mercoledì 13 giugno 2018

"Matti per sempre" - Intervista a Gabriella Lanza e Daniela Sala (seconda e ultima parte)


Con la seconda parte dell’intervista a Maria Gabriella Lanza e Daniela Sala, autrici del web doc “Matti per sempre”, (https://mattipersempre.it) continua il nostro viaggio nel mondo della cura mentale oggi, a quarant’anni di distanza dalla Legge Basaglia che ha chiuso definitivamente i manicomi italiani. Qui trovate la prima parte dell'intervista.


- Uscita dal manicomio, la stragrande maggioranza dei malati non aveva gli strumenti per costruire una vita autonoma; ma, nella vostra ricerca, avete incontrato casi felici, uomini e donne che sono riusciti a trovare un proprio spazio nella società civile?

Nel nostro web doc abbiamo voluto raccontare anche le storie di chi è riuscito a rimettere insieme i pezzi della propria vita dopo la chiusura dei manicomi. Lido, che oggi ha più di 90 anni, ne ha passati 50 nel manicomio di Maggiano, vicino a Lucca.
Originario di un paesino delle campagne lucchesi, nel secondo dopoguerra è partito per il Canada, in cerca di fortuna. La difficoltà di vivere in un altro Paese, una lingua per lui incomprensibile, la solitudine e il clima estremamente rigido lo hanno profondamente segnato. Quando, dopo due anni, è ritornato in Italia, è stato internato a Maggiano. Lo psichiatra Enrico Marchi, alla fine degli anni ‘90, ha seguito il processo di definitiva chiusura del manicomio di Maggiano e insieme ad altri colleghi ha avuto un’intuizione: per gli ultimi internati rimasti non ci sarebbero state altre strutture, comunità terapeutiche o gruppi appartamento, come succedeva nel resto d’Italia, ma una famiglia in grado di accoglierli e restituirgli gradualmente una vita autonoma. Un vero e proprio affido familiare. È così che nel 1997 Lido è stato adottato da Enrica e Giuliano, che hanno tre figli. Da allora vive con loro ed è diventato un amico, uno zio, un padre e un nonno per tutta la loro famiglia.



- Il vostro webdoc ha il grande pregio di essere informativo adottando uno stile narrativo: si apprendono tantissime informazioni, uscendo da questo viaggio virtuale arricchiti di sapienza ma, soprattutto, arricchiti di umanità: è un viaggio nella vita di donne e uomini, normali eppure speciali. Se ne sente la voce, si ascoltano le loro storie, dando colore a numeri e definizioni, a parole che rischierebbero di rimanere piatte, in bianco e nero. Tra tutte le indimenticabili testimonianze (penso a Franco Mastrogiovanni, morto per contenzione, a Pina, entrata in manicomio a 5 anni e ricoverata per quasi 50, o a Lido, adottato a 70 anni da una famiglia di Lucca), qual è quella che vi ha più emozionato e perché?

Sono tante le persone che ci hanno emozionato e che abbiamo avuto la fortuna di incontrare. Forse però la storia che più di tutte racchiude il senso del nostro lavoro è quella di Alice che oggi è una pittrice e vive con la sua famiglia a Camogli, vicino Genova. Ma per sette anni, da quando ne aveva 19, è stata ricoverata in 13 comunità terapeutiche e Spdc. La diagnosi era “disturbo della personalità̀ borderline in anoressia”, con tendenze autolesioniste. Ore di ozio, psicofarmaci e contenzione meccanica, praticata con fascette di cuoio e scotch intorno a polsi e caviglie o con un lenzuolo stretto intorno alle spalle, il cosiddetto “spallaccio”. Come scriveva alla fine degli anni ’60 lo psichiatra Edoardo Balduzzi: “È necessario liberare tutti, sani e malati, dal pregiudizio che la malattia mentale significhi essere fuori di sé. Il matto è soprattutto una persona che soffre”. Conoscere Alice, trascorrere qualche giorno con lei, raccontare la sua sofferenza e la sua rinascita ci ha arricchito come giornaliste e come persone.

- Qual è lo stato dell’arte sul trattamento e la cura della malattia mentale da un punto di vista legislativo? Ci sono futuri sviluppi in vista?

Dopo la Legge Basaglia, i pazienti che hanno un disturbo mentale o che vivono un momento di fragilità sono presi in cura dal Dipartimento di salute mentale. Ogni Dipartimento è dotato di un Centro di salute mentale (Csm), strutture residenziali o semi-residenziali e di servizi psichiatrici di diagnosi e cura (Spdc), una sorta di pronto soccorso per chi ha immediato bisogno di aiuto. Nel corso degli anni, ogni Regione ha attuato le disposizioni della Legge Basaglia in tempi e modi diversi. Nel gennaio 2016 il Forum Salute Mentale ha avviato la campagna “E tu slegalo subito” per chiedere l’abolizione della contenzione praticata nei reparti psichiatrici. Non esiste nessuna legge che preveda la contenzione. Per giustificare la pratica della contenzione meccanica si fa ricorso al cosiddetto “stato di necessità”, disciplinato dall’articolo 54 del codice penale: non è punibile chi ha legato una persona “per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave”. Ad aprile del 2016 sono iniziate le audizioni in commissione Diritti umani al Senato, presieduta dal senatore del Pd Luigi Manconi, sul ricorso alla contenzione, mentre a marzo dell’anno scorso è stata proposta l’istituzione di una commissione d’inchiesta parlamentare sul fenomeno.

- “Lo psichiatra è lo specialista che, come in una fabbrica, si occupa di aggiustare una macchina biologica rotta all’interno di una catena di montaggio” Piero Cipriano, psichiatra in un SPDC di Roma, definisce così, tristemente, lo stato dell’arte della cura della malattia mentale.
Come rompere, a vostro parere, la logica della automazione a beneficio della logica dell’umanità?

Come abbiamo raccontato nel nostro web doc, in Italia esistono reparti psichiatrici a porte aperte e dove non si pratica la contenzione. È una scelta in salita e che richiede forse più attenzione e fatica da parte degli operatori sanitari e dei medici, ma è una scelta che può fare la differenza per i pazienti in cura. Come racconta Alice, essere stata in Spdc a porte chiuse e aver subito contenzione ha aggravato il suo malessere. L’unica volta che ha sperimentato la “libertà terapeutica” descritta da Basaglia, è stata a Novara, quando è stata ricoverata in un reparto senza sbarre. “Ero talmente abituata a stare in posti violenti e chiusi che scappavo dalla finestra anche se la porta era aperta. Non c’era nessun bisogno di darmi delle costrizioni. Quando la libertà è venuta a mancare, ho dovuto lottare contro qualcosa che non c’entrava niente con il mio star male”.
- Quali libri o saggi sul tema potete consigliare ai nostri lettori?

Un libro che ci ha sicuramente accompagnato e guidato nel nostro lavoro è “Liberi tutti” di Valeria Babini. Oltre a raccontare attraverso le testimonianze dei protagonisti dell’epoca la rivoluzione basagliana, ripercorre in modo storico e scientifico la storia della psichiatria in Italia.

- Quali sono i vostri progetti futuri?

Sicuramente continueremo ad occuparci di questa tematica. Speriamo in futuro di poter approfondire tutti gli aspetti che per mancanza di tempo abbiamo dovuto momentaneamente escludere dal nostro web doc.


Barbara Merendoni