela, schierate categoricamente da una parte o dall’altra. Con un’eccezione: quella di Lily – giovanissima vedova americana, insegnante d’arte e pittrice in proprio – che nel 1938 va a trovare il fratello Charlie nella patria di croissant e baguette, e che quasi senza rendersene conto si ritrova a frequentare l’alta società e le sue stiliste d’elezione. In fuga da un passato traumatico e da un presente mediocre, sradicata e trapiantata in quello che le appare come un eterno circo di lustrini e paillettes, a poco a poco l’outsider si ritroverà a vivere entrambi gli atelier come tappe spontanee della propria quotidianità, stringendo con entrambe le “signore” legami di lavoro, fiducia, confidenza, bisogno. Il tutto in un clima dolce e frizzante come lo sono sempre quelli precedenti gli eventi rivoluzionari e bellici; un idillio destinato a interrompersi solo con la rottura degli equilibri diplomatici internazionali e l’avvento del nazismo.

martedì 10 dicembre 2019

"Flush. Biografia di un cane": lo spaccato di un'epoca attraverso gli occhi di Virginia Woolf (e di un cocker spaniel)

Flush. Biografia di un cane
di Virginia Woolf
Illustrazioni di Iratxe Lopez de Munáin
Feltrinelli, 2019

Traduzione di Iolanda Plescia

pp. 165
€ 19,00 (cartaceo)
€ 9,99 (e-book)



Flushie è mio amico, mio compagno e mi ama più di quanto ami la luce del sole.

Flush significa “tirare lo sciacquone” (!) e “rossore”. Ma è anche la parola onomatopeica del rumore di un sasso nell’acqua, un lancio che buca lo stagno. In questo caso Flush, protagonista e titolo del romanzo di Virginia Woolf, è semplicemente il cane della poetessa Elizabeth Barrett (1806-1861). Il cocker dal corredo cromosomico da manuale, erede senza contaminazioni di una razza antica come le conquiste territoriali spagnole. Un esemplare dalla morbida linea del cranio, «gli occhi grandi ma non sporgenti» e quell’espressione unica in grado di fondere furbizia, dolcezza e fedeltà.

L'ignoranza genera paura, e la paura impedisce l'integrazione: Sumaya Abdel Qader racconta la vita delle donne musulmane in Italia


Quello che abbiamo in testa
di Sumaya Abdel Qader
Mondadori, novembre 2019


pp. 200

€ 17,00 (cartaceo) 
€ 8,99 (ebook)


LA LETTURA DI CAROLINA PERNIGO

Quello che abbiamo in testa è il romanzo di formazione di una madre, di una donna musulmana. Al tempo stesso, però, è anche una storia di integrazione che coinvolge gli immigrati di seconda e terza generazione, ponendosi al centro di un dibattito attualissimo e contribuendo a smontare diversi degli stereotipi e dei pregiudizi che lo connotano. Narratrice è Horra, una donna con un nome inusuale che è forse anche un destino: il suo significato, Libera, è infatti in palese contrasto con quello che la società occidentale pensa delle donne musulmane. Il velo che indossano è considerato spesso una forzatura, un elemento omologante, il segno evidente di una realtà patriarcale e maschilista che vuole negare la femminilità del corpo e sancire la sottomissione della donna rispetto all'uomo. Proprio contro etichette simili si batte la protagonista, che si rende conto e vive quasi quotidianamente sulla propria pelle il fatto che vi sia "una generalizzazione verso e, forse, contro le donne musulmane, viste come un blocco unico e monolitico senza distinguo" (p. 19). Se però si considera che esistono quasi due miliardi di seguaci dell'Islam nel mondo, ci ricorda il testo, è difficile e scorretto tentare di trarre delle norme assolute considerando pochi dati, pochi casi, soprattutto se i modelli di riferimento sono gli estremisti, che non rappresentano certo la maggioranza dei credenti:
 “L'Islam non è... un mobile dell'Ikea. Cioè non è un oggetto che a una certa altezza, un certo peso e va assemblato in un certo modo. Certo, si basa su alcuni pilastri, che sono anche dei dogmi, come la preghiera, il digiuno di Ramadan, l'elemosina, il pellegrinaggio eccetera. L'Islam è vivo perché, come ogni religione, è un principio di vita, qualcosa che le dà un senso. Ed è vivo perché è vissuto da milioni di fedeli e vive nelle loro diverse espressioni.” (p. 136)

lunedì 9 dicembre 2019

Quattro donne e un uomo: quattro modi di vivere un rapporto.



Lettere d'amore per uomini (im)perfetti
di Maria di Biase - Anna Di Cagno - Paola Mammini - Elena Mearini
Cairo Editore,  2019 

con prefazione di Carlo Verdone

pp. 140
€ 14,00 (cartaceo)
€ 6,99 (ebook)


Lettere d’amore per uomini (im)perfetti racconta come quattro donne - una moglie, una ex, un’amante e una socia in affari - vivono e vedono il loro uomo Giorgio, al quale decidono di scrivere una lettera.
Il risultato è un  prodotto narrativo in cui il lettore ha la libertà di scegliere in quale canale entrare e da quale punto di vista vedere la storia. Non c’è un ordine di lettura; solo alla fine, mettendo insieme tutti i pezzi, si viene a delineare la personalità di un lui, che non ha voce autonoma nel libro. Ogni donna racconta nella lettera che scrive al “suo” uomo come lo vive e come lo sente nel rapporto; ne emerge un lui che deposita una parte di sé in ognuna delle quattro donne. Ci sono quattro parti autentiche dello stesso uomo, che rappresentano uno spunto di discussione per parlare di rapporti di coppia.
Interessante è anche la visione che si delinea dell’idea del rapporto a due, del fatto che ognuna delle protagoniste abbia bisogno di fare esistere una parte di sé nel rapporto, quasi a sentirsi in questo modo completa.

«È così difficile avere rapporti di coppia veramente limpidi»: "Confidenza" di Domenico Starnone

Confidenza
di Domenico Starnone
Einaudi, 19 novembre 2019

pp. 141
€ 17,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)



«L'amore, che dire, se ne parla tanto, ma non credo di aver usato spesso la parola, ho l'impressione, anzi, di non essermene servito mai, anche se ho amato, ho amato fino a perdere la testa e i sentimenti. L'amore come l'ho conosciuto io, infatti, è una lava di vita grezza che brucia vita fine, un'eruzione che cancella la comprensione e la pietà, la ragione e le ragioni, la geografia e la storia, la salute e la malattia, la ricchezza e la povertà, l'eccezione e la regola. Resta solo una smania che torce e distorce, un'ossessione senza rimedio: lei dov'è, dove non è, cosa pensa, cosa fa, cosa ha detto, qual era il significato vero di quella frase, cosa mi sta tacendo [...]» (p. 3).
Inizia così il nuovo romanzo di Domenico Starnone, Confidenza, all'insegna di un sentimento più vissuto che dichiarato: in effetti il protagonista, Pietro, intrattiene con la sua ex allieva Teresa un rapporto che è tutto fuorché misurato. Grande furia, nel bene e nel male, porta i due a stringersi in abbracci appassionati, ora a dividersi tra frasi taglienti, colpi all'autostima reciproca e ferimenti che sembrano portare alla fine della loro relazione. Ma poi ci sono i ritorni, le scuse, il loro «continuo volerci e respingerci» (p. 5). Almeno fino a quando un giorno, quasi per gioco, Teresa propone di confessarsi la cosa peggiore che abbiano fatto, il segreto che mai avevano rivelato a nessuno. Noi lettori non sappiamo che cosa i due si siano confidati, ma tanto basta per dividere definitivamente la coppia un paio di giorni dopo, questa volta senza litigi, ma - anzi - con un accordo quasi ancor più inquietante. Perché, in effetti, la confidenza reciproca segna quel che Teresa definisce un "matrimonio etico", una sorta di patto che nessuno dei due potrà infrangere mai; un legame per la vita, insomma, che di tanto in tanto rintocca come una minaccia o un ricatto. 

domenica 8 dicembre 2019

#SpecialeMeridiani - Zanzotto: l'io come paesaggio e linguaggio


Ricordo perfettamente che quando mi sono accostata per la prima volta ad Andrea Zanzotto, all'università, ho percepito una certa distanza dai suoi testi. 
Coglievo il suo ruolo fondamentale come poeta chiave della cosiddetta "quarta generazione" (1945-1954), ma il suo modo di narrare, l'utilizzo delle immagini e dei contrasti, la raffigurazione di un paesaggio di cui non conoscevo il carattere più intimo, hanno richiesto più tempo rispetto ad altri poeti. 

Inizialmente l'ho studiato sulle antologie, un po' per frammenti, cercando di cogliere dai singoli testi il senso dell'evoluzione del suo percorso attraverso le raccolte principali: da Dietro il paesaggio (1951) a Filò (1976) e poi in avanti fino Il Galateo in bosco (1978) e a Meteo (1996). Ma quello che ricavavo erano impressioni di paesaggio, fuggevoli visioni come registrate dal finestrino di un treno che viaggiava troppo veloce tra paesi sconosciuti.
Zanzotto è diventata un po' una sfida, un poeta sfuggente di cui avrei dovuto capire di più. 
È così che è arrivato il Meridiano Mondadori Le poesie e prose scelte (edizione a cura di Stefano Dal Bianco e Gian Mario Villalta, con saggi di Stefano Agosti e Fernando Bandini).
Il volume ha rallentato l'andamento del viaggio nell'opera di Zanzotto raccontandomi meglio, tappa dopo tappa, di che materia era fatta la sua poesia e mettendo a sistema le molte componenti di un mondo letterario che dal suo esordio (trentenne) nel 1951 agli anni duemila è cambiato in modo eccezionale raccontando le principali sfide umane della contemporaneità. 

Ho compreso dapprima il ruolo appartato, eppure intimamente europeo di Zanzotto
Pier Vincenzo Mengaldo nella sua introduzione a un altro Meridiano, Poeti italiani del Novecento, lo definì "un epigono fuori dal tempo dell'ermetismo", sottolineando un'ideale derivazione da Ungaretti, Gatto, Quasimodo che è andata intrecciandosi con le influenze del surrealismo di Éluard, l'estetismo di D'Annunzio, la spinta morale di Leopardi, la tormentata vicenda esistenziale di Hölderlin. 
Echi dell'ermetismo emergono dalle prime raccolte principali (Dietro il paesaggio; Elegia e altri versi, 1954) nella scelta degli stilemi, delle associazioni, nella ricerca dell'essenziale. Non è manierismo, è un primo passo nella definizione della sua poetica letteraria. 

#LibriSottoLAlbero - Quale saggio scegliere per Natale?




Cari lettori,
eccoci alla seconda puntata dei LibriSottoLAlbero. La scorsa settimana vi abbiamo consigliato i romanzi che regaleremo in redazione (per la puntata, clicca qui), ma tanti di voi ci hanno chiesto quali saggi invece sceglieremmo dalle nostre librerie e a chi li dedicheremmo. Ecco, dunque, il secondo genere di consigli: abbiamo frugato tra le nostre letture saggistiche dell'anno e siamo certi che anche voi farete tesoro dei tanti consigli qui sotto (ci sono sempre gli auto-regali, non vi pare?). 

Buona lettura e buoni regali di Natale,
La Redazione

***

Barbara regalerà
"A Dublino con James Joyce" di Fabrizio Pasanisi (Giulio Perrone ed.)
Perché: nel lontano 2003, quando ero al liceo, il prof di Italiano ci consegnò un compito a casa: lettura e analisi del testo di "Eveline" di James Joyce. Mentre riportavo in classe la mia recensione del racconto, il professore insinuò che fossi stata aiutata nel svolgere il compito da qualcuno di più grande (forse mia sorella, disse). Mi sentii sminuita e tradita, soprattutto perché l'insegnante conosceva bene la mia passione per la letteratura. Ci rimasi così male che non mi avvicinai mai più a Joyce. Eppure, quel momento segnò una presa di coscienza fondamentale del mio percorso: illuminò la strada che intendevo seguire, mi fece scoprire (per la prima volta consapevolmente) quello che davvero mi piaceva fare. Con questo libro, che racconta le vicende umane e artistiche di Joyce, ho colmato in parte il senso di colpa per non aver più incontrato Joyce nella mia strada di scrittrice e ho ritrovato la sensazione originaria di piacere e soddisfazione che la critica letteraria mi ha regalato per la prima volta in quel lontano 2003... Un ottimo auspicio per il Natale in arrivo!
A chi: a chi aspetta le vacanze natalizie per lanciarsi in una lettura impegnata, ma piacevole. A chi legge per il gusto di scoprire, di saperne di più. A chi ama l'Irlanda, ovviamente, e ritroverà in questo libro le strade di Dublino, i suoi corsi d'acqua, i parchi: un modo per viaggiare anche quando non si può. A chi non ha mai letto James Joyce, perché possa innamorarsene, e a chi, invece, lo conosce attraverso le sue opere, perché potrà scoprire aneddoti e curiosità insolite.

sabato 7 dicembre 2019

#LectorInFabula - Judy non ha nessuno che guidarla potrà: "Papà Gambalunga" di Jean Webster

Papà Gambalunga
di Jen Webster
Caravaggio Editore, 2019

Traduzione di Enrico De Luca e Miriam Chiaromonte

pp. 264
€ 15,50 (cartaceo)
€ 4,99 (ebook)

 
Papà, papà, Gambalunga, Gambalunga,
tu per Judy sei davvero importante. 
Papà, papà, Gambalunga, Gambalunga,
lei ti pensa e ti ripensa ogni istante


I bambini tra gli anni Settanta e Novanta hanno fatto colazione e merenda con i "meisaku". Con questo nome si definiscono gli anime tratti da romanzi della letteratura occidentale. Heidi, Anna dai capelli rossi, Lupin, Il mistero della pietra azzurra e molti altri che il nostro io bambino non ha ancora dimenticato, nonostante gli occhi enorme e tremuli, poggiano la loro base narrativa su romanzi e opere occidentali. 
Il loro grande pregio è stato quello di introdurre i bambini di ogni emisfero alla conoscenza di grandi classici e di storie meno note di autori europei e americani. Papà Gambalunga dell'autrice americana Jean Webster, recentemente ripubblicato in versione integrale da Caravaggio Editore, rientra in questo filone. Tutti ricordiamo la vivace orfana Judy Abbot e i suoi codini rossi e il suo misterioso benefattore. La ricordiamo così bene che la citazione tratta dalla sigla di Alessandra Valeri Manera e Cristina D'Avena l'abbiamo probabilmente letta cantando. E se da bambini non avevamo appieno la percezione delle tematiche adulte che si nascondevano dietro l'animazione, con la lettura del romanzo non possiamo più fingere di non riconoscere la profonda solitudine che si annida nell'animo di Jerusha Abbot.

#SpecialeMERIDIANI - La montagna magica (o incantata?) di Thomas Mann e il sempiterno e affascinante dilemma della traduzione

Raccontare perché ho eletto Thomas Mann a mio scrittore preferito, su tutti, mi rimanda alla mia adolescenza, quando, affascinata dal passaggio storico, letterario e culturale tra Ottocento e Novecento, feci «letture matte e disperatissime» (in realtà assolutamente piacevoli e stampate nella memoria) degli autori che caratterizzarono questo snodo cruciale di tempo.
Non potevo non imbattermi in Thomas Mann e ne I Buddenbrook, prima mia lettura dell'autore tedesco. E fu amore a prima vista. Da lì decisi di comprarmi tutte le opere di Mann.
Un posto particolare nel mio cuore è occupato da La montagna incantata, milleduecento pagine di meraviglia. Lo comprai, era il 1983, nell'edizione Dall'Oglio (una brutta edizione, se si può dire, in due volumi, con una copertina bianca e rossa e un disegno che non mi piaceva per niente). Lo lessi, quindi, nella prima traduzione che comparve in Italia di questo libro, la versione di Bice Giachetti-Sorteni, uscita a Milano nel 1930, sei anni dopo la pubblicazione in Germania dell'opera originale (1924) e un anno dopo l'assegnazione a Thomas Mann del premio Nobel per la letteratura (1929). Allora ero una studentessa di liceo classico, ben più addentro al greco e al latino che non alle lingue straniere (che allora, al classico, si fermavano al ginnasio e comunque io studiavo inglese). Questo per dire che non mi ero ovviamente posta il problema della traduzione del titolo originale, Der Zauberberg. All'università poi mi iscrissi a Lingue e iniziai a studiare il tedesco, lingua assai complessa, ma pericolosamente affascinante. In quel periodo tornai quindi a Mann. Non mi spingo a dire che rilessi le opere del mio autore preferito in lingua originale... no, quella sarebbe stata una montagna ben poco incantata per me da affrontare, ma iniziai a meditare sul problema della traduzione di un testo letterario. Qualsiasi testo. Ma anche allora non immaginavo che la traduzione di Der Zauberberg avesse già fatto discutere gli addetti: Ervino Pocar, infatti, nella seconda traduzione che apparve in Italia del romanzo di Thomas Mann (1965), si pose il problema della trasposizione esatta del titolo, proponendo il concetto di «magia». Che è proprio la traduzione italiana del termine tedesco Zauber (Berg significa "montagna"). Infatti Die Zauberflöte noi lo conosciamo come Il flauto magico. «Incanto» si dice invece «Verzauberung», ma in realtà, giusto per complicare un poco le cose, si può usare anche proprio il termine «Zauber».

venerdì 6 dicembre 2019

L'inferno sono gli altri: "Il purgatorio non è eterno" di Claudio Uguccioni

Il purgatorio non è eterno
di Claudio Uguccioni
Ronzani Editore, 2019

pp. 363
€ 17,00 (cartaceo)


«Inoltre le nostre stanze sono insonorizzate, teniamo molto alla privacy dei nostri clienti».Appena finì di pronunciare quell'ultima frase fu come se si fosse accorto che con un cadavere steso a terra non era molto opportuno parlare di privacy. (p. 12)
Roma 1995: il professore di storia Émile Martin viene trovato morto. Si è sparato con una Beretta calibro 22 e, visto che la moglie e il figlio sono morti in un incidente d'auto pochi mesi prima, il suicidio pare la risposta più ovvia. Al vice commissario Luigi Ranieri però la cosa non torna: perché uccidersi in un anonimo motel di Roma? Perché prenotare un volo per Washington proprio poco prima di spararsi? Perché il Vaticano e le sue forze dell'ordine si stanno interessando a questo ignoto storico francese?
Se state pensando di essere capitati in un ennesimo codice che prende il nome da qualche genio rinascimentale potete rilassarvi: dietro questo thriller storico non c'è nulla di così sensazionalistico come le storie che ci arrivano da oltre oceano. Ma c'è una ricerca storica accurata, una costruzione dei personaggi ben calibrata e un ritmo sostenuto che aprono lo sguardo su uno degli scenari forse un po' trascurati, narrativamente parlando, della nostra storia contemporanea: la politica della ex Jugoslavia.

#LectorInFabula - Due favole per Natale: Ernest & Celestine e Volpe 8

Ernest e Celestine
di Daniel Pennac
Illustrazioni di Benjamin Renner
Feltrinelli, prima edizione 2013

Traduzione di Yasmina Melaouah

pp. 218
€ 19 (cartaceo)

Volpe 8
di George Saunders
Illustrazioni di Chelsea Cardinal
Feltrinelli, 2019

Traduzione di Cristiana Mennella

pp. 52
€ 10 (cartaceo) 


C’è un piacere tutto particolare nel leggere da adulti testi che per definizione sarebbero destinati all’infanzia e che magari in passato abbiamo già incontrato proprio nelle nostre prime avventure da lettori. Le storie di Beatrix Potter e i suoi piccoli amici animali, le bellissime illustrazioni di Richard Scarry, fino ai romanzi di Roald Dahl, Italo Calvino e il mondo di J. K. Rowling, solo per citarne alcuni tra quelli che hanno accompagnato, come per tantissimi altri, anche la mia infanzia. Si lega alla lettura un misto di tenerezza e nostalgia, il ricordo della scoperta delle storie, i pomeriggi in biblioteca e libreria insieme ai miei genitori, la lettura condivisa e una passione nata allora e cresciuta nel tempo. Il periodo delle feste è forse quello più adatto per coltivare un po’ il nostro lato infantile e interpretare quelle favole con la consapevolezza dell’età adulta, cercando al contempo di non perdere del tutto l’incanto di quando eravamo bambini e il piacere semplice della storia.
Tra le proposte natalizie di Feltrinelli editore, due titoli mi hanno subito incuriosita: Ernest & Celestine, di cui da piccola avevo letto alcuni albi illustrati, e Volpe 8 una nuova pubblicazione, entrambi firmati da due autori che la me lettrice adulta conosce e ha frequentato in diverse occasioni, Daniel Pennac e George Saunders. Due storie diverse, per contenuti, scelte stilistiche e formato, ma allo stesso tempo correlate in qualche modo, per la sensibilità con cui i due narratori si sono avvicinati ai giovani lettori quale ideale pubblico delle favole in questione, e per alcune tematiche e spunti che si ritrovano in entrambe.