Le figlie del pittore
Già autrice e regista televisiva, nonché psicoterapeuta, Emily Howes esordisce nel mondo della narrativa con Le figlie del pittore, pubblicato di recente da Neri Pozza, nella traduzione di Alessandro Zabini: un romanzo dallo stile e dall’impianto per certi aspetti sorprendenti, che dimostra la raffinata sensibilità dell’autrice nei confronti dell’atto creativo e della produzione artistica in generale.
Il libro racconta la storia della famiglia di Thomas Gainsborough, ritrattista e paesaggista attivo in Inghilterra nella seconda metà del Settecento, e, più in particolare, il rapporto tra le sue due figlie, Peg e Molly: una sorellanza simbiotica e morbosa, che sfiora i confini della patologia.
Io divento di nuovo la sua ombra, e lei mi appartiene, proprio come quando eravamo ragazzine, insieme, sempre insieme, senza che nessuno si intrometta nella nostra intimità, senza che nulla si ponga fra noi, neppure una scheggia: le teste l’una accanto all’altra sul cuscino e le chiome intrecciate. (p. 327)
Pur essendo Molly la maggiore, è Peg – la «Capitana» – a prendersi cura di lei e ad accudirla come una madre, dal momento che la bambina soffre di una malattia ‘strana’, inclassificabile, genericamente etichettata come pazzia e segnata da episodi ricorrenti di vacuità, amnesie improvvise, perdita di contatto con la realtà.
Molly è più brava di me a sapere cosa bisogna fare e a farmi sentire meno preoccupata, e anche a cucire, però le parole hanno l’abitudine di scivolarle via dalla mente. (p. 25)
Intorno alle stranezze di Molly ruota la vita di Peg: nel terrore che la sorella sia internata e dunque allontanata da lei, sin da piccola impara a essere iperprotettiva nei suoi confronti, a monitorarla minuto per minuto, a nascondere ai genitori i frequenti attacchi di cui Molly è vittima («Mi rendo conto di non poterla più perdere di vista: dovremo restare insieme ogni momento», p. 174).
Durante il corso del tempo, dall’infanzia all’adolescenza e fino all’età adulta, l’attaccamento di Peg assume la forma del sacrificio di sé, quasi dell’annullamento, benché in più occasioni la protagonista non possa fare a meno di confessare, pur con grande rimorso di coscienza, la propria insoddisfazione di fronte a questa gravosa assunzione di responsabilità:
[…] la mia vita – o almeno la vita che avevo progettato senza che potesse mai sembrarmi reale – sta ingiallendo e appassendo insieme alla sua. (p. 245)
Si viene dunque a creare un circolo vizioso di dipendenza reciproca, di insofferenza e senso di colpa che finisce per limitare pesantemente la vita di entrambe.
Il dato narratologico più interessante è rappresentato dalla scelta del punto di vista. La voce narrante è quella di Peg, che ci offre una visione dei fatti necessariamente soggettiva e parziale, destinata però a essere messa in discussione in alcuni passaggi-chiave del romanzo, nei quali – soprattutto attraverso i dialoghi e i confronti tra personaggi – emergono, a sorpresa, prospettive diverse, chiavi di lettura decisamente alternative.
Di questa voce narrante, all’interno del romanzo, si percepisce il progressivo, ma netto cambiamento a livello stilistico e linguistico, che segna e accompagna il passaggio dalla fanciullezza alla maturità. Il ritmo delle frasi, velocissimo nelle pagine iniziali – quelle che, soprattutto attraverso l’uso dell’indiretto libero, raccontano l’infanzia felice nel Suffolk –, tende a poco a poco a distendersi e a farsi più lento, quando le due bambine diventano grandi e assumono un comportamento da signorine ‘per bene’. Resta costante, invece, la forza delle metafore, molte delle quali tratte dal mondo naturale e da quello dei colori, che, per un gioco ricorrente tra Peg e suo padre, servono soprattutto a 'dipingere' i caratteri o gli stati d'animo:
Adesso io sono il verde nell'ombra [...]. Invece, quando ero bambina, a Ipswich, ero il rosa, il rosa tenero della carne, pallido e iridescente sullo sfondo fosco della terra del Suffolk. E anche Molly. Eravamo lo stesso colore, allora. (p. 14)
Sullo sfondo dell’alta società inglese di Ancien régime (con tutto quello che questo comporta a livello di ipocrisie, classismo e perbenismo), le due figlie del pittore crescono tra i ‘due fuochi’ rappresentati dai genitori: da un lato, Margaret, madre esigente e severa («Mi chiedo perché mia madre debba sempre criticare tutto», p. 20), che pretende dalle ragazze un comportamento perfetto, sia in casa che fuori e che sogna per loro un ricco matrimonio di convenienza; dall’altro, Thomas, il pittore, lo spirito libero, poco presente e poco rigoroso dal punto di vista educativo, continuamente accusato da Margaret di essere leggero e superficiale («Non è tutto facile, Tom», p. 16).
Peg è adorante nei confronti di Thomas, che esercita su di lei una sorta di fascinazione. Il desiderio di trascorrere insieme a lui più tempo possibile, di divenire a sua volta pittrice, di compiacerlo e riceverne affetto, supera di gran lunga il dispiacere per le sue tante mancanze, sia come padre, sia come marito. Il lettore scopre solo gradualmente i tanti «enigmi e segreti» (p. 164) che attraversano la storia di questa famiglia: ancora una volta risulta decisiva la parzialità della voce narrante, che non sa mai svelare fino in fondo i misteri da cui è circondata.
Sembra che lui lanci un incantesimo e prenda una parte della persona che ritrae affinché la sua magia possa operare. (p. 17)
Osservo il dipinto che ritrae me e Molly come artiste. È quasi perfetto: mancano poche pennellate. […] Lui ha visto che cerco di sparire. Posso nasconderglielo nella vita, non nella pittura. (p. 195)

Social Network