martedì 19 febbraio 2019

Colson Whitehead, "La ferrovia sotterranea"

La ferrovia sotterranea (The Underground Railroad)
di Colson Whitehead
Sur, 2017

Traduzione italiana di Martina Testa

pp. 376
€ 20 (cartaceo)
€ 4,99 (ebook)


Negli anni in cui era in vigore lo schiavismo nel sud degli Stati Uniti, i diversi movimenti abolizionisti, presenti sia in quei luoghi ma soprattutto negli stati del nord, combattevano questa pratica anche attraverso il sostegno attivo a quei pochi neri che tentavano la fuga dalle piantagioni per raggiungere gli stati “liberi” o, addirittura, il Canada.
Tra le diverse strategie elaborate vi era la cosiddetta “ferrovia sotterranea”, che era una sorta di percorso a tappe attraverso il quale lo schiavo fuggiasco poteva contare sull’aiuto di una serie di “passatori” che lo avrebbero nascosto, rifocillato e accompagnato fino alla meta.
Compito tutt’altro che facile per questi individui coraggiosi, perché il fatto di essere bianchi non li metteva al riparo da ritorsioni e da punizioni non molto diverse da quelle previste per gli schiavi riacciuffati.

#PagineCritiche - Io dentro e tu fuori, tra cemento e filo spinato

L'età dei muri
di Carlo Greppi
Feltrinelli, 2019

pp. 284

€ 18,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)



Il sottotitolo del saggio di Carlo Greppi è "Breve storia del nostro tempo". E con questo l'autore rende immediatamente chiara al lettore la portata temporale del suo sguardo storico. Che non è il passato, il Novecento, il tempo delle guerre e delle conseguenti divisioni, bensì l'hic et nunc, il luogo e il tempo che tutti noi ci troviamo a vivere in questo nostro mondo. Greppi ci dice, in sostanza che l'età dei muri è la nostra.

E questo già mette il lettore in una predisposizione d'animo diversa, consapevole del fatto che non sta accingendosi a leggere soltanto un saggio storico, ma una riflessione sul nostro tempo, su noi stessi e sui concetti di inclusione/esclusione da queste nostre società.
Carlo Greppi, classe 1982, è, peraltro, uno storico giovane e quindi ancor più incline a guardare al passato non tanto per quello che ha già dato, con la consueta analisi di cause e conseguenze, ma anche e soprattutto per interrogarlo sulle risposte da dare al presente (e al futuro), nuovo e complicato, ma allo stesso tempo riflesso e ricorso di ciò che è già accaduto. E che troppe volte è stato etichettato con un poco preveggente "Mai più".
Il saggio quindi si propone di lanciare uno sguardo il più ampio possibile sul mondo di questo nuovo millennio per osservare i luoghi laddove ancora esistono muri di divisione. Tra un gruppo umano e l'altro, tra ricchi e poveri, tra neri e bianchi, tra chi segue un credo religioso e chi un altro, tra chi possiede e chi non ha. Facendo una scoperta: 
Se all'inizio del XXI secolo nel mondo i muri erano meno di venti, secondo la documentatissima serie Un mundo de muros (...), in un quindicennio sono diventati settanta. (p. 240)

lunedì 18 febbraio 2019

#PagineCritiche - "Nella setta", si alza il velo sul business dell'associazionismo


Nella setta
di Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni
Fandango, 2018



pp. 365

€ 18,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


"C’è un’Italia che esiste, ma non si vede": quella dei membri delle sette. Parliamo di migliaia o milioni di individui sparsi da Nord a Sud, una vera e propria nazione nella nazione, con delle regole, dei codici di condotta e di fedeltà. Con autorità, poteri e controlli e, naturalmente, un patrimonio.
Su questa nazione, o meglio sulle sue manifestazioni variamente denominate e organizzate, hanno provato a far luce Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni, autori di Nella setta.
Il metodo dei due giornalisti segue diverse direttrici: a monte c’è un’indagine documentale (articoli di giornale e libri sull’argomento sono il punto di partenza dell’inchiesta). Successivamente, si passa ai tentativi di approccio più concreti: Piccinni e Gazzanni si recano nei luoghi in cui operano le sette, negli edifici amministrativi e del culto. Conosciamo in questo modo le sedi di Scientology a Milano e quella di Damanhur, a Vidracco (Piemonte).

Vite piccole per cuori grandi: "Di chi è questo cuore" di Mauro Covacich

Di chi è questo cuore
di Mauro Covacich
La Nave di Teseo, 2019

pp. 243
€ 17 (cartaceo)



Partiamo da un grande presupposto: se non vi piace la letteratura italiana contemporanea, spesso e volentieri rappresentata da scrittori uomini tra i quaranta e i cinquant'anni, questo Di chi è questo cuore di Mauro Covacich, appena uscito per i tipi della Nave di Teseo, non è il libro che fa per voi. Infatti il romanzo dello scrittore triestino è una sorta di perfetta sintesi di un certo stile di composizione di romanzi all'italiana, con quei personaggi senza grandi slanci, il più delle volte vere e proprie emanazioni degli stessi autori, che passano l'esistenza in una sorta di realtà "gelatinosa" dove, sostanzialmente, non cambia nulla da 2.000 anni a questa parte: cambiano i nomi delle situazioni, le forme di Governo, si ha più o meno libertà, ma le cose sono sempre quelle. La vita dell'uomo (e della donna) è sempre quell'affannoso slalom tra i piccoli/grandi traumi dell'esistenza per godere di piccole pagliuzze se non di felicità almeno di rasserenante tranquillità. 

domenica 17 febbraio 2019

#IlSalotto - Vivian Maier, la fotografa invisibile: intervista a Francesca Diotallevi


Il romanzo prende spunto da una storia vera, quella di Vivian Maier. Una fotografa nata nel 1926 a New York e morta nel 2009, una donna che visse facendo la tata e che ha visto il successo come fotografa solo anni dopo la morte.
Dai tuoi occhi solamente
di Francesca Diotallevi
Neri Pozza, 2018 

pp. 207
€ 16,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)
I suoi rullini sono stati ritrovati nel 2007, in modo casuale da John Maloof, figlio di un rigattiere che comprò a Chicago a un’asta, per meno di 400 dollari, un baule contenente rullini fotografici. Dopo aver sviluppato il materiale si rese conto che le foto erano perfette e, da lì, iniziò a indagare per scoprire a chi appartenessero. Tuttavia, avendo Vivian lasciato un nome falso, non riuscì mai ad incontrarla. 
Maloof iniziò a far conoscere Vivian pubblicando in internet gli scatti e ottenendo un successo così elevato da decidere di togliere le foto dal web per muoversi in modo serio e organizzare una più degna diffusione delle opere. Attraverso mostre e retrospettive, Vivian diventa così un personaggio mondiale.
Nel libro come nella vita, Vivian ha avuto un’infanzia molto difficile, divisa tra continui spostamenti tra l’America e l’Europa e caratterizzata da un’estrema solitudine. La fotografia ha rappresentato l’unione tra lei e il mondo, un occhio sulla vita e sulle emozioni degli altri: «Le foto non mentono sulle storie che raccontano, nemmeno le più artificiose» (p. 14).
Molte le tematiche trattate nel romanzo, ma l’aspetto centrale è costituito dalla “invisibilità” di Vivian, una donna sola, un’anima che l’autrice Francesca Diotallevi ha saputo porre in evidenza ripercorrendo la vita di Vivian: una esistenza caratterizzata da assenze, in tutti i sensi del termine.
La Maier è una donna la cui personalità è il risultato del suo passato, delle sue ferite e delle cicatrici mai risolte completamente. 

sabato 16 febbraio 2019

Marina Café Noir, l'anteprima: tre giorni di lezione con Accademia Popolare


Foto di Alessandra Liscia

"Due non è il doppio ma il contrario di uno, della sua solitudine.
Due è alleanza, filo doppio che non è spezzato"[Il contrario di uno, Erri De Luca]

Marina Café Noir compie diciassette anni. Il festival di letterature applicate più longevo di Cagliari quest'anno festeggia il nobile record riproponendo, come l'anno passato, un'anteprima imperdibile: trattasi di tre giorni (dal 13 al 15 febbraio) in cui illustri e sapienti docenti universitari si alternano su un piccolo palco per tenere lectio magistralis di breve durata, ognuno sulla propria specializzazione.
Il fil rouge prende spunto dal titolo di un celebre libro di Erri De Luca “Il contrario di uno”, titolo che lo scrittore ha gentilmente concesso alla manifestazione.
È lo scrittore stesso a spiegare quale sia il significato del titolo della raccolta di diciannove racconti, edito nel 2013 da Feltrinelli.

"Le acque del Nord" di Ian McGuire: una riflessione profonda sulla cattiveria

Le acque del Nord 
di Ian McGuire
Einaudi, 2018

Titolo originale: The North Water

Traduzione italiana di Andrea Sirotti

pp. 288
€ 19,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)



Una buona recensione – secondo quelli che la sanno lunga – deve contenere il sunto della trama, in modo da dimostrare che il recensore ha effettivamente letto il libro e non si è limitato a sbirciare la quarta di copertina. D’altro canto però, rivelare la trama di un libro può privare il potenziale lettore del piacere di scoprirne lo sviluppo e i principali eventi.
Nel caso di Le acque del Nord, lo svelamento della trama sarebbe un peccato mortale, pari al rivelare il nome del colpevole in un giallo classico. Si sappia, quindi, che il romanzo tratta di una nave inglese che salpa nel 1857 dal porto di Hull diretta verso l’Artico a caccia di balene e che non tutto va secondo i piani. Anzi, a un certo punto comincia ad andare proprio tutto a rotoli. Fine dello svelamento della trama.
Perché parlarne, quindi? Perché oltre alla storia in sé, Le acque del Nord è un romanzo strepitoso (ma proprio STRE-PI-TO-SO) che svetta grazie a diversi aspetti: sul piano meramente narrativo, è un thriller magnetico e dinamico, una storia angosciante che trascina il lettore pagina dopo pagina in un crescendo di orrore e violenza; la scrittura di McGuire è scorrevole ma mai superficiale, minuziosa fino all’estremo, quasi a ricordare la relazione di un entomologo. Ben poco è lasciato all’immaginazione, il lettore è quasi brutalizzato con descrizioni di personaggi, fatti e anatomie vivide e volutamente sgradevoli, che acuiscono la tensione e il senso di disagio.

venerdì 15 febbraio 2019

E se casa nostra fosse il palcoscenico di uno spettacolo teatrale permanente?

Appartamento 401
di Yoshida Shūichi
Feltrinelli, 7 febbraio 2019

Traduzione di Gala Maria Follaco

pp. 240
€ 16,00 



Gli appartamenti giapponesi, si sa, sono piccolissimi. Specialmente quelli delle grandi metropoli come Tokyo, Osaka o Yokohama, tutte sviluppate in verticale e dove una famiglia riesce a vivere in 50 metri quadrati. E se la nostra sensibilità mediterranea inorridisce di fronte a questa assenza di spazi, noi, figli del boom economico che voleva a tutti i costi assegnare una camera a ogni abitante di un appartamento, che rabbrividiamo di fronte ai consigli di riordino di Marie Kondo (che si è spinta addirittura ad affermare di eliminare dalla nostra libreria i testi che non ci suggeriscono gioia), di certo proviamo un senso di claustrofobica oppressione pensando a quattro, prima, e cinque, poi, ragazzi costretti nelle tre camere di un appartamento di Setagaya a Tokyo, l’Appartamento 401, appunto, del romanzo di Yoshida Shūichi.

Storie di salite e di cadute: "Il rimedio miracoloso" di H.G. Wells

Il rimedio miracoloso
di H.G. Wells
Fazi Editore, 2019

Traduzione di Chiara Vatteroni

pp. 430
€ 20,00 (cartaceo)



«Devi fare il bravo, George», disse. «Devi imparare... E non devi metterti contro i tuoi superiori e contro chi ti è socialmente superiore... E neppure invidiarli».
«No, mamma», dissi.
Fu una promessa avventata.

L'Inghilterra vittoriana offre molte possibilità. Innovative tecnologie, persone energiche e con uno sguardo rivolto prepotentemente al futuro, la pubblicità, il nuovo che avanza sono un fertile humus per chiunque abbia abbastanza spregiudicatezza per approfittarne. George Ponderevo, figlio di una governante di una casa nobiliare, viene colpito da questa "forza obliqua" del progresso che lo rapisce al suo ceto sociale e lo innalalza a vette che mai avrebbe immaginato: essere il braccio destro di suo zio, farmacista e inventore di un tonico eccezionale, il Tono- Bungay. Da queste boccette di ricostituente scaturisce il loro successo e diventa inesauribile fonte di denaro, di progetti e nuove possibilità. Però, si sa, quando si sale così in alto e così in fretta, le cadute possono essere molto dolorose. 
H.G. Wells, apprezzato e celebre autore britannico di fantascienza, con Il rimedio miracoloso indaga sulla società britannica del suo tempo, così rutilante e multiforme da essere più estrosa di qualunque invenzione fantascientifica si possa mai immaginare.

giovedì 14 febbraio 2019

#ScrittoriInAscolto - «Cosa succede quando siamo alle prese con un'ossessione non espletata?»: "Fedeltà", raccontato da Marco Missiroli


I The National? Chi sono? Me lo sono chiesta, quando l'altra sera a Milano Marco Missiroli ci ha raccontato che sono stati la sua colonna sonora, insieme all'album Conversations with Myself di Bill Evans. Ma adesso che la voce di Matt Berninger si diffonde nelle cuffie, tutto si fa più chiaro: l'atmosfera evanescente, a tratti onirica, estremamente sensuale che la sua voce dipinge si presta benissimo alla scrittura e mi immagino Marco Missiroli al tavolino del Refeel di Via Sabotino 20, dove ha scritto tutto Fedeltà (qui la recensione). Mi pare di vederli: per circa sei ore e mezza al giorno, dal mattino alle 8, lui e il suo computer, la sua consumazione accanto, lo sguardo fuori dalla grande vetrata. E tutta la Milano che corre, fuori, mentre dentro i personaggi di Margherita, Carlo, Sofia, Andrea, Anna prendono forma sulla pagina. 

«Avevo paura a scriverlo da solo a casa», ha confessato l'autore, che ci ha accompagnati in un viaggio speciale per le strade raccontate nel libro, su un suggestivo tram antico. Se la zona dove abita Anna è dove lo stesso Missiroli ha vissuto con una sua ex fidanzata, Porta Romana (zona di Andrea) è un luogo di scoperta, mentre il quartiere Isola dove sta in affitto Sofia ospita un locale a cui Missiroli è molto legato. Infine, Concordia è la strada dove, proprio come nel romanzo, l'autore ha comprato una casa al quarto piano senza ascensore, novantasei scalini di fatica eppure un intero appartamento di soddisfazione. Destinazione ultima del viaggio: il bar Refill, dove brindare insieme all'uscita di Fedeltà. Ma che dire di questo viaggio nelle parole, tra smottamenti, curve, semafori, mentre la prima sera di Milano scendeva? Potrei dire tanto delle confessioni magnetiche e schiette di Missiroli, ma sarebbe sempre comunque poco, rispetto all'atmosfera di condivisione calda, sincera, un po' ansiosa: Marco sa benissimo che scrivere Atti osceni in luogo privato è stata una benedizione e una maledizione al tempo stesso, ha fidelizzato il pubblico, che ora non farà che paragonare il nuovo romanzo al bestseller. 

"Sofia si veste sempre di nero": Cognetti, l’universo femminile e un personaggio indimenticabile

Sofia si veste sempre di nero
Di Paolo Cognetti
Minimum Fax, I edizione 2012

pp. 205
€ 16,00 (edizione 2017) 

La ragazza aveva gli occhi strabici. E questo modo di guardarti la bocca mentre parlavi, come se intorno ci fosse un rumore d’inferno e lei dovesse leggerti le labbra per distinguere le parole. Aveva l’aria di una persona in pericolo. Guardava allo stesso tempo te e dietro di te. Ecco che cosa colpiva al cuore gli uomini la prima volta che la incontravano: tu le parlavi e lei ti fissava le labbra come se da un momento all’altro potesse saltarti al collo e morderle, e quel morso salvarle la vita. (p. 177)
La ragazza è Sofia Muratore. La scrittura, intensa, che rasenta la perfezione, è quella di Paolo Cognetti. Sono passati quasi sette anni da quando “Sofia si veste sempre di nero” uscì per Minimum Fax, rivelando al pubblico il talento di questo scrittore milanese che si era fatto strada nel cuore dei suoi lettori con racconti che richiamavano la grande tradizione della short story americana di Carver, Salinger, Hemingway, Berlin, solo per citare alcuni tra i nomi tutelari della narrativa breve d’oltreoceano; il ragazzo con “lo sguardo sempre rivolto a Ovest”, dimostrava ancora una volta le potenzialità del racconto, una tradizione che anche in Italia vanta scrittori fuoriclasse e lettori fedeli, soprattutto negli ultimi tempi. In sette anni, Cognetti ha continuato a scrivere e pubblicare, spaziando tra differenti forme espressive ma sempre con una particolare attenzione verso il racconto, si è aggiudicato un Premio Strega – anche se assegnato per quello che, ad oggi e a mio personalissimo parere, è il suo libro meno potente, ma forse il più facile da premiare – insegna in numerosi corsi di scrittura creativa e quando gli è possibile cerca il modo di unire le sue passioni per la montagna, la scrittura e New York, sulla pagina o perfino nella realtà, per esempio con corsi e workshop in alta quota. E per noi lettori della prima ora, questo successo di pubblico e critica non è che una conferma di quello che avevamo già da tempo intuito, soprattutto, si, dopo la scoperta di Sofia, una raccolta che oggi si rilegge con lo stesso piacere.

mercoledì 13 febbraio 2019

#CritiCOMICS: il cammino per spezzare il dominio dell'uomo sull'uomo. Storie da uno slum di Nairobi

Lamiere
di Danilo Deninotti, Giorgio Fontana, Lucio Ruvidotti
Feltrinelli, 2019
Collana Feltrinelli Comics

pp. 144
€ 16,00

Un genere che stiamo lentamente iniziando a conoscere è il graphic journalism, l’insieme cioè delle opere a fumetti che raccontano una storia non fiction (una cronaca, per intenderci) servendosi di disegni e parole. Più che la definizione, forse, a identificare il genere basterebbe dire Kobane Calling. Insieme a Michele Rech Zerocalcare, comunque, molti altri autori italiani si stanno affacciando a questa forma di letteratura, inevitabilmente, impegnata e che possiede una forza d’immedesimazione che la cronaca giornalistica, priva di immagini, non riesce a evocare. Abbiamo letto da poco Salvezza di Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo e con Lamiere di Danilo Deninotti, Giorgio Fontana e Lucio Ruvidotti, uscito per Feltrinelli (nella collana Feltrinelli Comics) il 7 febbraio, ci viene offerta una nuova chance di consapevolezza.

Il Vietnam attraverso gli occhi del viaggiatore: il reportage di Stefano Calzati


In Vietnam. Digressioni di viaggio
di Stefano Calzati
Prospero editore, 2018

pp. 303
€ 14

È spesso l’eurocentrismo che ci contraddistingue: andiamo in Africa o in Asia per le nostre due settimane di ferie e, osservando le abitudini locali, gli odori e i colori dei luoghi sacri di religioni diverse, la cultura culinaria che rischia di far impazzire i nostri intestini, giudichiamo. Facciamo continui paragoni con la nostra cultura e al contempo andiamo a caccia di foto e souvenir da mostrare alle persone per mostrare come abbiamo accolto la loro, come ci siamo sentiti parte del popolo cavalcando gli elefanti, indossando copricapi di paglia, praticando una tantum la posizione del loto in un tempio buddista.
Non sempre è così, ovviamente, ma è innegabile che questo è il più delle volte il mood con cui partiamo: vogliamo vedere il vero volto di un luogo esotico e poi prenotiamo una suite con vista sui grattacieli approfittando del cambio. È questo viaggiare o è piuttosto fare i turisti, seguendo l’etimo della parola che rimanda al Grand tour, il lungo percorso che i giovani e ricchi europei compivano nei secoli scorsi per acculturarsi?

martedì 12 febbraio 2019

Tornare a credere nella forza del "noi": le sedici storie illustrate di "Noi siamo tempesta"

Noi siamo tempesta. Storie senza eroe che hanno cambiato il mondo
di Michela Murgia
Salani, 11 febbraio 2019

Illustrazioni di The World of Dot
Con un fumetto di Paolo Bacilieri

pp. 128
€ 16,90 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)


Premessa doverosa per sincerità: non sono un'estimatrice dei libri illustrati, il più delle volte mi sembra che la grafica accattivante punti a far da miele per addolcire l'amara medicina della scrittura (e io parteggio sempre per l'amara medicina, lo sapete ormai). Il più delle volte. Nel progetto di Noi siamo tempesta, definito da Michela Murgia una delle sue più grandi imprese, immagini e testi vanno invece perfettamente a braccetto, senza forzature, ma sposandosi in un connubio perfetto, in linea con il tema centrale del libro. Infatti, l'idea di fondo è la seguente: per troppi secoli le favole con cui siamo cresciuti hanno visto sfilare eroi individualisti, impegnati a gareggiare e primeggiare, spesso a scapito degli altri. Al contrario, in Noi siamo tempesta troviamo tanti esempi che avvalorano l'antico proverbio "l'unione fa la forza", o se non altro la compagnia rende più tollerabili le avversità e gli ostacoli, più o meno grandi. 

Quando restare fedeli significa tradire sé stessi? Missiroli torna in libreria con un romanzo che farà discutere

Fedeltà
di Marco Missiroli
Einaudi, 12 febbraio 2019

pp. 230
€ 19 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

«La mano sulla schiena di Sofia non era un'interferenza, era una dimensione parallela, era l'aforisma che funestava l'immaginario adultero: "Non significa niente". O meglio: "Non significa troppo"». (p. 39)
Un "malinteso", lo hanno definito così: il professor Carlo Pentecoste è stato visto nel bagno della facoltà, mentre reggeva in modo equivoco la studentessa Sofia Casadei. Per soccorrerla, è stato spiegato da entrambi: e il rettore, i colleghi, gli studenti hanno chiuso la questione. Ma non la moglie di Carlo, Margherita, che per quanto cerchi di superare la vicenda, non riesce a darsi pace e più volte si è trovata a girovagare per i cortili di facoltà, tanto quanto sui profili social della ragazza, chiedendosi come siano realmente andate le cose. Ma immaginare le mani di suo marito su una ventiduenne può diventare un'ossessione? E, viceversa, il ricordo di quel contatto con Sofia, può diventare un pensiero fisso per Carlo? Questo allontanerà la coppia? Si realizzerà quello che Margherita ritiene il suo "reale spavento", ovvero «perdere Carlo dentro di sé poco alla volta» (p. 98)?

lunedì 11 febbraio 2019

Il posto è piccolo, la gente è grande: "Luce d'estate ed subito notte" di Jón Kalman Stefánsson

Luce d'estate ed subito notte
di Jón Kalman Stefánsson
Iperborea, 2013

Traduzione di Silvia Cosimini

pp. 290
€ 17,00

Il mare è profondo, cambia colore e sembra che respiri. È un bene per noi avere il mare, perché a volte i giorni passano senza che accada un bel niente e allora guardiamo il fiordo che diventa blu, e poi verde, e poi scuro come la fine del mondo. (p. 43)
Lassù, in alto in alto, dove le giornate possono durare una manciata di minuti o interminabili ore, c'è una nazione con grandi spazi, una nazione ancora indecisa se migrare sempre di più verso la Groenlandia o restare ancorata alla Vecchia Europa. L'Islanda, orgogliosa terra di vulcani, geyser e ricordi vichinghi, è disseminata di paesini di poche anime. Quattrocento persone, a farla larga, e qualche altro grumo nelle fattorie dalle sconfinate estensioni. Posti così dispersi che non hanno nemmeno un cimitero perché anche la morte si è dimenticata di quegli abitanti e i centenari la sera ridacchiano e giocano a minigolf. Proprio uno di questi paesi è al centro della narrazione di Luce d'estate ed è subito notte di Jón Kalman Stefánsson. In un romanzo corale dalla narrazione non sempre in rigoroso ordine di tempo, l'autore islandese fa luce sulla vita dei piccoli centri sperduti islandesi: solo perché un posto è piccolo, non vuol dire che non contenga storie dal respiro così ampio da arrivare fino al cielo.

Quando l'autofiction esclude il lettore: "In tutto c'è stata bellezza" di Manuel Vilas

In tutto c'è stata bellezza (Ordesa)
di Manuel Vilas
Guanda, 2019

pp. 416
€ 18 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

Non mi dispiace mettere in mostra la vita di mio padre. Anche se in Spagna nessuno vuole mettere in mostra nulla. Ci farebbe bene scrivere delle nostre famiglie, senza nessuna finzione, senza romanzare. Solo raccontando ciò che è successo, o ciò che crediamo sia successo. La gente nasconde la vita dei propri progenitori. Quando conosco una persona, gli chiedo sempre dei suoi genitori, vale a dire della volontà che ha portato al mondo quella persona. (p. 134)
Bisogna aspettare 134 pagine di In tutto c'è stata bellezza (Ordesa) per avere la certezza di essere davanti a un caso di palese autofiction, perché prima le coincidenze biografiche tra autore e io narrante rischiavano di farci semplicemente cadere in una sovrapposizione corriva. In effetti, l'aufofiction ha invaso la narrativa con esperienze personali e in questi ultimi anni sono usciti libri di rara bellezza, ma la domanda che, dopo aver chiuso un manoscritto, un autore deve porsi è la seguente: perché dovrei pubblicarlo? Cosa potrebbe trarre il lettore dal mio libro? Divertimento, ansia, mutua rispondenza di sentimenti, spunti di riflessione,...? Perché se la risposta tarda ad arrivare e tutto resta schiacciato sull'esperienza personale, non replicabile, non universalizzabile né condivisibile in alcun modo, il libro resta un esito forse catartico per l'autore, ma non certo per il lettore, che semmai è ridotto a mero osservatore. 
Almeno è questa la riflessione a cui sono giunta leggendo In tutto c'è stata bellezza (Ordesa) di Manuel Vilas, autore affermato in Spagna e ora arrivato anche in Italia. Fernando Aramburu, famoso autore di Patria, da me amatissimo, ha definito questo romanzo «un libro potente, sincero, a tratti crudo, sulla perdita dei genitori, sul dolore delle parole non dette e sulla necessità di amare e di essere amati». Ho riletto più volte questa definizione, e ogni volta mi trovavo in disaccordo: come definire "potente" un libro che spesso è un soliloquio sulla propria crisi esistenziale, bloccato in un circolo vizioso di contemplazione e adorazione del passato, in particolare dei propri genitori, e relega il presente a poche pagine qui e là, detta tutta, piuttosto irrilevanti? Insomma, per quanto ci abbia provato, non sono proprio riuscita a entrare sintonia con questo libro, ma andiamo con ordine.

domenica 10 febbraio 2019

Col naso all'insù, a cercare le stelle e inseguire i sogni: «Se i pesci guardassero le stelle», di Luca Ammirati.

Se i pesci guardassero le stelle
di Luca Ammirati
DeA Planeta, 2019

pp. 336
€ 16,00 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)



Sanremo, giorni nostri. Il mare scorre lento, lambisce le spiagge e incanta i turisti che giungono in riviera speranzosi di vedere dal vivo la città dei fiori e delle canzoni, quella che ogni anno rinnova il suo appuntamento con le luci dello spettacolo. Tra i tanti abitanti della città ligure c'è Samuele, trent'anni, giornalista e astrofilo appassionato, sognatore e idealista. Le sue giornate scivolano tranquille, tra il lavoro al giornale – un contratto a breve termine in scadenza e un ambiente poco stimolante – e l'impiego presso l'osservatorio astronomico di Perinaldo, dove occupa le sue serate facendo da guida ai visitatori. Giorno dopo giorno Samuele vede la sua vita scorrere, senza troppi problemi né grandi scossoni, anche se con un rovello interiore, l'amore.
Il punto è che non ne capisco nulla , dell'amore. Per me è sempre stato un grande rompicapo, un cubo di Rubik in cui le facce non vogliono mai saperne di andare al loro dannato posto. Non sono capace di interpretare quelle impercettibili sfumature negli sguardi femminili. Sarà forse per questo che le donne finiscono immancabilmente per lasciarmi, deluse, perché “non sono un uomo pratico”: un uomo con la testa fra le stelle, troppo sognatore, incapace di prendersi cura come si deve della propria compagna. Che colpa ne ho se sono disordinato e notturno, se sono dotato di un animo poetico e osservo il cielo per lavoro e passione, anziché tenere i piedi piantati a terra? (pp. 102-103)

sabato 9 febbraio 2019

"Italiani si rimane": la creatività irriverente di Beppe Severgnini



Italiani si rimane
di Beppe Severgnini
Solferino, 2018

pp. 274

€ 17,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)



La tipica verve di Beppe Severgnini alimenta un viaggio narrativo all’interno del vissuto dell’autore, tracciando le tappe salienti che lo hanno portato dai giovani esordi alla Provincia di Cremona come studente-giornalista, alla direzione di 7, il settimanale del Corriere della Sera, passando per Il Giornale di Indro Montanelli, gli anni londinesi e The Economist, dai libri alla radio, alla famiglia.

Edito da Solferino, Italiani si rimane è caratterizzato dallo stile inconfondibile dell’autore, che mischia l’arguto sense of humor a osservazioni profonde sulla nostra società, spesso provocando nel lettore il sorriso, unito alla riflessione su una lezione di vita appresa, che Severgnini condivide con apparente semplicità, allo stesso modo di come un Lucio Fontana taglia la tela, il gesto che apre la luce al buio e il buio alla luce, metafora dell’inconscio. Pertanto potremmo applicare spesso agli aneddoti narrati da Severgnini, la stessa celebre frase che si ode in campo artistico: “potevo farlo/dirlo anch’io”, ma la potenza dell’illusorio luogo comune consiste proprio nell’invidiabile capacità dello scrittore di individuare quei tratti fondamentali “dell’essere italiani”.

#CritiCOMICS - "Ero diventata umana, viva e vulnerabile. Anche la Callas era trasfigurata": la Divina della lirica secondo Vanna Vinci

Io sono Maria Callas
di Vanna Vinci
Feltrinelli Comics, 2018

pp. 176
€ 22,00


Vanna Vinci non è una melomane. Ah no? No. Neanche un po’. Per quanto possa sembrare paradossale, dato il soggetto al centro del suo ultimo (capo)lavoro – ovvero Maria Callas, la dama del melodramma per antonomasia – la maestra del fumetto italiano non sa mentire ai suoi estimatori, a cui confessa (in cauda venenum, si fa per dire) la sua totale estraneità al genere: «non sono un’appassionata di musica lirica (…) Per me, la voce di Maria Callas rimane un mistero incomprensibile, un suono non umano, fatto di molte voci come quello di un’intera foresta». Eppure non lo si direbbe affatto. Non solo per la competenza mostrata in corso d’opera – che è frutto di uno studio evidentemente accorto e partecipato delle fonti biografiche, saggistiche e documentarie – ma anche per l’intensità con cui, tavola dopo tavola, il personaggio della Callas e soprattutto la persona di Maria si imprimono nella memoria del lettore. Io sono Maria Callas è una biografia a fumetti in cui, con la complicità del tratto deciso dell'illustratrice, ogni suono citato si incide come un solco sul vinile: a partire dalla magia vocale della Divina e dal cinguettio degli adorati canarini che le insegnarono a gorgheggiare passando per gli applausi che progressivamente ne scandirono le presenze sui palcoscenici di tutto il mondo; fino ad arrivare, nel precoce ultimo atto di uno spettacolo esistenziale ormai ridotto a farsa, al fruscio impalpabile delle ceneri dell’artista al momento del loro spargimento in mare.