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"Il mio pazzo amore che brucia": identità, sentimenti e accettazione nell'ultimo volume della trilogia di Jenny Jägerfeld

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Il mio pazzo amore che brucia
di Jenny Jägerfeld
Iperborea, 2026

Traduzione di Laura Cangemi

pp. 432
€ 18,00 (cartaceo)
€10,99 (ebook)

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Dopo aver molto amato La mia vita dorata da re, e il suo seguito, La mia morte gloriosa col botto, aspettavo con vera trepidazione l’uscita del terzo e ultimo volume dedicato a Sigge e alla sua strampalata, meravigliosa famiglia. Posso dire ora, conclusa la lettura con uno slancio quasi vertiginoso, che Il mio pazzo amore che brucia raggiunge i livelli, che pensavo insuperabili, del primo episodio della trilogia.

A differenza però dei precedenti, la lettura di quest’ultimo presuppone quella degli altri: se i primi due volumi potevano essere letti anche autonomamente, per valorizzare al massimo questo è necessario aver già fatto conoscenza con i protagonisti. Li ritroviamo tutti, qui, più in forma che mai, così familiari che l’autrice non sente il bisogno di ripresentarceli: ci aspettiamo ormai la voce tonante di Majken, avviata al successo calcistico e intenzionata a diventare, dopo aver rappresentato Gesù alla recita scolastica, IL RE DELLA SQUADRA; riconosciamo la dolce, timida Bobo, che mangia “cetliolini” e porta con sé ovunque l’immancabile pinguino impagliato Pingopongo; la nonna, più estrosa e luccicante che mai; la mamma sempre indaffarata e ora tutta  dedita al trasloco in un nuovo appartamento; Krille Meringa alle prese con un nuovo progetto cinematografico; e poi gli amici, come Juno, sempre piena di nuove idee e progetti da realizzare, o i gemelli Sixten e Karl-Johan, che parlano e bisticciano a tempo di rap.

In mezzo a questo vortice turbinoso di personaggi, si trova Sigge, ancora più confuso che in passato. A ridurlo in questo stato è in realtà la grande, imperiosa certezza che l’ha colto ormai da un po’, e di cui non può più dubitare: è innamorato – completamente, totalmente, profondamente innamorato – del compagno di classe Adrian. Il sentimento che ha scoperto di provare non gli semplifica la vita tingendola di rosa, è anzi un continuo rovello, un tormento interiore, che le sue abituali liste non bastano a esorcizzare. 

Un elenco di cinque cose che sarebbero state più piacevoli che essere innamorato di ADRIAN!

1. Mettermi nell'occhio delle gocce di tabasco.
2. Usare come guanti due vespai.
3. Fare il bagno con un tostapane.
4. Farmi i buchi nelle orecchie con una perforatrice.
5. Andare a vivere con un grizzly che ha problemi di aggressività.

Premetti i palmi l'uno contro l'altro, intrecciai forte le dita e pregai dio. Dissi che ero disposto a scambiare l'innamoramento per Adrian con uno dei punti della lista. Cercai di cancellare l'amore negoziando. Preferibilmente il tabasco, spiegai, ma aggiunsi che avrei capito se dio avesse deciso che era necessario qualcosa di più torte – tipo il grizzly – per spazzare via i miei sentimenti. Conclusi perfino con un «amen». (pp. 29-30)

L’ironia presente in tutti i volumi della trilogia, e tratto distintivo dell’espressività di Sigge, non viene meno in quest’ultimo, ma in qualche modo cambia forma, per piegarsi a un sentire più complesso. A Sigge non basta che intorno a lui tutti sembrino affacciarsi con entusiasmo al mondo delle relazioni (Karl-Johan e Maja non la smettono di tubare e scambiarsi nomignoli imbarazzanti, la mamma ha scaricato Tinder e persino la nonna sembra avere un corteggiatore segreto…). Per lui l’amore porta con sé un grande carico di fragilità, perché la complessità del sentimento in sé (i pensieri intrusivi, le fantasticherie, le farfalle nello stomaco, l’ansia a ogni incontro casuale con l’amato) si somma alle insicurezze del ragazzo legate alla conferma della sua omosessualità e a come questa potrebbe essere accolta dalle persone intorno a lui.

Benché l’ambiente descritto sembri tutt’altro che chiuso rispetto alle questioni di genere, non mancano persone stolide e prepotenti, come il compagno Hugo, sempre pronto a utilizzare etichette discriminatorie e a giudicare gli altri. Questo risveglia in Sigge paure antiche, sopite ma mai superate del tutto, e rischia di annebbiare la felicità legata alla giovane attrazione nascente e all’attesa della ormai imminente gita di classe a Esterön, per cui tutta la classe si sta dando da fare.

Proprio i giorni che separano dal viaggio costituiscono il conto alla rovescia di Il mio pazzo amore che brucia, e anche il tempo dato a Sigge per chiarirsi le idee, e magari scoprire se Adrian può ricambiare i suoi sentimenti. Il romanzo esplora dunque due stati emotivi contrapposti: da un lato delinea con delicatezza, sensibilità e profonda empatia i meccanismi dell’innamoramento adolescenziale; dall’altro mette in luce gli elementi che lo ostacolano e lo sabotano, di matrice sia esterna che interiore.

In alcuni passi molto riusciti, l’autrice riesce a rendere chiaro attraverso la voce di Sigge, e ancor più che nel primo volume, l’aspetto più negativo del bullismo, ovvero la capacità di “sporcare” le cose belle, di contaminarle con la vergogna e la paura, indipendentemente che si tratti dell’aspetto fisico, delle passioni individuali, dell’orientamento sessuale. 

La vergogna aveva contaminato il pattinaggio artistico. Tutto quello che prima era gioia pura e semplice era diventato sporco e brutto, come qualcosa di appiccicoso sotto un calzino che si attacca al pavimento a ogni passo che fai. Non potevo fregarmene, alzare le spalle e andare avanti. La gioia di pattinare era svanita. (p. 51)

Il tema, che era stato trattato con levità in La mia vita dorata da re, viene ora recuperato in un’ottica di scavo, per esplorarne le conseguenze più profonde, le ferite non visibili, ma sempre presenti, e dolenti. 

Ma c'era anche qualcos'altro. Il modo in cui ci aveva guardato Hugo, con il disprezzo negli occhi, aveva risvegliato il senso di vergogna che mi portavo dentro. Non volevo che il suo sguardo ci restasse appiccicato addosso. Non volevo che ci sporcasse e rendesse brutto quello che c’era tra me e Adrian. (pp. 292-293)

A bruciare non è solo l’amore, ma prima di tutto la vergogna. Si potrebbe dire, anzi, che disinnescare quest’ultima sia l’unico modo per lasciar spazio all’amore. Risiede proprio in questo la forza dell’ultimo volume della trilogia di Jägerfeld, che parla certo d’amore, ma torna anche a parlare di identità e accettazione, con un nuovo livello di complessità, in linea con la crescita e la maturazione del personaggio (e dei lettori).

Sigge si dibatte, non riesce a gestire l’intensità di ciò che prova, né il confronto con il mondo esterno, e si ritrae in se stesso, respingendo chi gli si avvicina, chiudendosi a riccio per proteggersi da ciò che teme di non poter sopportare. 

Forse lui riusciva a sopportare di sentirsi dare del frocio e di prendere botte, ma io no. Non sapevo difendere me stesso, ancora meno tutti e due. Non ce la facevo e basta. E nello stesso tempo mi odiavo per la mia vigliaccheria. Dovevo per forza reprimere i sentimenti che provavo per Adrian, sperando che si dissolvessero nel nulla. Non sarei stato il primo della storia. Altri l'avevano fatto, in altre epoche, altri paesi, quindi forse era possibile anche adesso. Mi sentivo il corpo pesante e ingombrante. Niente aveva importanza. Tutte le cose che prima aspettavo con ansia non avevano più attrattiva. La gita. Le evoluzioni sui roller. Imparare a usare il programma di disegno sull'iPad o provare le nuove matite. Tutto aveva perso lustro. (p. 319)

L’autrice si fa tremendamente seria nel lasciar spazio e voce al suo personaggio, nel descriverne anche i momenti più difficili. Data l’importanza del tema, Jägerfeld gli concede tutto lo spazio necessario ed evita qualsiasi soluzione riduttiva o semplicistica. Per questo motivo, il romanzo è il più lungo della trilogia e forse il migliore (anche se non il più facile).

Per permettere a Sigge di accettare prima, e poi rivendicare la liceità del suo sentire, l’autrice gli pone accanto figure straordinarie, sia all’interno della famiglia che nella cerchia degli amici, e descrive con prudenza e tenerezza il suo incerto, progressivo coming out, prerequisito indispensabile alla possibilità di vivere con serenità il nuovo sentimento amoroso. Sigge non è mai solo, anche quando si sente solo, e questo costituisce la sua vitale rete di sicurezza

In questo volume appare più che mai evidente la differenza tra il sistema educativo scandinavo e quello italico, così come nel livello di sviluppo emotivo e sentimentale dei ragazzi e delle ragazze. Sigge e i suoi amici sono in prossimità del loro tredicesimo compleanno, ma le vicende narrate potrebbero riguardare e coinvolgere qualsiasi studente di un nostro biennio – e forse proprio a quella fascia d’età, più che alla precedente, orienterei la lettura. Anche il linguaggio si rapporta alla nuova età dei personaggi, ed emergono alcuni elementi gergali, anche coloriti, assenti nei volumi precedenti (sempre, comunque, calati in contesto e utilizzati a scopo mimetico). Non sono presenti, e questo può rassicurare chiunque cerchi proposte per lettori giovani, scene di natura sessuale: la narrazione rimane pulita e bella, sincera, come Jenny Jägerfeld ci ha abituato ad aspettarci. E se, come suggerisce il titolo, il soggetto del romanzo è l’amore in tutte le sue forme, e con tutte le sue difficoltà, ancora una volta è la cornice a renderlo prezioso.

Carolina Pernigo