Scrivere lettere d'amore prima di dimenticare come si fa
di Eley Williams
Neri Pozza, febbraio 2026
Traduzione di Scilla Forti
pp. 128
€ 18 (cartaceo)
€ 9,99 (e-book)
[...] Mi ha raccontato che diverse persone sperimentano fenomeni sinestetici simili: associano i colori ai giorni della settimana, per esempio, o avvertono determinati sapori sentendo certi suoni. Io, però, ne soffro a trecentosessanta gradi. La luce dell'alba che filtra dalle tende puzza, la prima tazza di tè della giornata è un'orchestra che accorda gli strumenti, il canto degli uccelli fuori dalla finestra sa di acqua di rose e mi ustiona. Forse la reazione al canto degli uccelli è quella che dimostra più di tutte l'assoluta illogicità della mia patologia: in coro gli uccelli sanno di acqua di rose, ma presi uno a uno i gorgheggi dei piccioni sono una spruzzata di sifone per la soda, gli storni sanno di chewing gum alla menta extra forte e il trillo delle cinciarelle - assurdo! - porta con sé l'odore e la sensazione di viscido della cotenna del maiale. Per me il tre è arancione, il dieci profuma di pane imburrato, eppure la loro somma non genera un ibrido citrico e burroso: se vedo un tredici, sento come una pelle di serpente strofinata sul labbro superiore. (p. 76)
Questa raccolta di racconti - esordio nella narrativa dell'autrice, che le è valso il Republic of Consciousness Prize e il James Tait Black Memorial Prize - presenta quattordici brevi storie concentrate intorno a un concetto semplice: la lingua e le sue manifestazioni fisiche, sensoriali. Quel "lettere" del titolo, che potrebbe far pensare alle missive d'amore, a mio avviso invece si riferisce alle lettere nel senso proprio del termine, le lettere dell'alfabeto che compongono le parole stesse.
Affermo questa idea perché molti dei racconti insistono sull'importanza del linguaggio, delle parole, dei loro significati nascosti: in alcuni casi, ad esempio, come nel primissimo racconto, le lettere dell'alfabeto vengono elencate e spiegate a partire della loro forma (la A è una Torre Eiffel monca; la F, la E e la Y sono rebbi; la G un moschettone aperto; e così via); in altri, le parole non sono solo insiemi di lettere, ma si trasformano in suoni, colori, odori (è il caso nel racconto AAA sinesteta cerca); in altri ancora, come nel racconto Al binario, le letterine della pastina in brodo, quando formano il nome dell'amata, risultano più dolci.
A pagina 76 l'autrice scrive «spesso la mia via è una sequela ingestibile di sensazioni»: ecco, tutti i racconti della raccolta si concentrano su questa frase, ognuno a modo proprio e indipendentemente dall'altro, con un leitmotiv ulteriore, ovvero i rapporti queer. Quasi tutte le coppie del testo sono formate da due donne, salvo l'ultimo racconto, Aculei, i cui protagonisti sono una coppia etero con un figlio.
Detto così suona più delicato di quanto meritasse quell'azione: dovevo allungare il collo. Mi sentivo inscalfibile e coraggiosa, splendidamente istupidita dall'amore come i migliori, e con te sono iniziati tantissimi sorrisi. Ero raggiante d'idiozia, goffa nel camminare, riuscivo a stento a mettere un piede davanti all'altro, figuriamoci comporre una frase. Ho cominciato a svegliarmi con la consapevolezza che, sotto i mattoni della mia pelle, il cuore aveva assunto la forma di uno ziqqurat. I nostri giorni erano lucidi e goffrati. Ripenso a questo ogni volta che supero la seconda scultura, un bambino che pungola il muso di una tartaruga con una canna. Le cartoline di questa statua vendono molto bene. (p. 105)
Nel primo racconto, la nostra protagonista scopre di soffrire di afasia, quindi gradualmente dimentica il significato delle parole, in qualche modo quindi perde la rotta, come dice lei stessa, e la sua compagna si sforza di essere la sua bussola lessicale; nel secondo, un bambino dagli occhi cangianti nomina i colori che conosce con i codici delle latte di vernice del padre, avrà così un rosso "Fiamme marocchine", un viola "Cascate di ametiste" e un azzurro "Atmosfera I"; nel racconto Attrib. una rumorista - una figura professionale che di mestiere crea rumori ambientali - viene infastidita da cinguettii, fruscii, crepitii, e tutti questi rumori vengono nominati con parole specifiche (ad esempio, la gattaiola fa pyongyang, la porta dvorak, il calorifero sissinghurst) mentre pensa a come ricreare il suono giusto per rappresentare uditivamente la Creazione di Eva; in Concisione e Scutiforme l'autrice indugia sull'etimologia delle parole; in E ritorno le parole vengono associate, di nuovo, a dei suoni specifici.
Ciò che lega i racconti tra loro non è solo l'importanza del linguaggio, ma anche l'impossibilità dei suoi protagonisti a esprimersi come davvero vorrebbero: i rapporti sono quasi sempre interrotti, a metà, sul filo dell'incomprensione, come se i nostri parlassero due lingue diverse. La difficoltà comunicativa, in questa raccolta, non è dovuta alla presunta ignoranza dell'altro, ma al fatto che chi parla sia "speciale" in qualche modo, che la sua mente creai delle associazioni inedite, originali (e questo viene connotato, nel testo, da metafore, paragoni, figure retoriche, simbolismi davvero sorprendenti).
Accosto l'occhio ai fori nella cornetta e raddrizzo le spalle, cercando di guardare il tu-tu. I fori nel telefono sembrano una serie di lune nere, o umlaut che inseguono le tue vocali assenti, o magari la tana del coniglio di Alice, o il cappello di un prestigiatore da cui si potrebbe estrarre un coniglio. Una narice di plastica, un poro, il buco di un piercing, il timer rotondo all'inizio dei film d'epoca. Il mio corpo è sotto shock dopo che hai riattaccato. La bocca è rimasta aperta, colta nel mezzo di un latrato, di un gorgoglio, o di un tentativo di imitazione di un foro della cornetta. (p. 53)
A casa, immaginando di prenotare i biglietti immaginari per questo volo immaginario, avrei pensato che la parola «TIMBUCTÙ» avesse il ritmo di un balzello scoiattolesco o un bollitore che si spegne. Suoni ordinari. Invece ha proprio la giusta combinazione di lettere appuntite e sinuose per rimandare al concetto del viaggio. Voli pindarici nella sua forma: TIMBUCTÙ, la verticalità di alberi navali che solcano onde docili, binari adagiati tra terrapieni. Forse se tu fossi qui riuscirei ad abbandonare l'idea che mi sono fatta dell'hotel. Sognerei che l'ultima sera verresti a trovarmi e che insieme gireremmo per la città con fare eccentrico. Nessuna delle due si scotterebbe la pelle e i nostri capelli e vestiti rimarrebbero asciutti e profumerebbero di tamarindo. (p. 65)
Anche alcuni attributi (come "scoiattolesco" di poco fa) sono invenzioni dell'autrice (nota di merito alla traduttrice, ovviamente) e sono sparsi in tutto il testo.
Allora ecco che la struttura del testo si piega alle intenzioni: le parole, le metafore, gli accostamenti sintattici si plasmano sulle idee dei protagonisti, prendono la forma dei loro pensieri. Lo stile dell'autrice è originale, fresco, elegante: alcune delle cose che dice attraverso i personaggi sono talmente sorprendenti che il lettore, io in questo caso, si domanda come mai nessuno ci abbia pensato prima.
A mio avviso, è un'ottima raccolta di racconti, perfetta per chi ama la forma breve, una bella ventata d'aria fresca.
Deborah D'Addetta

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