La popolazione di Trento e dintorni pressoché annientata, una tragedia sociale, industriale, ambientale che avrebbe esteso le sue propaggini fino a Verona e in gran parte del Nord. No, non stiamo parlando di un disastro immaginario o futuribile, come nell'ultimo romanzo di Ian McEwan, Quello che possiamo sapere, bensì di ciò che sarebbe potuto accadere a Trento la notte del 14 luglio 1978, a conti fatti poco meno di cinquant'anni fa, se il caso, una buona dose di coraggio, di intelligenza e, ammettiamolo, anche di fortuna, non avessero aiutato a evitare quello che poteva diventare una catastrofe di dimensioni non quantificabili. Il tutto in un acronimo, SLOI (Società Lavorazioni Organiche Inorganiche). Una fabbrica, a Trento dal 1939, strategica per la produzione di piombo tetraetile, prima per usi bellici e poi per le automobili (la benzina senza piombo sarebbe arrivata dopo).
La sera del 14 luglio 1978 sopra la città di Trento imperversava un furioso temporale. La pioggia (a volte, purtroppo, come anche la cronaca ci insegna, le tragedie si accendono da particolari minimi), si infiltrò dal tetto in un capannone, che conteneva barili pieni di sodio, e bagnò un fusto crepato. A contatto con l'acqua il sodio esplose, innescando una reazione a catena di esplosioni. La temperatura salì a 1.200 gradi. Le sorti della città, e dei suoi abitanti, sarebbero state segnate se un ingegnere, capo dei Vigili del Fuoco, non avesse pensato, vista l'impossibilità di spegnere l'incendio con l'acqua, di requisire delle autobotti di cemento per soffocare il fuoco. Non era la prima volta che la Sloi aveva mostrato segni inequivocabili di pericolo e di impossibile convivenza con la città. Inutile dire che dal 1978 l'azienda ha chiuso i battenti e i suoi resti sono ancora visibili nella zona Nord di Trento, un gigante piegato su se stesso, probabilmente ancora inquinante, chiuso da catene e circondato da alberi quasi pietosi nel nascondere il rudere.
Cosa c'entra questa lunga digressione storica con il libro di Tommaso Giagni, La fabbrica e i ciliegi? Ecco, la fabbrica del titolo è proprio la Sloi e i ciliegi sono le coltivazioni adiacenti all'industria di cui gli agricoltori già negli anni '40 del Novecento, denunciavano la distruzione. Una storia che parte da lontano, quella di Giagni, e che prende le mosse da due piani temporali paralleli, ma sfalsati. Da un lato c'è il protagonista, Cesare, ricercatore di storia antica a Roma, che scopre, dopo la morte della madre, da alcuni vecchi documenti che il padre non è morto di leucemia, come ha sempre creduto, ma in un istituto per malati psichiatrici di Trento. Dove Cesare si precipita, vincendo la sua proverbiale pigrizia, per capire davvero chi era suo padre. Un padre che non ha mai conosciuto, morto prima che lui venisse al mondo. Dall'altro ci sono le storie di Loris e Marilù, due trentenni che, per vicende varie, a Trento, vengono in contatto con Cesare che ne segue le traiettorie. Loris viene da una lontana valle trentina, Marilù dal Sud e mentre il primo, brillante accademico, sembra avere una vita risolta, definita, appagante, integerrima e invidiabile, la donna ancora deve capire che cosa fare della sua esistenza, della sua quotidianità e soprattutto delle sue prospettive. Le orbite dei due, a un certo punto, s'incrociano e attraversano quelle di Cesare, dando vita a un incontro con potenziali sviluppi.
Sullo sfondo c'è sempre lei, la Sloi. Perché il padre di Cesare, Vigilio Merz, era operaio alla Sloi, prima che accadesse il terribile incendio del 1978. E morì, prima dell'incendio. Morì, come poi venne a sapere Cesare, in seguito alla sua indagine a Trento, sconvolto dal saturnismo, una malattia, classificabile come intossicazione cronica da piombo, che provocava, oltre a disturbi fisici, sintomi neurologici e psichiatrici.
In una camera da letto un uomo e una donna parlavano distesi, lei era a pancia sotto perché non sapeva di essere incinta. Si accorse che lui aveva la bocca viola, gli tirò indietro le labbra: l'orlo delle gengive era nero. L'uomo si mise a ridere spaventato, non capiva. La donna restò seria, ma non capiva nemmeno lei. (p. 9)
Documentandosi, leggendo tutto quanto può sulla Sloi, a Cesare arrivano in faccia, come pugni, i racconti di come morivano gli uomini che si ritrovavano nelle mucose le tracce di piombo, la lettura dei giornali dell'epoca, il resoconto di quell'incendio che suo padre non vide, gli lancia addosso, come un Tir, la consapevolezza della pericolosità della fabbrica e delle condizioni di lavoro spaventosamente inadeguate. E le persone con le quali viene in contatto, un ex collega del padre e una suora, non possono che dargli conferme.
Accanto a questo fil rouge, per me la parte più bella e interessante del libro, ci sono le possibilità infinite delle esistenze. Loris sembra aver tutto sotto controllo su binari già definiti, che saranno scardinati da qualcosa di imprevedibile, e Marilù, con i suoi conflitti familiari irrisolti, la sua fragilità, una donna che, alla fine, trova una forza che non sa nemmeno di avere. Tutti e tre i personaggi, con il proprio agito e i propri pensieri, contribuiscono a disegnare i diversi possibili modi di relazionarsi con il proprio passato, con le proprie radici che non si possono tagliare in modo netto e definitivo. Qualcosa sboccerà sempre da quelle radici e sarà un qualcosa che verrà a cambiare il proprio rapporto con il mondo e a scompaginare un'esistenza già indirizzata.
Scritto in maniera lucida, rigorosa e controllata (in alcune parti forse, fin troppo), il libro non schiaccia l'occhio a facili sentimentalismi né si accoda alla pratica della denuncia fine a se stessa. La vicenda della Sloi, che Giagni ha il grande merito di riaprire, perché davvero è assai poco conosciuta, gli serve come punto di partenza per esplorare l'animo umano nelle sue reazioni al dolore, alla perdita, alla consapevolezza di un'ingiustizia. I personaggi di Giagni incarnano se stessi e, nel contempo, le diverse angolature dell'animo umano, sono particolari e universali. Anche chi non c'è più, come Vigilio, che richiama su di sé, come fosse un archetipo, tutte le possibili vite operaie, passate e future. Il romanzo finisce per essere una riflessione sul mondo del lavoro, sull'ingiustizia che lo domina, sull'inconsapevolezza o sull'accettazione forzata di condizioni lavorative pericolose e rischiose. Il tutto con una prosa tagliente e pura come un diamante che non cede a sbavature, forse fredda in alcuni punti, ma di una freddezza e un controllo voluti, cercati, cesellati.
A volte ci vuole un romanzo per alzare il velo di polvere che gli anni hanno messo addosso alle cose e se Giagni riesce a far parlare ancora di questa vicenda, è un grande risultato. Considerando poi che nulla si è chiuso in maniera definitiva, a parte la Sloi. Comune e Provincia di Trento sono ancora impegnati con gli aspetti tecnico-ambientali di bonifica che devono delineare cosa fare di questi terreni inquinati e del fantasma della fabbrica. Detto questo, sbaglieremmo se volessimo mettere in mano a Giagni la spada del giustiziere sociale, a lui, come scrittore, un fatto storico interessa per indagare l'animo umano, la quotidianità dei comportamenti, il confronto tra simili. E nel romanzo ognuno può seguire il filo che preferisce.
Sabrina Miglio
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