«Cosa c’è nei prati?» aveva chiesto Osman, scivolando nel sonno.«Mia nonna diceva sempre che ci sono cavalli di ogni colore. Un tempo erano le nostre ali, che però poi si sono spezzate. I santi che hanno preso Saruhan Hatun le hanno dato una nuova forma. E da allora i nostri cavalli sono diventati delfini». (pp. 41-42)
Voglio partire da qui: dalle poche battute di un racconto con cui una madre accompagna il proprio bambino, il piccolo Osman, alle porte del sonno. Un racconto che contiene già il fulcro della storia dell’isola di Köstence da cui prende avvio questo romanzo: i delfini. Per gli abitanti di quell’isola queste creature sono sacre e intoccabili, perché essi rappresentano l’incarnazione della principessa Saruhan Hatun, venerata nelle tradizioni locali. Gli abitanti di Köstence sono quasi tutti pescatori che vivono del mare rispettandone le leggi e i ritmi. Si tratta di un equilibrio delicatissimo tra sopravvivenza e rispetto della natura. È anche da qui che si riconosce la scrittura di Ahmet Büke, una delle voci più interessanti della narrativa turca contemporanea. La ballata di Ibram il matto segna il suo esordio nel romanzo, dopo una produzione già consolidata nel racconto rivolto sia agli adulti che ai bambini: questa matrice affabulatoria respira per tutte le pagine del libro condensandosi in immagini.
L’opera presenta una struttura circolare: gli eventi raccontati in medias res nelle pagine iniziali vengono interrotti da un lungo flashback – che costituisce la parte centrale del libro – che prosegue in ordine cronologico per raccordarsi poi con la situazione iniziale. Il cuore di tutto il romanzo è proprio questo filone che narra la storia del protagonista e degli altri personaggi principali ai quali il lettore non potrà fare a meno di affezionarsi.
La storia di Osman è toccante fin dall’infanzia: la sua famiglia è estremamente povera, come mezzo di sostentamento possiede solo un misero trabucco, con cui suo padre, che nell’opera è semplicemente il Pescatore, deve sfamare la famigliola composta da moglie, Osman e due gemelle più piccole di lui. L’uomo durante uno dei periodi più sfavorevoli per la pesca, tormentato dalla fame e dall’impotenza di nutrire i propri figlioli, è costretto a commettere il peccato per lui più imperdonabile: cacciare delfini per nutrire sé stesso e la famiglia. L’autore costruisce con immagini eloquenti tutta la pesantezza che grava sul cuore del Pescatore nel momento in cui va dal fabbro Asım per farsi costruire un arpione adatto allo scopo: «Allora si tornerà al lavoro». Disse il Pescatore. «Il Dio ch’è nei cieli ci aiuti, il dio ch’è nei mari ci perdoni» (p. 22). Il fabbro che lo conosce, poiché ha combattuto con lui in gioventù ai tempi della leva, capisce al volo il motivo per cui il padre di Osman si sia recato da lui e prova a distoglierlo dal proposito di commettere sacrilegio. Ma l’uomo è irremovibile:
«Ascolta, Asım, so cosa ti sto chiedendo. Ma cerca di capirmi. Se non fossi costretto, lo farei? Dio non mi ha preso con sé nella battaglia di Gallipoli. Ha perso il conto e mi ha ignorato. Mi stava forse facendo un favore? Questa è la seconda volta che mi mette alla prova con la fame. Se fossi solo, o se i miei genitori fossero vivi, in qualche modo mi arrangerei. Ma che dire dei miei figli? Mi trapassano con i loro occhi spalancati. Girano per casa come cani affamati. Se mi dici che stavolta non puoi, io cosa faccio? A questo punto, porta incudine e martello e frantuma i nostri crani uno ad uno. Seppelliscici per il bene di tutti, e facciamola finita con questo peccato». (p. 23)
La scena di quella caccia è incredibilmente suggestiva e toccante. La tensione è preparata ad arte dall’immagine della pace del mare di notte, un mondo popolato da vita che si muove sinuosa e scivola tra le onde. Un passo evocativo che cerca di rendere concreta, nel medesimo istante, la bellezza e la minaccia del mare:
Un banco di pesci volanti passò proprio a prua, spiegando le ali mentre balzavano dall’acqua e planavano sulle onde come bagliori argentei. Dietro la poppa si spandeva un profumo di mare che riempiva il cuore di gioia. Era come tagliare un irresistibile pane bianco appena sfornato. Quello era il mare: pieno di incognite, una vasta distesa colma di vita, il sostentamento. Ma aveva voltato loro le spalle e li aveva lasciati morire di fame. Non avevano altra scelta che lanciarsi nell’abbraccio di quel mistero e strappare via ciò di cui avevano bisogno. Avevano lasciato sull’isola, a Köstence, sensi di colpa, peccati e tabù; sarebbe sopravvissuto solo chi avesse avuto la meglio. (pp. 28-29)
Purtroppo però accadrà in una di quelle battute qualcosa di estremamente grave: verrà ucciso per errore un delfino piccolo, ancora seguito dalla madre. Da quel momento la tranquillità di Köstence non sarà più la stessa: il farmacista Süleyman, affarista spocchioso e senza scrupoli decide di trasformare l’isola in un centro per la produzione di olio di delfino e a nulla valgono le proteste del Pescatore e del fabbro Asım, i soli che osano opporsi a quello scempio. All’interno di questo nucleo centrale della storia entrano altre due figure importanti, il capitano Yusuf che si prenderà cura del piccolo Osman e Ibram il matto, quest’ultimo da figura marginale diventerà poi una delle chiavi risolutive della storia. Ma non posso dire di più. La ballata di Ibram il matto costruisce il suo senso più profondo proprio nel progressivo emergere di queste figure. Senza contare che ci sono anche l’amore, la vendetta… no, non posso davvero dire altro. Si tratta di un libro che apre anche una forte riflessione ecologista e lascia in chi legge l’immagine di un mondo in cui i delfini non sono solo creature del mare, ma il simbolo di un equilibrio fragile che basta poco a infrangere.
La notevole traduzione di Nicola Verderame, uno dei più apprezzati e premiati traduttori italiani dal turco, è per me una vera garanzia. E in questo libro, che intreccia una dimensione epica con temi come l’amicizia, una storia di riscatto, il ritorno alla terra natale e la sensibilità verso la natura, la traduzione restituisce in modo magistrale sia le immagini più crudeli sia quelle più delicate e liriche. Sopra ogni cosa rimango colpita dall’eleganza che ho sempre ritrovato, nei pochi libri di letteratura turca letti finora, in questa tradizione letteraria. Ma in un romanzo come questo il lavoro del traduttore si misura anche su un altro livello, quello più nascosto e altrettanto decisivo: quello del lessico del mondo nautico. Nella Nota alla traduzione che segue il glossario delle principali parole turche presenti nel romanzo, Verderame precisa non solo le sue scelte linguistiche e il titolo del romanzo, ma sottolinea anche l’importanza di Büke e di questa sua opera: nella letteratura turca contemporanea «se si esclude il Bosforo, imprenscindibile nei romanzi ambientati a Istanbul, sparute sono le opere che hanno come protagoniste le comunità costiere dell’Egeo, del Mediterraneo o del Mar Nero» (p. 315).
La ballata di Ibram il matto è davvero un romanzo denso, indimenticabile e ben equilibrato tra parti narrative, descrittive e dialogate. Attraverso la vita dell’isola di Kõstence, Büke dipinge un mondo in cui la cultura del mare, il lavoro e le credenze collettive si fondono in un libro che ho trovato coinvolgente ed emozionante.
Marianna Inserra

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