L'uomo verde
di Kingsley Amis
Neri Pozza, gennaio 2026
Traduzione di Gianni Pannofino
pp. 256
€ 20 (cartaceo)
€ 9,99 (e-book)
Mi sentivo sobrio o - per meglio dire, dato che la completa sobrietà era per me già da molti anni insopportabile - abbastanza sobrio. Quasi completamente, diciamo. L'uomo verde. L'Uomo Verde. Decine, forse centinaia, di pub inglesi portavano quel nome, presumibilmente per alludere - ricordavo di aver letto da qualche parte - o a un Jack-in-the-green, personaggio tradizionale delle celebrazioni popolari d'inizio maggio, o a un guardacaccia che doveva aver indossato qualche tipo di abito verde. Era possibile che la mia casa, così chiamata sin dalla sua fondazione, nel tardo Quattordicesimo seco1o, fosse un caso diverso e che l'emissario soprannaturale di Underhill esistesse già allora? In caso affermativo, dare a questo posto il nome di una tale creatura era stata una ben strana forma di promozione. La congettura, però, aveva un suo interesse. (p. 155)
Pubblicato per la prima volta nel 1969, The Green Man è un romanzo bizzarro che affronta, mascherandoli dietro una voce narrante caustica, saccente e ironica, moltissimi temi per così dire "alti": la vita, la morte, la religione, il sesso, la famiglia, il tradimento, il significato e la possibilità dell'esistenza di un aldilà.
Che già ha i suoi grandi problemi da gestire: è alcolizzato, erotomane, ipocondriaco, ha un padre malato, una figlia adolescente avuta dalla prima moglie di cui non si cura, una seconda moglie in cerca di attenzioni - che viene ignorata al pari della ragazzina salvo nei casi in cui c'è da andare a letto - una locanda da gestire e vari problemucci di salute, più o meno gravi.
Il romanzo si apre con un evento luttuoso e che fa presagire qualcosa di soprannaturale: il problema, che si estenderà per tutta la durata del romanzo, è convincere tutti gli altri personaggi che quell'evento e gli altri a seguire non siano causati da ragioni "naturali", ma altri, da imputare al fantasma.
Maurice quindi combatte per più di duecento pagine con se stesso in primis, cercando in tutti i modi di scansare l'idea di essere impazzito, e poi con gli altri. Tuttavia, nel frattempo, quest'ansia non gli impedisce di tracannare come un cammello, tradire la moglie, ignorare la figlia e i consigli dell'amico medico Jack.
«Perché allora prendersela proprio con me? Che cosa ho fatto?»«Fatto?» È scoppiato a ridere convinto. «Sei un essere umano, dico bene? Venuto al mondo e tutto il resto. Che cosa c'è di strano nel mio venire a trovarti in questo modo? Può capitare di peggio, ti assicuro. No, me la sono presa con te, per usare la tua espressione assai poco cortese, in parte perché sei... ehm...» Si è interrotto e ha fatto roteare il ghiaccio nel bicchiere, prima di riprendere come se stesse cominciando una nuova frase. «Un rischio calcolato».«Un alcolizzato che vede i fantasmi e mezzo fuori di senno. Capisco».«Ma anche uno che nessuna persona con un minimo di senso giudicherebbe un santo, un mistico o altro del genere. Ecco perché. Devo andarci cauto su certe cose, ovvio». (p. 202)
Come dicevo in apertura è un romanzo bizzarro e in parte questa considerazione è dovuta al carattere del protagonista: Maurice mi è stato simpatico per la maggiori parte del tempo, poi l'ho odiato, poi mi è tornato simpatico, e così via per tutto il romanzo. La sua voce è dotata di ironia brillante ma ne ha da dire una su tutto: sul sesso e il corpo delle donne, sulla religione, sulla letteratura (sì alla poesia, no alla narrativa), sul cibo, sulle minigonne, sulla seduzione, sull'aldilà, e tutto con un tono divertente, netto, convinto, come se le sue opinioni fossero legge.
Nonostante gli altri personaggi lo credano un po' suonato – addirittura l'amico medico Jack ipotizza un delirium tremens, a causa della presenza delle sue visioni – Maurice non si risparmia su nulla: alcol, sesso, cibo grasso, spaventi e avventure. Mi ha vagamente ricordato in questo senso – e anche grazie al suo ateismo, che permea ogni sua parola – il protagonista di Mad Men, Don Draper. Un uomo disilluso, mosso da passioni carnali, da grandi appetiti, e però sempre profondamente caustico.
Nello svelamento di questo grande segreto della vita che promette il fantasma di Underhill – le cui mire si riveleranno nel finale, sordide e omicide –, Maurice usa l'arma dell'ironia: molti passaggi del libro fanno ridere, e grazie a lui, alle sue opinioni spassionate. Poi però cade nel nostro disamore perché si comporta come un uomo egoista, insensibile e pure un poco pusillanime quando si tratta dei suoi affetti.
Non mi sono neanche domandato se Diana raggiungesse quello stadio cosi spesso come il suo comportamento lasciava presumere oppure mai del tutto. Non è questo il mio modo di fare in quei momenti, e si capisce anche questo. Il mistero, la riservatezza emotiva, l'autodistanziamento delle donne, tutto il bagaglio di sentimenti che si portano dietro e che sperano di rifilare agli uomini - queste e un'infinità di altre e più concrete manifestazioni hanno origine non dalla secondaria circostanza per cui le donne portano in grembo e partoriscono i figli, bensì dal fatto che non hanno erezioni né eiaculazioni. (E, già che ci siamo, è il fatto che invece gli uomini hanno entrambe ciò che priva la figura dell'omosessuale passivo di un reale spessore e di credibilità.) (pp. 142-143)
Insomma, trascinati da Maurice e dai suoi deliri, leggiamo una storia di fantasmi stranamente confortante: la presenza di Underhill è una scusa dell'autore per riflettere sul significato della vita, sulla possibilità di un altrove dopo la morte, sul reiterare le contraddizioni della religione (su cui, attraverso la voce di Maurice, ha opinioni altrettanto nette e caustiche).
L'uomo verde mi è piaciuto molto: scrittura elegantissima che non risente degli anni trascorsi, divertente ma profondo, con un personaggio narrante che vi ricorderete per un pezzo. Di fatto, il solo Maurice regge tutto il romanzo.
Deborah D'Addetta

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