domenica 9 agosto 2020

#CritiCOMICS: "Udon Noodle Soup", cinque piccole storie d'amore, cinque piccoli quadri di tenerezza e verità

Udon Noodle Soup
di Yani Hu
Edizioni di Atlantide, 2019

Traduzione di Simone Caltabellotta

pp. 128
€ 20,00


Sul sito delle Edizioni di Atlantide si legge che i loro sono “Libri destinati ad attraversare il tempo e le mode”; rientra perfettamente nell’identità della casa editrice romana Udon noodle soup. Cinque piccole storie d’amore della fumettista cinese Yani Hu: un volumetto dalla fattura artistica elevatissima, in cui ogni pagina, da sola, può rappresentare una stampa pezzo d’arredamento in una qualunque abitazioni di appassionati di grafiche. La materialità della carta e la lieve dolcezza dei disegni, da sole, basterebbero per elaborare un giudizio su questo splendido testo. Tuttavia non voglio dimenticare che un fumetto, così come qualunque altra opera letteraria, possiede delle sue peculiarità narrative che non devono essere ignorate.

sabato 8 agosto 2020

On the road negli USA con John Steinbeck e il suo Charley


Viaggi con Charley - Alla ricerca dell'America -
di John Steinbeck
Bompiani, 2017
Traduzione di Luciano Bianciardi

pp. 272
€ 12,00 (cartaceo)
€  6,99 (ebook)


“Quattro rauchi fischi della sirena d’una nave continuano a farmi rizzare il pelo sul collo, e mettermi i piedi in movimento. Il rumore d’un aereo a reazione, un motore che si scalda, persino un batter di zoccoli sul selciato suscitano l’antico brivido, la bocca secca, le mani roventi, lo stomaco in agitazione sotto la gabbia delle costole… Metto giù questa roba non per istruire gli altri, ma per informare me stesso”. (p. 19).

Queste sono le parole con le quali John Steinbeck introduce il lettore al suo viaggio.
Viaggi con Charley – Alla ricerca dell’America è, a tutti gli effetti, una esperienza di viaggio on the road per gli Stati UnitiL’autore parte alla ricerca del suo Paese con un impeto positivo: la voglia di conoscere il suo popolo e anche se stesso.
Siamo nel 1960, precisamente il 5 settembre, ovvero il Labour Day, giorno che negli USA sancisce la fine dell’estate.
E proprio perché sono gli anni ’60 i grandi cambiamenti sono già avvenuti, lo spirito di Kerouac e la sua inquietudine di “Sulla strada” sono ormai lontani. Se per Kerouac il viaggio era quasi un andirivieni senza mai fermarsi per Steinbeck, il viaggio è il vivere il momento, conoscere le persone e la vera realtà americana.

venerdì 7 agosto 2020

Quando la poesia esonda e diventa prosa: "Con passi giapponesi" di Patrizia Cavalli


Con passi giapponesi
di Patrizia Cavalli
Einaudi, luglio 2019


pp. 168
€ 16,62 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Con passi giapponesi è il primo libro in prosa di Patrizia Cavalli – uno dei più grandi poeti del secondo Novecento italiano –, pubblicato da Einaudi per la collana dei Supercoralli. Una raccolta di prose brevi che ha molto il sapore di una silloge. La maggior parte dei testi sono inediti, accumulati negli anni, a cui si aggiungono alcune prose già apparse su quotidiani e riviste. Un libro eccentrico (in senso letterale e quindi lontano da un centro preciso), come eccentrici sono i libri dei poeti: liminare, carico, a tratti spigoloso, spesso estremo, ma quasi sempre ammaliante.
Mette insieme racconti dal tema e dall’ambientazione diversa, ma che insieme formano una sorta di diario o di dialogo omogenei, un pensare a voce alta, mentre la vita scorre davanti, i pensieri si accavallano, e con loro le paure, le ansie, le insoddisfazioni, gli amori e le gioie. In essi si dispiega un io femminile, che occupa la scena con leggerezza, ma che allo stesso tempo declina con decisione tutto ciò con cui entra a contatto.

Pronti a condividere le vostre esperienze di disegno? "100 Disegni in 100 Giorni" di Jennifer Orkin Lewis

100 Disegni in 100 Giorni

a cura di Jennifer Orkin Lewis
24 ORE Cultura
Cartonato olandese con segnalibro 14,8 x 21 cm 

pp. 208 interamente illustrate 
€ 18,90 (cartaceo)

"A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino" - Pablo Picasso
In questo particolare periodo storico, abbiamo sicuramente assistito al pullulare di iniziative motivazionali, chiamate nel gergo della comunicazione digitale “call to action” e “challenge”, volte a stimolare una partecipazione creativa e corale nel pubblico, al fine di creare una “community” di persone, che condividono valori ed interessi. Il libro di Jennifer Orkin Lewis, analogamente alle operazioni sopra descritte, propone al lettore di condividere l’esperienza del disegno, aprendo le porte dell’immaginazione su una finestra temporale di 100 giorni. Questo diario di schizzi artistici si adatta sia ad un pubblico di adulti, sia a ragazzi che vogliono cimentarsi nell’esercizio quotidiano della fantasia.

giovedì 6 agosto 2020

#PagineCritiche - Il manuale di lotta "armata" al capitalismo ecumenico neoliberale di Marian Donner

Manuale di autodistruzione. Perché dobbiamo bere, sanguinare, ballare e amare di più
di Marian Donner
traduzione di Marco Cavallo
Il Saggiatore, 2020

pp. 128
€ 14,00 (cartaceo)
€ 6,99 (ebook)

Tutto inizia e finisce con il corpo. Con ossa, muscoli e un cuore che batte. Siamo il sangue che scorre dentro di noi, la bocca che parla, le dita che tastano, la pelle che viene toccata. Mostriamo agli altri chi siamo, qual è la nostra posizione, attraverso il modo in cui vestiamo il nostro corpo, come lo adorniamo, come lo muoviamo e dove lo dirigiamo. È un corpo vulnerabile. Eppure, al tempo stesso, può essere un’arma. (p. 23)
C’è un assunto di base da cui prende avvio il manuale di Marian Donner: nonostante la stragrande maggioranza di pubblicità e slogan contemporanei inciti il singolo a vivere una vita più anticonformista possibile – «Just Do It! della Nike, Impossible is Nothing dell’Adidas, Go Forth della Levi’s» (p. 12), senza contare lo “Stay hungry, stay foolish” di Steve Jobs –, la realtà dei fatti è che «nessun datore di lavoro è impaziente di incontrare dipendenti che “non amano le regole”» (p. 13).
Questa appena enunciata dall’autrice olandese è, senza ombra di dubbio, una grandissima verità: è un dato di fatto che, mentre il (neuro?)marketing suggerisce come determinati stili di vita siano la chiave del successo, il resto del mondo – quello reale – funzioni diversamente. La verità, suggerisce Donner, è che il mondo non ti vuole intraprendente, geniale, affamato, folle: al contrario, ti vuole «bravo, sano, liscio, in forma, produttivo, positivo» (p. 16). In una parola: inquadrato in un sistema scandito da regole ben precise, che sono poi quelle della cultura Weird (western, educated, industrialized, rich and democratic, ossia "occidentale, acculturata, industrializzata, ricca e democratica").

"Il Soffitto dipinto": l'arte dimenticata di Correggio e la forza soffocata delle donne del Cinquecento


Il Soffitto dipinto
di Maria Teresa Guerra Medici
Enciclopedia delle donne, maggio 2020

pp. 158
€ 18 



Quando ho sentito per la prima volta la storia della Badessa Giovanna del Monastero di San Paolo a Parma, mi ero trasferita da poco in questa città e vagavo per le vie senza nomi del centro. Al Museo Bodoni, prima tappa scelta per conoscere le ricchezze che la “piccola Parigi” emiliana conserva nel suo grembo, come doni spontanei per i suoi cittadini, un gentile signore dall’aria bonaria, che si offrì di farmi da guida e raccontarmi la storia del carattere tipografico tra i più celebri al mondo, mi fece conoscere questa affascinante figura.
Nei racconti orali, si sa, ogni dettaglio ne genera altri dieci, più o meno veritieri. La misura dell’autenticità dell’oggetto tramandato diventa, di fatto, poco importante: ciò che conta è il fascino e l’inquietudine che le narrazioni sono in grado di provocare. E così la badessa Giovanna, nel racconto del gentile signore, divenne un’ammaliatrice maliziosa, che nella sua stanza – affrescata da un giovane Correggio - adiacente al monastero di San Paolo, riceveva uomini, intellettuali e commercianti, in gran numero e per scopi non sempre innocenti. La sua sala dipinta da Correggio rimase chiusa per secoli, proprio, secondo il mio narratore, come punizione per il comportamento lascivo della religiosa.

mercoledì 5 agosto 2020

Anatomia di un campione: "Open" di Andre Agassi

Open. La mia storia
di Andre Agassi
Einaudi, 2011

pp. 502 
€ 20,00 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)

Titolo originale: Open. An Autobiography
Traduzione di Giuliana Lupi

Non si sa sempre riconoscere che cosa è che ti rinchiude, che ti mura vivo, che sembra sotterrarti, eppure si sentono non so quali sbarre, quali muri. [...] Sai tu ciò che fa sparire questa prigione. È un affetto profondo, serio. Essere amici, essere fratelli, amare spalanca la prigione per potere sovrano, per grazia potente.
La citazione posta in esergo comincia, fin dalla prima pagina, a picconare i miei pregiudizi circa le autobiografie degli sportivi. Le parole di Van Gogh imprimono da subito il loro segno sulla narrazione, che si configura come una storia di gabbie, ma anche di ricerca disperata di libertà. Non so ancora, perché lo scoprirò solo nella postfazione, che il volume è stato scritto con la collaborazione di un nome tutt’altro che ignoto, quello di J.R. Moehringer, che non ha voluto “apporre la sua firma sulla vita di un altro” (p. 496), ma il cui contributo è stato fondamentale nella stesura del grande romanzo di una vita. Quindi, per il lettore, le scoperte si concentrano agli estremi del volume, ma è tutto ciò che sta in mezzo che ha il sapore della rivelazione. Perché si può non essere appassionati di tennis, o di sport in generale; si può non sapere nulla di Andre Agassi e andare a cercare i video su YouTube per la prima volta man mano che la lettura procede. Eppure alla fine si amerà il personaggio – bisognerebbe dire la persona, che emerge dalla pagina con la nitidezza e l’impatto di qualche verità – e lo si sentirà vicino.

martedì 4 agosto 2020

#CriticaNera - Nei meandri del bosco (e del profiling) con l'esordio di Alessia Tripaldi, "Gli scomparsi"

Gli scomparsi
di Alessia Tripaldi
Rizzoli, luglio 2020

pp. 400
€ 19 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Quando un ragazzo sbuca dal bosco, lacero e denutrito, e sostiene che suo padre è morto ed è sepolto poco più in là, tutti pensano a un terribile incidente. Il cadavere, però, presenta segni inquietanti di omicidio. Gli inquirenti fanno subito due più due e attribuiscono la responsabilità al ragazzo, che risponde al nome di Leone e che appare stranissimo, con una mente ferma a quella di un bambino. Osanna il Padre, che nei suoi racconti è onnisciente e gli ha insegnato a non avere paura, a non piangere, nonostante il bosco di notte possa essere pieno di imprevisti. 
Il commissario Lucia Pacinotti, al contrario di chi vorrebbe liquidare il caso velocemente, capisce che i racconti minimi, perlopiù infantili di Leone sono una pista da seguire e il "ragazzo dei boschi" ha un passato difficile, da scoprire. Innanzitutto, qual è il suo nome all'anagrafe? Mentre ci si arrabatta tra le denunce di scomparsa di bambini per trovare i suoi genitori naturali, tante sono le domande che si affastellano nella mente di Lucia Pacinotti: è stato l'unico bambino rapito? Come viveva Leone? E se ci fossero altri "scomparsi", da qualche parte nel bosco, tenuti segregati in un luogo buio come lui? 

Dei peccati capitali secondo Paola Musa: la superbia di Alfredo Destrè

La figlia di Shakespeare
di Paola Musa
Arkadia, 2020

pp. 128
€ 14,00 (cartaceo)

L’audacia era sempre stata la sua forza. Aveva dovuto anche soprassedere a certe scelte che gli provocavano un senso di disgusto, per raggiungere il suo scopo. Era tuttavia abbastanza sicuro che il suo progetto alla fine avrebbe avuto un buon risultato. In fondo, lo sapeva bene: la gente ama solo ciò che già conosce e in cui si riconosce. (p. 11)
La figlia di Shakespeare di Paola Musa si inserisce all’interno di una cornice più ampia: è infatti il secondo di una serie di sette romanzi dedicati ai sette vizi capitali, preceduto da quell’Ora meridiana, pubblicato nel 2019 sempre per i tipi di Arkadia, che vedeva al centro il tema dell’accidia.
A dominare la scena di questo secondo testo è invece la superbia, quello che la dottrina cristiana riconosce come il peggiore e più grave dei peccati capitali, il quale viene attribuito a Lucifero stesso in quanto angelo che si è ribellato a Dio. Volendo spostare l’accento, pensiamo poi a quella hybris che tanto fa inciting event, diciamo così, di molte tragedie, e che ben rappresenta il leit motiv di tanta cultura greca: Icaro, volendo sfidare le leggi della natura per avvicinarsi al sole, ha peccato di hybris; ma anche Achille, Agamennone e Ulisse sono esempi perfetti di umani che hanno osato paragonarsi agli dèi in un modo o nell’altro e perciò sono stati puniti. Di esempi in letteratura, insomma, se ne potrebbero trovare a iosa.

lunedì 3 agosto 2020

#IlSalotto - Il matrimonio è come un bonsai: intervista a Chiara Sfregola, autrice di "Signorina. Memorie di una ragazza sposata"



Signorina. Memorie di una ragazza sposata 
di Chiara Sfregola
Fandango, 2020

pp. 222
€ 16,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)






Quattro anni dopo la cosiddetta legge Cirinnà – che regola le unioni civili tra persone dello stesso sesso –  è uscito a giugno in libreria un libro sul matrimonio. Sul matrimonio tra donne, ma non solo. L’ha scritto Chiara Sfregola, già autrice di Camera Single (Leggereditore, 2016) produttrice di serie televisive, moglie. In realtà non è esattamente un libro sul matrimonio ma un libro che dal matrimonio parte per esplorare altri temi. È un memoir arguto e leggero, ma anche un bilancio semiserio sullo stato delle cose. L’autrice usa la pratica femminista del partire del personale per parlare del pubblico: racconta la sua coppia per parlare di cosa significhi fare parte di una coppia oggi e cosa significhi – eventualmente – sposarsi e soprattutto dimostrare di poterlo fare. 
È un libro sulle parole, scomposte e osservate dalla sua prospettiva di lesbica e femminista: signorina (che un tempo significava zitella, ora l’offesa è dare della signora a chi pensa sia sinonimo di vecchia), moglie, casalinga, maternità, proprietà, priorità, monogamia. Sfregola ci ricorda che il matrimonio tradizionale si reggeva su quattro pilastri che oggi non esistono più:
Forse è per questo che il matrimonio oggi è un’istituzione in disuso: perché pensiamo che l’unico presupposto necessario per sposarsi sia l’amore, quando invece storicamente il matrimonio si reggeva su quattro pilastri molto precisi: quello sociale, quello economico, quello sessuale e quello riproduttivo.
È nato per dare un collocamento alle donne, ma oggi – grazie al cielo – le figlie femmine non sposate non le chiudono più in convento.
Era praticamente l’unico impiego cui le donne potevano ambire, ma oggi le donne per fortuna lavorano.
Erano l’unico modo legale (sempre per le donne) per fare sesso, ma oggi tutto vogliamo tranne una sposa o uno sposo vergine.
Sanciva la legittimità della prole ma oggi un bambino su tre nasce fuori dal matrimonio. Quando nasce. Se nasce.
Con l’emancipazione della donna – che di fatto ha portato anche all’emancipazione dell’uomo – sono caduti tutti presupposti fondamentali del matrimonio, ecco perché è diventata un’istruzione in disuso. Ci volevano gay e lesbiche per farlo tornare di moda.

I salottieri omicidi di Ambrose Bierce: "Il club dei parenticidi"

Il club dei parenticidi
di Ambrose Bierce
Mattioli 1885, 2018

A cura e con traduzione di Livio Crescenzi con Sofia Fucile e Chiara Giovannini

pp. 156
€ 10,00 (cartaceo)
Audiolibro disponibile
ebook gratuito per i clienti di Kindle Unlimited


Un mattino di giugno del 1872, di buon'ora, uccisi mio padre - un gesto che, allora, mi fece una profonda impressione. (p. 42)

L'incipit del racconto Un incendio mal riuscito è giustamente famoso: anche Pontiggia, nelle sue conversazioni radiofoniche, lo cita come mirabile utilizzo dell'aggettivo "profondo" che, da solo, serve a dare la connotazione di grottesco e nera ironia che caratterizza la cifra di Ambrose Bierce. Non a caso il suo soprannome era "The Bitter", l'amaro.
La raccolta di racconti brevi Il club dei parenticidi si divide in due sezioni: la prima, dedicata agli efferati delitti commessi tra consanguinei, la seconda a racconti del sovrannaturale. 
I delitti sono però portati all'estremo grottesco e i racconti di fantasmi quasi rientrano nella normale paura e suggestione di ogni essere umano. Perché il cinismo dell'autore americano che ha vissuto la Guerra Civile ed è scomparso in Messico senza che si sappia l'ubicazione della tomba è più grande di qualunque forza sovrannaturale possa girare tra di noi.
"Mi perdoni, Vostro Onore, i crimini sono efferati o meno solo se messi a confronto tra di loro. Se voi conosceste i dettagli del precedente assassinio del mio cliente, quando cioè uccise suo zio, potreste riconoscere che nelle natura di questo crimine più recente (se può essere definito crimine) c'è una sorta di comprensione e di sollecitudine filiale dei sentimenti della vittima. (p. 21)

domenica 2 agosto 2020

#CritiCOMICS - «Sono sempre molto sincera nelle mie illustrazioni: tutto l'universo di cui parlo è tratto dalla mia vita»: intervista a Margaux Motin

CLICCA PER ACQUISTARE IL LIBRO
La tettonica delle placche
di Margaux Motin
Bao Publishing, 2020

Traduzione di Francesco Savino

pp. 256
€ 22,00 (cartaceo)
€ 1,99 (ebook)


Margaux Motin è una fumettista francese. Una donna di una ironia sorprendente e di una simpatia tale che la si vorrebbe come amica.
Io la seguivo da tempo sul suo blog, suggeritomi da alcune amiche francesi con le quali ho vissuto a Parigi durante gli studi.
Nel libro La tettonica delle Placche racconta le vicissitudini della sua vita da single freelance alle prese con una bimba piccola. Margaux ci racconta di se stessa in un difficile equilibrio tra la responsabilità di essere madre, la voglia di libertà, le scadenze del lavoro e una storia d’amore finita.
Le tavole sono sketch, quadri di momenti che ci portano nella vita di una donna che sa di essere imperfetta, che si pone molte domande e che accetta di sbagliare e riprovare.
Il linguaggio è un insieme di parole forbite e di slang, il tratto colorato e pulito, il ritmo veloce e intenso proprio come la vita.
Motin elimina ogni forma di stereotipo e gioca sulla sincerità, sulla voglia di vivere, di essere donne sempre, in pantofole, in abito da sera, con le amiche, con un nuovo uomo, perché in fondo l’importante è saper vivere e riemergere dagli errori, con la certezza che nessuno è perfetto.
Dopo aver letto la sua graphic novel ho avuto l’opportunità di intervistare l'autrice. Ho ritrovato l’allegria e l’essere vera di Margaux proprio come nel libro.

Odisseo cantore dell'oggi in uno spettacolo alle foci dell'Alcantara


Una cornice naturale di straordinaria bellezza a incorniciare il mito, in Sicilia, presso le gole dell'Alcantara, tra i comuni di Castiglione di Sicilia e Motta Camastra. In una calda serata estiva si è svolta la rappresentazione del mitico viaggio di Ulisse, reinterpretato dal regista Giovanni Anfuso.
Lo stesso, ha sottolineato che, in occasione dell’anteprima dell'Odissea, ad affascinare il pubblico, formato per la stragrande maggioranza da giornalisti, fosse stata la figura del migrante Ulisse. Il testo è stato infatti riletto e ricucito, per far risaltare la modernità che il mito ci regala. E tra questi, il messaggio più potente è quello contenuto nella frase, pronunciata da Alcinoo, re dei Feaci: “Un naufrago va accolto e soccorso sempre, per legge umana e divina”. E scatta, spontaneo, l’applauso.

Il messaggio del mito nella regia di Anfuso
Il regista Anfuso ha voluto mettere in evidenza la sua idea dell’eroe omerico, che è poi “la figura di Odisseo visto come eroe migrante, impegnato in un infinito percorso che non è soltanto geografico, ma esistenziale”. 
“Dalla voglia di viaggi, avventure, furbizie e battaglie della giovinezza – ha spiegato Anfuso – il naufrago Ulisse approda, nella maturità, a un desiderio di pace, giustizia e prosperità familiare. È come se il personaggio fosse sdoppiato. Ecco perché ho voluto farlo interpretare da due diversi attori: l’uno nel pieno del proprio vigore e impulsivo, l’altro canuto e più riflessivo. Il pubblico, poi, ha mostrato di aver colto perfettamente la valenza corale, comunitaria, della vicenda narrata da Omero più di duemila anni fa”.

sabato 1 agosto 2020

#LibriSottoLOmbrellone - Quali titoli portare in vacanza? I consigli di agosto

Tutte le foto sono di ©Sabrina Miglio
Cari lettori,
buon agosto! Speriamo che possiate godere di un po' di ferie in questo anno così difficile per tutti noi. 
Mare o montagna? Qualunque sia la vostra scelta, anche qualora dobbiate o vogliate restare in città, un buon libro può essere un ottimo compagno per il mese di agosto. A maggior ragione, visti i dati del mercato del libro, diamoci da fare per portare il nostro contributo! 
Come ogni mese, troverete insieme ai consigli due link: il primo per approfondire il libro in questione con la recensione e il secondo per acquistare velocemente l'opera. 

Buon agosto da parte di tutti noi e buone vacanze! Qui su CriticaLetteraria non ci fermiamo: continueremo a tenervi aggiornati con recensioni sul sito e sui nostri social. 

I prossimi consigli arriveranno a Ferragosto con uno speciale :) 
La redazione



***


Carolina consiglia: 
“Morti ma senza esagerare” di Fabio Bartolomei (edizioni e/o) 
Perché l’estate è il tempo della famiglia, e a volte può sembrare che ce ne sia addirittura troppa. Il libretto di Fabio Bartolomei aiuta allora a relativizzare, riscoprendo il valore dell’essere genitori e dell’essere figli, con una trama che parte dal dramma per rovesciarlo subito grazie alla straordinaria delicatezza e all’onnipresente ironia dell’autore. 
A chi cerca una lettura lieve ma non banale; a chi ha uno spazietto libero nella borsa da spiaggia (o da città); a chi si interroga su cosa significhi essere famiglia; a chi non conosce ancora questo scrittore ed è pronto a innamorarsi perdutamente di una prosa che scorre fresca e rigenerante nella calura estiva. 

#CritiCOMICS - La corruzione del nostro io bambino nelle illustrazioni di Labadessa

Piccolo!
di Labadessa
Feltrinelli, 2020

pp. 96
€ 16,00 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)



Poco più di un anno separa Bernardo Cavallino (ne ho parlato qui) dalla nuova opera cartacea di Labadessa. Ciò che per primo salta agli occhi è che, se in quel libro l’illustratore napoletano aveva sperimentato la forma del bianco e nero e del tratto grezzo, con Piccolo! lo vediamo tornare alle origini, a quel mondo tricolore – rigorosamente giallo, rosso e bianco –, a quei tratti netti e a quelle forme piatte che sin dalle prime vignette su Facebook nel 2016 l’hanno reso famoso.
Altra differenza fondamentale con il precedente lavoro consiste nella struttura del libro: se in entrambi persiste – come in effetti in tutta l’opera labadessiana – un costante richiamo alla realtà contemporanea, e dei social soprattutto, e uno sfondare la quarta parete attraverso il rivolgersi al lettore in un continuo gioco metaletterario, Bernardo Cavallino aveva maggiormente il sapore di un graphic novel, in quanto era possibile notare una trama forte e continua che si sviluppava dalla prima all’ultima pagina; in Piccolo! invece la trama principale – il rapportarsi dell’uomo-uccello con il suo bambino interiore – sembra piuttosto fare da sfondo, da collante, per le tre strisce che vanno a costituire le tre favole esplicative dei tre valori fondamentali della nostra epoca. Gino il robottino, La nonna e il vento e La tana di Tino sono in effetti tre – ulteriori – storie che, unite appunto al collante principale, formano i quattro mosaici di Piccolo!. Le favole sono indipendenti fra loro sia in tema di personaggi che di contenuto, e risultano anche indipendenti rispetto al quadro principale, lasciando in alcuni momenti un senso di frammentarietà che non viene colmato appieno neanche nel finale. Il lettore accetta il gioco, ben sapendo/capendo che questa è una storia da 3+1, e lo fa anche perché è Labadessa, uno che della coerenza non ha mai fatto tesoro; tuttavia quando si arriva alla fine questa sensazione di incompletezza rimane, accompagnata dalla percezione che tutto il viaggio sia durato troppo poco (un rapido calcolo ci porta a realizzare che questo libro è ben trentadue pagine più breve rispetto al precedente).

venerdì 31 luglio 2020

#IlSalotto - Tra fantascienza, fantapolitica, “esperienza femminile” e cruda realtà con Irene Chias, autrice di “Fiore d’agave, fiore di scimmia”

Foto di Irene Chias per CriticaLetteraria
C’è un tipo di storie che mi ha sempre affascinato: i romanzi i cui protagonisti sono scrittori a loro volta. Narrazioni moltiplicate, apparentemente svelate ma allo stesso tempo celate dietro altri veli, in cui il lettore sembra messo a parte di un segreto, ma a cui in realtà viene solo mostrata una serratura, senza però che gli sia data la chiave. È di questo che parla Fiore d’agave, fiore di scimmia di Irene Chias, appena uscito in libreria per Laurana editore: è la storia di Adelaide Dattilo, scrittrice di fantascientifiche distopie dallo scarsissimo successo, il cui agente Max la convince a recarsi nella sua nativa Sicilia per scrivere “un romanzo rosa”. Il libro prosegue così alternandosi tra la storia di Adelaide e il romanzo che lei scrive, una sorta di rimaneggiamento della sua vita, della sua famiglia e del borgo in cui è cresciuta. Eppure, mentre Adelaide scrive la storia di Adelasia cercando di convogliare nelle pagine “l’esperienza femminile” tanto importante quanto semplice e univoca secondo Max, non riesce a non pensare a come, forse, la vera esperienza delle donne e dell’umanità di oggi siano rese meglio dal genere distopico e dalla fantascienza, che, seppur in chiave cifrata, possono parlarci in modo più onesto del nostro mondo.

Il romanzo abbonda di riferimenti alla Sicilia contemporanea ma anche alla storia d’Italia, nelle sue contraddizioni e zone d’ombra, dalla legge Merlin al MUOS di Niscemi; nella cornice del nostro quotidiano, spesso lontana dalla fantascienza e più simile alla fantapolitica che tanto affascina Genova, personaggio alquanto singolare, che forma può avere la distopia intesa come chiave di lettura del reale, un caveat che ci impedisce di distruggere la nostra stessa umanità?
I romanzi fantastici, di fantascienza o di fantapolitica, hanno quasi sempre avuto la funzione di parlare del reale camuffandolo; hanno quasi sempre potuto costituire, per chi fosse stato in grado di coglierlo, un avvertimento. Purtroppo, i mezzi di persuasione collettiva sono altri e sono molto più pervasivi di un libro. L’adorazione del denaro come unica possibile prova del successo personale è diffusa a livello planetario e le culture diverse – l’unico reale “altro” – vengono marginalizzate e distrutte: tutto deve poter essere comprato coi soldi. Si inseguono con fatica, sacrifici e spesso azioni non etiche sogni di realizzazione sociale inculcatici per poter meglio favorire l’arricchimento spregiudicato di qualcuno già ricco. Ci sono varie narrazioni che lanciano l’allarme della deriva (sociale, ambientale, di salute) già ampiamente intrapresa dalla contemporaneità. Ma non sembra che possano bastare, anche perché per ogni avvertimento ci sono cento narrazioni che invece perpetuano e promuovono il paradigma del capitalismo più spietato.

L'esordio italiano di un romanzo ingiustamente dimenticato: "Le donne di troppo" di George Gissing



Le donne di troppo
di George Gissing
Edizioni La Tartaruga, febbraio 2017

Prima edizione: 1893

Traduzione di Vincenzo Latronico

pp. 476
€ 18,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)
Audiolibro disponibile 


Coinvolgimenti romantici, eredità inaspettate, campagna inglese e ville londinesi. Tutto quello che ci si aspetta da un romanzo vittoriano, vero? Sì, ma no. Perché la storia che ci racconta Gissing ha uno scopo diverso. Non vuole parlare di quei lieto fine amorosi che i suoi contemporanei cercavano nei romanzi, quei romances che Virginia Madden, una delle protagoniste del romanzo, legge ubriacandosi di gin per dimenticare gli stenti e le infelicità della sua vita. Vuole parlarci di chi quei romanzi li cerca e in essi si rifugia, vuole parlarci delle vite che troppo spesso la letteratura e la memoria non ci ha tramandato; coloro che leggono i romanzi, coloro come Virginia Madden. Gissing, come anche Thomas Hardy e tanti altri, sancisce la fine dell’Ottocento vittoriano, abbattendo gli alti muri che rinchiudevano la percezione dei lettori e parlandoci delle altre donne. Di quelle che non potevano sposarsi, non solo per mancanza di mezzi o di possibilità, ma proprio per statistica:
"Ma sai che nel nostro felice Paese le donne sono mezzo milione in più degli uomini?" disse Rhoda.
"Mezzo milione!" le fece eco Monica.
"Già, una cosa del genere. Così tante donne di troppo... Nessuno se le potrà mai prendere. I pessimisti le chiamano inutili, perse, vite sprecate. Io, ovviamente - dato che sono una di loro - la vedo in modo diverso. Io ci vedo una grande scorta di energia."

giovedì 30 luglio 2020

Voce del verbo abitare. "L'esercizio" di Claudia Petrucci

L’esercizio
di Claudia Petrucci
La Nave di Teseo, 2020

pp. 333
€ 17,10 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)




Per parlare dell’Esercizio, il libro d’esordio di Claudia Petrucci per La Nave di Teseo, ci si rimbocca le maniche, ci si raccoglie i capelli in una coda: la storia cammina sul filo sottile tra teatro e letteratura con la lucidità sorprendente di un acrobata navigato, affrontando tematiche accessibili a diversi livelli di comprensione. 
A Milano, quartiere Lambrate, i giovani Giorgia e Filippo vivono insieme tentando disperatamente di non soffocare nell’insoddisfazione, si raccontano di non aver perso di vista i loro sogni – una vita senza dolore connaturato e misterioso per lei, una lunga carriera da giornalista per lui – sulla strada dei quali si sono frapposti da qualche tempo un lavoro al supermercato e la gestione del bar di famiglia. Si raccontano che è solo una parentesi, eppure «Il volere e il non potere diventano gli assi di rotazione della [loro] vita». Almeno fino alla comparsa di Mauro, l’ex maestro di recitazione di lei.

The New York Stories: di inquietudini e crepe sulla facciata, nei racconti dell'autore più pubblicato dal New Yorker

The New York Stories
di John O'Hara
Bompiani, giugno 2020

Traduzione di Maurizio Bartocci

pp. 444
€ 16 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Il jazz. L’alcool. I country club e i piccoli appartamenti di periferia. Broadway, o meglio, i suoi fantasmi. Il sesso. Le inquietudini. C’è il meglio della produzione breve di John O’Hara, autore imprescindibile per gli appassionati di racconti e narrativa statunitense, in questo bel volume uscito di recente per le edizioni Bompiani nell’attenta traduzione di Maurizio Bartocci. Trentadue racconti selezionati in una produzione letteraria molto vasta, che vanno dagli anni Trenta alla fine degli anni Settanta, tutti, come suggerisce il titolo, di ambientazione newyorkese.
L’edizione italiana riprende fedelmente quella curata da Steven Goldleaf nel 2013 per Penguin Random House ed è in effetti già all’edizione inglese che imputiamo qualche dubbio sulla scelta di ordinare i racconti non in ordine cronologico ma alfabetico, seguendo in questo il criterio adottato dallo stesso O’Hara nelle ultime raccolte pubblicate negli anni Sessanta, prima della sua scomparsa. Fortunatamente ogni racconto è seguito dall’anno di pubblicazione e per il lettore, quindi, è piuttosto facile ricostruire l’ordine cronologico per potersi immergere nella lettura e seguire l’evoluzione della scrittura di O’Hara, la ripresa di tematiche e spunti ricorrenti, i mutamenti della sensibilità letteraria e della scrittura, i cambiamenti della città stessa in cui le storie sono ambientate.

mercoledì 29 luglio 2020

Due fratelli, una giovinezza bruciata: «Gli affamati», il romanzo d'esordio di Mattia Insolia

Gli affamati
di Mattia Insolia
Ponte alle grazie, 2020

pp. 176
€ 14 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)

Il compito di Paolo era proteggerli. Sé stesso e Antonio. Ma non ne era in grado e se ne rendeva conto sempre troppo tardi. Tutte le volte che il mondo faceva incursione nella loro vita. Che qualcuno cercava di schiacciarli. Tutte quelle volte lui capiva di non essere all'altezza del compito, e lo capiva sempre quando era tardi. Era capace solo di aggiungere caos al caos, nella speranza che la confusione li salvaguardasse. E quando le forze gli venivano meno, non poteva far altro che arrendersi. Lasciarsi andare. (p. 143)
Prendete due fratelli che sono dovuti diventare grandi tutti d'un colpo, perché la madre li ha abbandonati e il padre è stato trovato morto in casa, dopo una pesante sbronza. Prendete Paolo Acquicella, che a ventidue anni lavora in un cantiere edile pur odiando ogni giorno quello che fa, e non vedendo l'ora di rilassarsi alla domenica, quando, senza forze, ha giusto voglia di una canna e qualche birra in panciolle. Prendete un fratello minore di tre anni, Antonio Acquicella, che non sa cosa farà della propria vita, perché si sente inadeguato tanto nello studio, quanto nelle relazioni, e non riesce neanche a trovarsi un lavoretto per sbarcare il lunario. Le loro uscite per evadere? I soliti amici, il solito fumo, i soliti posti, il solito alcol e, semmai, qualche ragazza di passaggio. Niente che resti. Forse per questo, o forse per due grandi e gravi segreti che i fratelli non sanno confessarsi, la frustrazione è sempre acquattata accanto a loro, pronta a sbranarli e a trasformarsi in una rabbia cieca. Gli accessi di violenza - una violenza inspiegabile, folle, che non sa fermarsi - coglie a volte Paolo alla sprovvista, in un crescendo impossibile da giustificare (e alcuni episodi risultano difficili da digerire per il lettore), per quanto vi si annidino traumi irrisolti ed enormi richiami d'aiuto. Qualche volta questo stare "sempre incazzato", come viene detto in più occasioni nel romanzo, fa sì che Paolo perda le staffe anche con Antonio: d'altra parte, il fratello minore gli chiede soldi e non fa nulla per contribuire.