Le parole sono come le rondini (p. 150)
Il primo a vincerlo fu Ernest Hemingway con Il vecchio e il mare nel 1953, l'ultima, in ordine di tempo, Milena Palminteri con Come l'arancio amaro nel 2025, in attesa del 12 settembre 2026 quando sarà decretato il vincitore di quest'anno. In mezzo nomi come Giovanni Guareschi, Boris Pasternak, Oriana Fallaci, Enzo Biagi, Indro Montanelli, Carlo Cassola, Umberto Eco, Vittorio Sgarbi e più recentemente Donato Carrisi, Elizabeth Strout, Mauro Corona, Sara Rattaro, Alessia Gazzola, Stefania Auci, Francesca Giannone, Aurora Tamigio. Stiamo parlando del Premio Bancarella, il prestigioso riconoscimento letterario che, ogni anno, ininterrottamente dal 1953, viene assegnato all'autore che in quell'anno ha avuto un grande successo di pubblico e di vendite.
Il Premio Bancarella nacque ufficialmente nell'agosto del 1952, nel corso di una conviviale che aveva concluso una riunione dei Librai Pontremolesi. Dietro a questa serata c'era già una storia centenaria che aveva fatto della Lunigiana e dei suoi paesi, Pontremoli, Montereggio, Mulazzo, la patria dei librai ambulanti. Personaggi che, spesso analfabeti, ex contadini, muniti di un carretto, che all'occorrenza si trasformava in bancarella appunto, percorrevano chilometri e chilometri a vendere libri. Già dalla fine dell'Ottocento si ritrovavano sulla Cisa per spartirsi le zone di vendita con i loro carretti pieni di volumi per bambini, per donne, immagini religiose, fondi di magazzino, calendari e stampe. Una storia unica nel suo genere.
Ci voleva la voce di un autore attento e sensibile che fosse in grado di trasformare questa storia in un romanzo. E chi meglio del "trovastorie" più arguto degli ultimi tempi? Franco Faggiani, più volte finalista al Premio Bancarella, con un percorso narrativo che l'ha portato nell'ultimo decennio a crearsi un filone personale, fatto di storie, di vita, di natura, ha percorso più volte, da par suo, scrittore e camminatore di montagna di professione, questi luoghi della Lunigiana, questi Appennini scabri, scontrosi, raddolciti qua e là da qualche ventata di aria marina, venendo così in contatto con i racconti di tante famiglie che, tra i propri avi, avevano almeno un venditore di libri ambulante. Famiglie, per inciso, che poi hanno dato vita a tantissime librerie in tutto il Nord Italia, molte delle quali ancora vive e vegete. Il risultato di questi cammini e di questi discorsi è il romanzo La luce del primo mattino, uscito per Fazi (con una delle sue strepitose copertine) lo scorso 24 marzo.
Protagonista del romanzo è Adina, detta Dina, Mite. Di nome e di fatto. Una donna analfabeta, dedita al lavoro della campagna, ai prà dei prè, i prati dei preti, e carbonaia, insieme al marito Oliviero, falegname. Un uomo generoso, di buon cuore, altruista, ma un po' ingenuo, un po' beone e gran giocatore. In poche parole Oliviero a un certo punto muore, per un incidente sul lavoro, lasciando Dina sola con un figlio da crescere e una montagna di debiti, mai nemmeno intuiti. Ma Dina non si perde d'animo e venuta a sapere che con il commercio dei libri, oggetti per lei totalmente estranei, si poteva sbarcare il lunario, non ci pensa due volte, si rimbocca le maniche e con il piccolo Lando, grande lettore e bravissimo narratore, si mette in cammino con una pesante gerla colma di libri sulle spalle e, prima donna a farlo, diventa libraia. Da questa decisione scende a cascata un romanzo che dagli ultimi anni dell'Ottocento arriva al fatidico agosto del 1952, la nascita del Premio Bancarella, passando attraverso due guerre mondiali, l'epidemia spagnola e altri avvenimenti storici.
Il libro si legge con gran godimento, ormai i romanzi di Faggiani sono una "coccola", come una tazza di tè alla vaniglia davanti alla finestra in un giorno di pioggia o un campo di margheritine che si aprono al sole di un mattino di primavera. Scritto bene, lindo, lineare, ricco di personaggi assai diversi tra loro, in grado di portare prospettive diverse sul mondo, con incursioni storiche sempre ben calibrate, La luce del primo mattino ci conduce in una storia unica di cui poco si conosce.
E partendo dal dato storico, sono proprio i personaggi un po' inventati, un po' modellati sui tanti incontri avuti da Faggiani nel corso della fase di preparazione del romanzo, a riportare in vita un'epopea che oggi ci sembra quasi impossibile: Dina, la volitiva, con la sua verve, la sua determinazione e la sua ostinazione, imparerà dal figlio a leggere e scrivere, terrà per anni, con tanti sacrifici, una bancarella di libri al porto di Genova, insieme a Stella, amica, compagna, sorella, e dopo aver aperto addirittura una libreria vera e propria, diventerà una donna di cultura, protagonista dei salotti letterari genovesi, grazie soprattutto all'amicizia con un professore di letteratura che ebbe il merito di credere in lei e nella funzione educatrice dei suoi libri e della sua bancarella. Intorno alla sua parabola, luminosa come un arcobaleno, gravitano gli altri personaggi del romanzo: il figlio Lando che diventerà insegnante, ma rimarrà sempre legato alla terra, a quei prà dei prè, che l'avevano visto bambino, Stella, i suoi figli, Adelmo, carrettiere e dispensatore di buon senso, il professor Doriano, intellettuale, che tanta parte avrà nella seconda o terza vita di Dina, Ermelina, l'altra figlia di Oliviero, Mastrangelo, Zora, Scilla e tanti altri a raccontare di un mondo in cui ancora tutto è possibile. Dove una povera contadina che non sa leggere, grazie al suo talento naturale, a una forza indomita, a una volontà ferrea può capovolgere il suo destino e diventare libraia e animatrice culturale. Una vita che si reinventa e una donna vincente, che parte all'inizio della storia non avendo nulla da perdere, se non se stessa. Cosa che avrebbe potuto accadere se avesse dato seguito alle grossolane lusinghe del signorotto del paese a cui il marito doveva un sacco di soldi. E invece Andina, con la forza "terragna" di una donna abituata alle durezze della vita riesce a disegnare una traiettoria inimmaginabile e fantastica. In questo senso il romanzo è anche un omaggio alla resilienza e alla solidità di certe figure femminili che, affrontando di petto, i rovesci della vita, riescono non soltanto a sopravvivere, ma a costruire qualcosa di importante.
Il cartolaio era rimasto allibito e io avevo provato soddisfazione, una piccola vendetta contro chi, come lui, credeva chele cose, una volta successe, dovevano rimanere così, in eterno. Se eri nato ignorante o stupido rimanevi ignorante o stupido per sempre. E invece tutto poteva cambiare. Anche se eri una donna (p. 98).
E se la vicenda principale è tesa al racconto delle incredibili vicende dei librai ambulanti della Lunigiana, anche in questo, come in tutti i romanzi dello scrittore, la natura si fa largo a spintoni e prende il posto che le spetta. Amante della montagna, grande camminatore, autore di guide, Faggiani non può relegare la natura a un ruolo da comprimaria. Quante pagine ci riportano al respiro del bosco, al rumore del vento, alla lenta crescita dei prati perché è proprio nel ritmo della natura che, come accadrà a uno dei principali protagonisti del libro, si può trovare la propria dimensione e sentirsi in pace con se stessi sapendo di aver compiuto il proprio dovere. Anche attraverso il lavoro che merita sempre rispetto e attenzione, qualunque esso sia. Ed è un altro dei tasti che lo scrittore declina in diverse forme in tutti i suoi romanzi. Un lavoro "tra sementi e parole", che, come dice uno dei personaggi del romanzo, Basilio, "sono la stessa cosa, fanno crescere alberi e sentimenti" (p. 159).
Sabrina Miglio
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