giovedì 21 novembre 2019

Il cupo scintillio della crociera di "Lady killer" di Elisabeth Sanxay Holding

Lady killer
di Elisabeth Sanxay Holding
Elliot, 2019

Traduzione di Roberta Arrigoni


pp. 172
€ 16,50 (cartaceo)


Le persone in linea di principio non erano malvagie, non erano senza cuore; semplicemente non credevano che certe cose potessero succedere. Uno sparo nella notte era il ritorno di fiamma di un'automobile; un grido d'aiuto era lo schiamazzo di un festaiolo. Mrs Condy stesa a terra con il viso ricoperto di cenere era Mrs Condy che smaltiva una sbronza. (p. 102)
Honey, bella ragazza dall'andatura sinuosa, sta per partire per la sua prima crociera con il marito, Weaver Stapleton. Certo, è innegabile che lui disponga di notevoli mezzi finanziari e il visone che lei indossa e fa risaltare così bene la sua figura ne è la prova. Però, dietro questo timido calcolo, c'era davvero la speranza che tra di loro potesse crearsi un matrimonio fatto di stima e reciproco affetto. Invece lui non perde occasione per darle addosso e ricordarle quanto scarsa sia la sua istruzione e quanto le sue maniere si debbano ancora affinare. Nulla di strano se, durante un viaggio così disastroso, Honey cerchi di svagarsi stringendo amicizia con un'altra coppia in viaggio di nozze. Se poi quella coppia sembra essere avvolta da un'aura di sfortuna e tutto sembri indicare che la povera novella sposina sia in pericolo di vita, la curiosità è ancora più giustificata. Perché su questa crociera dal cupo lusso e dalle relazioni poco limpide c'è un gran gioco di maschere: tutti vorrebbero essere qualcosa o qualcuno che purtroppo non potranno mai diventare.

La perfezione della commedia cosmica: "Il ciarlatano" di Isaac Bashevis Singer


Il ciarlatano
di Isaac Bashevis Singer
Adelphi, 2019

Traduzione di Elena Loewenthal
A cura di Elisabetta Zevi 

pp. 269
€ 20 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Da tempo non sospetti noi di CriticaLetteraria siamo dei grandi amanti di Isaac Bashevis Singer (come bene possiamo testimoniare qui). Tuttavia per il caso del libro di cui tratteremo, ovvero Il ciarlatano il rischio vero è quello di passare da amanti ad "adepti" dello scrittore pubblicato da Adelphi. Già, perché il romanzo in questione, tradotto magistralmente da Elena Loewenthal, è un vero e proprio piccolo/grande capolavoro che ci consegna non soltanto un narratore brillante e perfettamente a proprio agio con "la trama e l'ordito della grande commedia su carta", ma anche in grado di dispensare anche sublimi riflessioni su Dio, l'universo e il senso stesso della vita, magari in un passaggio rapido o in periodo che, peregrino, "precipita" tra una pagina e l'altra. Singer ne Il ciarlatano si presenta al lettore come "il gran demiurgo della storia" e noi non possiamo che rimanerne affascinati, incantati e, un poco, ossessionati.

mercoledì 20 novembre 2019

#SpecialeSciascia - Il rapporto con la stampa e l’impegno giornalistico

Sciascia iniziò prestissimo la sua collaborazione giornalistica con numerosi giornali locali prima e nazionali poi (l’8 novembre del 1944 su Vita Siciliana appare una nota dedicata a Quasimodo); per un periodo fu anche iscritto all’Ordine dei Giornalisti, ma poi preferì restare un semplice “collaboratore”. I termini di questo rapporto con la scrittura in genere, e con la stampa in particolare, devono essere ricondotti tutti all’esigenza di dimostrare verità nascoste sotto un velo, a volte travestito da sudario.  E si può addirittura datare la sua parabola di scrittore a partire proprio dalla collaborazione alle pagine di alcuni fogli siciliani, se è vero che queste anticipano almeno di sei anni l’esordio letterario del 1950 con le Favole della dittatura.
Forse per tali ragioni, per le quali non è possibile delineare gli aspetti di questo rapporto senza capire le motivazioni intrinseche che lo portano a scrivere è utile indicare i parametri con cui si misura lo scrittore avvicinandosi al ruolo di giornalista.  In lui scrittura letteraria e scrittura giornalistica si mescolano e si contaminano vicendevolmente, beneficiando poi ognuna a suo modo della chiarezza e dello stile che rende analitica e problematica la prima, aperta a impreviste soluzioni e bruschi scarti analogici la seconda (come suggerisce Antonio Di Grado in un saggio del 1986, Leonardo Sciascia, la figura e l’opera, Pungitopo Editrice).

#CritiCOMICS - «Senza sangue» di Baricco diventa una graphic novel di alta qualità


Senza sangue
di Alessandro Baricco
sceneggiatura di Tito Faraci
disegni di Francesco Ripoli
colori di Manuela Nerolini
Lettering di Luca Bertele
Feltrinelli, 2019

pp. 96
€ 16,00 (cartaceo)

Senza sangue è un romanzo breve di Baricco, uscito per la prima volta nel 2002: è un romanzo di vendetta, un tema fondamentale in letteratura, che tuttavia viene trattato con una buona dose di delicatezza. In questo testo – il quinto di Baricco – troviamo molte delle caratteristiche dello scrittore torinese: luoghi che sembrano essere non luoghi (come in Oceano mare), una scrittura leggera ed evanescente con un tocco di surrealtà (come la troviamo anche in Seta), personaggi dai tratti indefiniti descritti con brevi pennellate (come in Castelli di rabbia). È un romanzo che in pochissime pagine riesce a dire molto, in cui a primeggiare è il non detto, o meglio: un enorme background che emerge senza mai essere realmente trattato.

Del mestiere di far libri: Leonardo Sciascia scrittore editore

Leonardo Sciascia scrittore editore 
ovvero La felicità di far libri
a cura di Salvatore Silvano Nigro
Sellerio, aprile 2019 (I ed. 2003)

pp. 334
€ 16 (copertina flessibile)
€ 9,99 (ebook)




Non è un mistero che la storia dell’editoria possa nascondere piacevoli sorprese. È una disciplina, se vogliamo, ibrida, che interessa lettori e studiosi animati da diverse passioni: la storia e la filologia, prima di tutto. Non è un mistero, dicevo, ma spesso ce ne dimentichiamo. Ci dimentichiamo che non solo i libri sono custodi di un’epoca, ma anche le collane, i cataloghi, i premi letterari e le case editrici che li hanno pubblicati lo sono. Le scelte editoriali sono figlie del loro tempo: il modo in cui si facevano i libri cinquant’anni fa era diverso da come si fanno oggi. Diversi i canoni estetici, le competenze, gli stili; diverso il mercato, perché diversi erano i lettori, cioè tutti noi. Quindi, studiare la storia dell’editoria può essere anche un modo di ripercorrere o fotografare un’epoca attraverso una lente originale, non comune, eppure rivelatrice.
Leonardo Sciascia scrittore editore ovvero La felicità di fare libri, pubblicato per la prima volta nel 2003 e riproposto questo 2019 da Sellerio, va ben oltre il nobile e sentimentale intento commemorativo: dei 50 anni della casa editrice palermitana e dei 30 anni dalla scomparsa del suo creatore spirituale, Leonardo Sciascia. Questo bel libro è a tutti gli effetti la fotografia di un momento storico preciso, che copre grosso modo gli anni '70 e '80 del secolo scorso. Esso raccoglie i segnalibri, i risvolti di copertina, le note dell’editore, le avvertenze, insomma una buona parte del lavoro di redazione realizzato da Sciascia per le collane «La civiltà perfezionata», «La memoria», «Quaderni della Biblioteca siciliana di storia e letteratura», «La diagonale», il «Fuori collana» e i due progetti «La noia e l’offesa» e «Delle cose di Sicilia».

martedì 19 novembre 2019

Oltre la saga norrena c'è la vicenda di un uomo: "Il vichingo nero" di Bergsveinn Birgisson

Il vichingo nero
di Bergsveinn Birgisson
Iperborea, 2019

Traduzione di Silvia Cosimini

pp. 448
€ 20,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook) 


Se avete amato Vikings (come avete fatto, dico io), forse questo libro non fa per voi. Il vichingo nero è infatti quella ventata di aria fresca che aspettavamo per aggiungere ai molti titoli dedicati alle saghe norrene un testo ben strutturato, dalla forte attendibilità storica, con fonti, mappe e citazioni da altre saghe. Non propriamente un romanzo quindi, ma non per questo meno avvincente delle molte epopee fantastiche dedicate ai vichinghi. Interessante anche il formato scelto dalla casa editrice, diverso da quello con cui Iperborea si è imposta e resa riconoscibile nel panorama editoriale italiano, per permettere una consultazione più agevole degli apparati presenti nel testo.

"Bianco": Ellis tra polemiche, spunti di discussione ed ego

Bianco
di Bret Easton Ellis
Einaudi, 2019

Traduzione di Giuseppe Culicchia

pp. 289
€ 19 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)



Ho amato e odiato questo libro in egual misura. Un po’ come amo e odio Bret Easton Ellis stesso, tra romanzi e tweet. Ma ringrazio il cielo che ci siano personaggi come lui, che non conoscono il finto buonismo, ci forniscono buone ragioni per avviare il dibattito e hanno ancora il coraggio di esprimere le proprie opinioni, anche – e soprattutto – quando sono consapevoli potrebbero essere impopolari. “Opinioni”: potrebbe essere proprio questa la parola chiave per interpretare “Bianco”, che non è un memoir, non è del tutto un saggio, di sicuro è un testo molto personale, non privo di contraddizioni e debolezze, parziale, ovviamente, per sua natura. È un distillato dell’Ellis pensiero, è un viaggio nei ricordi, nel suo mondo tra privato e pubblico, sono frammenti della sua vita e carriera – ma ben lungi dall’essere strutturati in forma di biografia ragionata – è il suo sguardo sulla società a partire da una sensazione di fastidio su dinamiche e stereotipi tra realtà e web.
Non sempre mi sono trovata d’accordo con le opinioni di Ellis, ma sempre in ogni caso ne apprezzo l’onestà nell'esprimere senza filtri ciò che pensa, qualità in cui non è tanto facile oggi imbattersi, specie quando hai un ruolo – e, di conseguenza, un’immagine – pubblica da difendere. Le reazioni a questo libro sono arrivate presto, da una parte all'altra dell'oceano e, neanche a dirlo, sono diametralmente opposte: si dividono in sostanza tra chi celebra la libertà di espressione dimostrata da Ellis e chi lo accusa di essere un narcisista, lagnoso e autoreferenziale. La verità probabilmente sta in mezzo, anche in questo caso, perché è vero che a tratti il libro è un po' troppo autoreferenziale, il tono si fa talvolta troppo lamentevole e nostalgico, le argomentazioni non sempre sufficienti e il campo di osservazione (gli Stati Uniti, in linea di massima) troppo circoscritto, ma d'altra parte la prima cosa che mi ha colpita è, ancora una volta, l'onestà con cui l'autore esprime le proprie opinioni, appunto, a partire dal presupposto che sono assolutamente soggettive, parziali. Per contro, non c'è praticamente nulla di Ellis scrittore come lo conosciamo, né mi sentirei di definirlo un intellettuale nel senso canonico del termine, proprio per la visione troppo ego riferita e le argomentazioni a sostegno delle sue idee a tratti un po' troppo scarne, specie su certi argomenti.

lunedì 18 novembre 2019

Infinità provvisorie nel canzoniere di Franco Arminio: "L'infinito senza farci caso"

L’infinito senza farci caso. 
Poesie d’amore
di Franco Arminio
Bompiani, 2019

pp. 127
€ 14,00 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)


Ho conosciuto Franco Arminio per Cedi la strada agli alberi e Resteranno i canti, per l'incisività di parole che levavano un potente inno alla vita, che celebravano la forza della poesia e ci richiamavano alla responsabilità del nostro stare al mondo. La nuova raccolta, recentemente edita da Bompiani, riprende in parte queste tematiche, ma le declina in termini differenti. L'obiettivo è quello di farci riflettere su un aspetto suggerito già dal titolo: la nostra esperienza dell'infinito, che però sempre presenta un limite, nella nostra incertezza, nella distrazione, nella volatilità dei nostri sentimenti. I nostri sono infiniti sfiorati "senza farci caso", sempre provvisori, come provvisorie sono le intimità rappresentate nei testi. Non c'è infatti un unico amore, un unico modo per rapportarsi con l'alterità: "l'amore è una dimensione [...] locale, si svolge sempre in un luogo ed è sempre inedito ogni suo gesto" (p. 122). Ecco perché la raccolta ne mostra le sfaccettature, che sono tante quante sono gli incontri, le notti, i corpi toccati, gli sguardi con cui si è affrontato l'altro. Le mostra in una poesia i cui frammenti vengono ricomposti in un mosaico coerente, in un gioco di riflessi di un ideale comune. L'invito mosso al lettore è quello di aspirare all'eccesso – di vita, di cuore – perché in amore non è data mediocrità, perché solo un atteggiamento che ambisce al superamento degli ostacoli, che ricerca l'infinità, garantisce l'accesso alla pienezza. 
La poesia, cioè l'arte di cantare la bellezza e il terrore di essere al mondo, parteggia per la ricerca di nuovi modi di percepire noi stessi e gli altri. L'amore per essere nuovamente vivo deve portare dentro l'infimo e l'immenso, non può stazionare nelle righe dell'uomo intermedio. (p. 121)

La violenza degli agiati: l'esordio di Patrizio Bati con «Noi felici pochi»

Noi felici pochi
di Patrizio Bati
Mondadori, 2019

pp. 168
€ 17,00 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)

Non lo capiva quel coglione che sarei stato un incosciente a far nascere un bambino prima di potergli garantire tutto quello che avevamo avuto noi? (p. 97)
Noi felici pochi è un romanzo strano, se diamo credito alle recensioni che si trovano online (fra tutte spiccano quella di D’Orricosul Corriere e quella di Insolia su L’Indiependente). Ciò che colpisce è il fatto che Patrizio Bati è uno pseudonimo volto a ricalcare il nome del protagonista di American Psycho che consacrò a suo tempo la penna di Bret Easton Ellis, così come che, come si legge a p. 6, «tutte le persone di cui si parla sono state realmente aggredite e malmenate». In effetti le due cose – anonimato e veridicità degli eventi – sembrano connesse: il fatto che i pestaggi e le aggressioni narrate nelle 170 pagine siano realmente accadute sembra giustificare in qualche modo la necessità dell’anonimato. Ma se ciò fosse vero, sorge spontaneo chiedersi, sarebbe il caso di pubblicare un libro del genere? Perché così messa la cosa risulta una specie di confessione, senza tuttavia la necessità della riservatezza dovuta al segreto professionale di uno psicologo o di un prete.
Diamo dunque per scontato che ciò che stiamo leggendo sia un artificio narrativo, un espediente volto a creare un alone di mistero intorno al fantomatico Bati (il quale ha anche un profilo Facebook a dir poco inquietante), e non un romanzo-verità, ché altrimenti sarebbe forse il caso di agire in ben altra direzione.

domenica 17 novembre 2019

La guida di viaggio perfetta per chi sogna di immergersi nella natura e nella cultura giapponesi

Onsen - Sorgenti e località termali del Giappone
di Steve Wide e Michelle Mackintosh
L'ippocampo, 2019

Traduzione e revisione di Stefania Piotti e Luca Vanni

pp. 192
€ 15,00


Ci sono mille modi per pianificare un viaggio. C’è chi organizza le tappe in ogni minimo dettaglio mesi prima della partenza, oppure chi compra la guida turistica solo una volta arrivato a destinazione. C’è chi non ama le mete turistiche o chi vuole scattarsi un selfie di fronte al monumento più famoso del luogo, pur di far sapere al mondo intero di essere un globe trotter nato. C’è chi poi, come Steve Wide e Michelle Mackintosh, scrive di viaggi prediligendo itinerari poco battuti dalla massa, concentrandosi su un aspetto del luogo che molti sconoscono e arrivando a un tale livello di familiarità con esso da potersi spacciare per uno del posto senza destare il benché minimo sospetto. Onsen - Sorgenti e località termali del Giappone è proprio il frutto dell’amore per uno degli aspetti della cultura nipponica, le terme appunto, diventato così profondo da riuscire a essere il protagonista unico di una guida di viaggio monotematica. Mono in questo caso non riduce la portata della trattazione, ma la amplifica, generando un testo sui generis nel senso letterale del termine, dedicato cioè al genere di racconto di chi ama viaggiare scoprendo ogni singolo aspetto di un paese per farlo proprio e riportarlo a casa con sé.

#SpecialeMERIDIANI - Le passioni di Stendhal



L’incontro con Henri Beyle è avvenuta, in maniera più attenta, nel periodo in cui ho lavorato alla mia tesi di dottorato su Sciascia, soprattutto in rapporto al legame che unisce  Stendhal a Leonardo Sciascia attraverso Paul-Louis Courier, un polemista francese di epoca napoleonica.  Nei «pamphlet» sciasciani, quei libelli in cui la storia si confronta con il romanzo, in cui la Francia delle letture giovanili e degli ardori illuministi riaffiora prepotentemente, si respirano infatti Stendhal e Courier.
Inoltre,  nel 1811, lo stesso anno in cui Stendhal viaggiava in Italia, ma non spingendosi oltre Napoli, Courier era già giunto in Italia da tempo: a Milano ed a Roma, durante la seconda campagna d’Italia, nel 1799, poi  nel 1804, partecipando a varie campagne militari e ancora  dopo le sue dimissioni, dal 1809, vi era rimasto, sognando un viaggio in Grecia che non riuscirà mai a fare. La Sicilia, il luogo agognato, il mito tanto ricercato gli sarà però negata; analogo destino di Stendhal. 

sabato 16 novembre 2019

L'amore, la guerra e tanti intrighi: "Il segreto di Botticelli" ci porta nel Cinquecento di Giovanni dalle Bande Nere

Il segreto di Botticelli
di Lisa Laffi
tre60, 2019

pp. 352
€ 15 (cartaceo)
€ 6,99 (ebook)


Una passione proibita che porta all'amore, ferite mortali, intrighi di corte: L'ultimo segreto di Botticelli affonda negli anni dell'inizio del Cinquecento, quando l'Italia è una realtà frammentaria in cui i giochi di potere possono provocare rivolgimenti continui. E i tanti punti oscuri della storia non fanno che alimentare la fantasia di tanti narratori. 
La sua protagonista, Luce, è una guaritrice, che ha ereditato dalla madre le conoscenze erboristiche per salvare vite in serio pericolo. Così viene chiamata al cospetto di Bianca Riario Sforza, figlia della celebre Caterina Sforza: quella donna, che conosceva bene la madre di Luce, promette alla ragazza una via d'uscita dalla povertà e la porta a corte. Quel che la nobildonna di San Secondo non sarebbe mai aspettata è che suo fratello, il celebre Giovanni dalle Bande Nere, si sarebbe innamorato della ragazza. Lui, soprannominato il Grande Diavolo per la spregiudicatezza in battaglia e per il gran numero di donne che ha portato nel suo letto, sembra provare qualcosa di nuovo per Luce: mentre lei cura le sue ferite di guerra, lui affonda nei suoi strani occhi ambrati e pensa a come quella passione possa avere un esito diverso dal solito addio frettoloso. 

#CritiCOMICS - il doloroso viaggio tra le ombre del passato giapponese. "Le malerbe", le comfort women in Corea.

Le malerbe
di Keum Suk Gendry-Kim
Bao Publishing, 2019

Traduzione di Mary Lou Emberti Gialloreti

pp. 488
€ 25,00 (carteceo)
€ 9,46 (ebook)


«Per quanto modesto, questo libro è dedicato a nonna Yi Okseon, figlia gentile, donna forte, madre devota ai suoi figli, accogliente e calorosa con i propri vicini. A tutte le nonne vittime della schiavitù sessuale dell’esercito giapponese che ci hanno già lasciato, e a tutte le magnifiche persone che resistono e sono ancora qui. Grazie». Estate del 2017 – Keum Suk Gendry-Kim (p. 484)
Corea, Pusan 1934. Yi Okseon è una bambina povera che ha un solo sogno: andare a scuola come i suoi fratelli per scoprire le cose belle del mondo. Ma Okseon sa che questo è impossibile: la sua numerosa famiglia è povera, affamata e riesce a sopravvivere a stento. La situazione è così disperata da costringere i genitori a vendere la bambina, con la maschera dell’adozione, a una famiglia senza figli che gestisce un ristorante di udon. “Almeno il cibo non le mancherà”, pensa la mamma. “Così potrò andare a scuola!”, pensa Okseon. Quello è invece il momento in cui il calvario di sventura e dolore ha inizio, raggiungendo l’apice nel 1942, quando una Yi Okseon ora adolescente viene venduta ai proprietari di una taverna di Ulsan e poi deportata insieme ad altre giovani ragazze e bambine nella Cina nord-orientale occupata dall’esercito giapponese. In questo luogo a lei sconosciuto, Yi Okseon sarà costretta a vivere come comfort woman, carne offerta in pasto ai soldati anche 30-40 volte al giorno, per permettere loro di sfogare i più biechi istinti ed evitare l’insubordinazione. Non c’è alcun dito accusatorio contro un Paese. Quello che viene raccontato da Keum Suk Gendry-Kim è l’orrore della guerra che genere sempre i soliti mostri: lo stupro, la mercificazione del corpo, la morte dell’anima.

#SpecialeMERIDIANI – La parola sorprendente di Jorge Luis Borges

La mia passione per Jorge Luis Borges è iniziata per caso, a partire da una suggestione trasversale: l'insegnante di storia e filosofia delle superiori, per introdurci allo studio del capitolo nuovo, ci dettò "Baruch Spinoza", di questo autore sudamericano che nessuno di noi aveva mai sentito. Ricordo, mentre scrivevo diligentemente sul quaderno, la fascinazione per quella parola evocativa, echeggiante, densa di significati che ancora mi sfuggivano. Il mio amore per Borges fu quindi innanzitutto per il Borges poeta. Comprai alcune raccolte, spinta più dalla suggestione dei titoli che da una vera selezione critica. Alcuni testi li lessi talmente spesso che ancora adesso li conosco a memoria: già allora sentivo chiaramente che quelli erano versi da far risuonare; quindi li declamavo a me stessa, nel silenzio della mia cameretta da adolescente, e chissà cosa avrà pensato chi passava da fuori. 
In seguito sono arrivata alla prosa, ai racconti misteriosi, immaginifici, de L'Aleph o di Finzioni –   ripenso in particolare al senso di angoscia ineluttabile trasmessomi all'inizio dell'università da "La morte e la bussola", dalla freddezza solo apparente, dalla geometria implacabile e crudele, con cui il cappio si stringeva intorno al protagonista inconsapevole.

venerdì 15 novembre 2019

#CriticARTe - La pittura come un abbandono totale al ciclo della vita: la biografia di Gustav Klimt illustrata da Otto Gabos

Gustav Klimt. La bellezza assoluta
di Otto Gabos
Centauria, 2019

pp. 111
€ 19,90 (cartaceo)



È tra gli artisti più amati, citati, omaggiati, riprodotti: chiunque, anche l’individuo meno esperto in materia d’arte, ha visto almeno una volta un’opera di Gustav Klimt (Vienna, 1862-1918). E bisogna ammetterlo: il merchandising che ne promuove i lavori su occorrente di cancelleria, poster, t-shirt, foulard, tazze da tè e da caffè e oggettistica assortita non va mai in crisi di vendita. Per ragioni di alto gradimento, certo, ma anche per un malinteso duro a morire, ovvero la sua assimilazione a un discorso estetico essenzialmente decorativo che lo fa declinare tanto spesso in chiave kitsch. Prezioso, sinuoso, malizioso, con le sue fanciulle discinte, ambigue e fatali e con la sua esuberanza di riflessi luminosi, cangianti e policromi, Klimt rappresenta per il vasto pubblico un’oasi di bellezza da ammirare e contemplare, abbagliante come uno scrigno di gemme sfaccettate e metalli cesellati. Eppure quanta inquietudine alla base della sua pittura, e quanta incomprensione già tra i contemporanei: l’arte che gli avrebbe dato fama imperitura, dopotutto, aveva preso le mosse da una cesura violenta rispetto a quella accademica e tradizionale, e quando anche i fasti della Secessione e della relativa maniera andarono incontro al tramonto il destino volle che ciò coincidesse non solo con la morte del pittore, ma anche con la fine dell’Impero austroungarico e di un’intera epoca. Bisognerebbe tenere conto di queste poche coordinate concettuali e temporali prima di sfogliare la graphic biography dedicata all’artista illustrata da Otto Gabos e appena pubblicata da Centauria. Così facendo, anche il suo sottotitolo – La bellezza assoluta – non rischierebbe di suggerire un’interpretazione banale, e del resto basta fare caso allo sguardo pensoso dell’artista ritratto in copertina per percepire l’obliquità dell’atmosfera culturale in cui si trovò immerso, caratterizzata da progresso scientifico e psicanalisi, fede nella ragione e scoperta dell’inconscio.

I poliedrici e acrobatici gatti di "Sesso, amore e croccantini" di Flavia Borelli

Sesso, amore e croccantini
di Flavia Borelli
Fazi Editore, 2016

pp. 192
€ 15,00 (cartaceo)
€ 6,99 (ebook) - gratuito su Kindle Unlimited



La giornata, dati i presupposti pornografico-gatteschi e conseguenti attività dei mici, avrebbe potuto essere all'insegna della comicità, e anche se in effetti non potrei negare inconfutabili spunti comici, ho invece dovuto fronteggiare situazioni, pur se non propriamente drammatiche, difficili, polivalenti e inedite. (p. 119)
Che il gatto abbia proprietà magiche non è mai stato messo in dubbio da nessuno. Dall'adorazione degli antichi Egizi, alla demonizzazione del Medioevo fino alle superstizioni odierne, al gatto vengono riconosciute capacità che vanno oltre la nostra sfera di comprensione. In Sesso amore e croccantini di Flavia Borelli il potere dei gatti è assoluto e tirannico. Mascherato dietro un comico, esagerato e lunghissimo amplesso tra Micioara, gattina nera dal pelo elasticizzato di città, e Giuda, gattone selvatico dalla netta somiglianza con una lince, si annida una forza e un potere in grado di spezzare la solitudine e il sotteso dolore con cui convive la protagonista: quello della perdita del grande amore.

giovedì 14 novembre 2019

#CriticARTe - Pollock "al guinzaglio", quello lungo della CIA: una graphic biography di Onofrio Catacchio racconta il maestro dell'action painting da una prospettiva politica molto "riservata"

Pollock CONFIDENTIAL
di Onofrio Catacchio
Centauria, 2019

pp. 112
€ 19,90 (cartaceo)


Si guarda una qualsiasi opera dell’Espressionismo astratto americano e a tutto si pensa fuorché a un’arte sotto stretto controllo politico. A chi, osservando un lavoro di Mark Rothko o Willem De Kooning, verrebbe in mente un’estetica tutt’altro che libera, bensì incoraggiata e foraggiata dal governo centrale? E chi penserebbe queste stesse cose a proposito del più “arrabbiato” tra gli “arrabbiati”, ovvero Jackson Pollock? Invece, dati alla mano e al netto di ogni rimozione, le cose andarono proprio così: quei dipinti che dalla fine del secondo dopoguerra cominciarono a spopolare negli U.S.A. e nel mondo, promossi quali esempi di arte libera nella più libera delle terre, erano in realtà il risultato di un preciso piano ordito dalla CIA per dare vita a una visione culturale tipicamente statunitense, che fosse contrapposta alle ideologie socialiste del blocco sovietico e fungesse da richiamo per gli intellettuali e i creativi occidentali. Consapevoli o meno dei giochi strategici gravanti su tele, pennelli e colori, tenuti a un guinzaglio lungo quanto basta perché non ne avvertissero la tensione, questi pittori vennero promossi con vigore dagli stessi organi di potere che in altre circostanze li avrebbero probabilmente boicottati. Tra di loro, un ruolo di portabandiera fu affidato proprio all’inventore del dripping, un cowboy duro e puro che appariva perfetto per incarnare l’etica e l’estetica a stelle e strisce. Sono queste le premesse di Pollock CONFIDENTIAL, la graphic biography di Onofrio Catacchio appena pubblicata da Centauria e dedicata a uno degli artisti più rappresentativi del secondo dopoguerra.

"Bisogna vivere come le stelle, e splendere": il cuore dell'uomo secondo Stefánsson

Il cuore dell’uomo
di Jón Kalman Stefánsson
Iperborea, 2018

pp. 441  
€ 19,00 (cartaceo)
€ 9,49 (ebook)



Titolo originale: Hjarta mannsins
Traduzione di Silvia Cosimini



Credevo che la vita fosse finita, dice Snorri, 
e invece forse non è mai cominciata.
Il ragazzo: Non so molto della vita.
Snorri: Probabilmente non c'è bisogno di sapere 
molto della vita, basta entrarci dentro. 
E saperla accogliere quando arriva.

C'è qualcosa di epico e grandioso, in ogni romanzo di Jón Kalman Stefánsson. Così è anche per la trilogia che si apre con Paradiso e inferno (Debora ce ne ha parlato qui), prosegue con La tristezza degli angeli e si conclude con Il cuore dell'uomo. Il protagonista è il Ragazzo, senza famiglia e senza nome, che si avventura nella vita, avanzando a tentoni, in balia di domande troppo grandi per lui, e che pure chiedono risposte. Lo abbiamo visto, nel primo volume, anche in balia del mare, quel mare che – insieme alla letteratura, a un verso troppo amato – gli ha strappato il suo più caro amico; in balia della neve, del gelo d'Islanda, nel secondo – quando insieme al postino Jens ha intrapreso un viaggio che era prima di tutto un percorso di crescita. Lo troviamo infine cresciuto – in balia di un cuore capriccioso e difficile da domare – un cuore che palpita per una testa di capelli rossi e due occhi così verdi che non si sanno dire. Il tempo si dilata all'infinito in una prosa che fluisce in continue onde e mareggiate, tornando più volte su se stessa: è passata solo una settimana, ma anche centododici anni, da quando il Ragazzo e Jens sono partiti; poco più di un mese da quando Bárđur è morto inseguendo un verso di Milton. È del resto trasversale e onnipresente, non solo nella trilogia ma nell'intera opera di Stefannson, la riflessione metatestuale sul peso delle parole, la responsabilità di chi le pronuncia, o le scrive
Che diritto aveva di scriverle quelle cose, che diritto aveva di comporre parole che potevano cambiare un'esistenza, che responsabilità ha, lui; chi preme un grilletto è responsabile del proiettile, del dolore che probabilmente andrà a causare, e allora non vale lo stesso per le parole? (p. 131)

mercoledì 13 novembre 2019

#CritiCINEMA: "The Irishman", l'ultima pellicola del Maestro Scorsese firmata Netflix

I heard you paint houses. 
Yes, I do, sir.

Frank “l’irlandese” Sheeran (Robert De Niro) dipinge case. Ovvero, nel gergo mafioso, imbratta di sangue le pareti dove uccide le sue vittime. Lo fa senza scalpore, con il suo fare taciturno, un incedere dinoccolato fatto di grugniti e cenni di assenso. Frank non fa troppe domande. Reduce della campagna d’Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, trasporta merci su un camion quando incontra Russell Bufalino (Joe Pesci), esponente di spicco di Cosa Nostra a Filadelfia, che lo prende sotto la sua ala protettrice. Ma Frank non deve tutto solo a Bufalino; c’è un altro padrino molto più famoso a cui l’irlandese deve tutto: Jimmy Hoffa (Al Pacino), il potentissimo boss del sindacato degli autotrasportatori. Questo triangolo riuscirà a durare nel tempo o nei decenni in cui si dispiega la narrazione una forza prevarrà sull’altra per riequilibrare i piatti di una bilancia viziata dai soldi e dal potere? La versione cinematografica di Martin Scorsese, con sceneggiatura di Steven Zaillian (Shindler’s list, Gangs of New York), è tratta dal libro di Charles Brandt pubblicato il 24 ottobre per Fazi Editore, che in lingua originale lascia pochi dubbi: The Irishman. I’ve killed Jimmy Hoffa. L’esito appare quindi scontato, quasi banale, ma la pellicola di Scorsese possiede un paio di punti di interesse che controbilanciano l’insieme di un film difficile da digerire e, a mio parere, nient’affatto assimilabile al C’era una volta in America di Scorsese di cui tanto si è parlato all'indomani delle prime proiezioni. Per poter dire la vostra, potete cercare qualche sala in Italia che proietta ancora il film o aspettare il 27 novembre, data in cui The Irishman sarà disponibile su Netflix.

«Mi sento brutta, di cattivo carattere, e tuttavia vorrei essere amata»: "La vita bugiarda degli adulti", il nuovo attesissimo romanzo di Elena Ferrante

La vita bugiarda degli adulti
di Elena Ferrante
Edizioni e/o, 7 novembre 2019

pp. 336
€ 19 (cartaceo)
€ 12,99 (ebook)


Due anni prima di andarsene di casa mio padre disse a mia madre che ero molto brutta. La frase fu pronunciata sottovoce, nell'appartamento che, appena sposati, i miei genitori avevano acquistato al Rione Alto, in cima a San Giacomo dei Capri. Tutto - gli spazi di Napoli, la luce blu di un febbraio gelido, quelle parole - è rimasto fermo. Io invece sono scivolata via e continuo a scivolare via anche adesso, dentro queste righe che vogliono darmi una storia mentre in effetti non sono niente, niente di mio, niente che sia davvero cominciato o sia davvero arrivato a compimento: solo un garbuglio che nessuno, nemmeno chi in questo momento sta scrivendo, sa se contiene il filo giusto di un racconto o è soltanto un dolore arruffato, senza redenzione. (p. 9)
C'è proprio tutta Elena Ferrante in questo inizio folgorante: un trauma, un enorme e cogente svelamento che segna una linea di demarcazione netta e irreparabile; Napoli, con i suoi quartieri cristallizzati in qualcosa che non passa; l'iconicità di una scena che non è destinata all'oblio, ma che resta - indelebile - nel cuore più ancora che nella mente; un io narrante che si confessa scrittore e scrivente, in cerca di fare chiarezza e "sciogliere il groviglio". Eppure, se qualcosa sembra richiamare le atmosfere dell'Amica geniale, va detto che La vita bugiarda degli adulti è molto altro. 
Andiamo per gradi. La protagonista, Giovanna, è la classica adolescente che cerca di compiacere i genitori, almeno finché non sente il discorso del padre, che trova in lei una somiglianza sempre più spiccata con zia Vittoria, la sorella con cui lui ha rotto i rapporti anni prima.