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Parole, suoni, immagini e libri: a Cremona il Porte Aperte Festival

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Porte-Aperte-Festival-Cremona

Una città che si riempie di parole, suoni, immagini, incontri, pagine e libri... tanti libri. Tutto questo è il PAF, Porte Aperte Festival, in programma a Cremona fino a domenica 7 giugno. La manifestazione, attesissima ogni anno, che unisce le arti di tutti i generi, dalla letteratura alla musica, dal fumetto alla traduzione, dall'arte al reading teatrale, è organizzata dall'Associazione Porte Aperte Festival, dal Centro Fumetto Andrea Pazienza e dal Comune di Cremona. E come ogni anno, anche CriticaLetteraria è presente per cogliere il meglio delle tantissime proposte offerte.

Come la performance di Luca Bianchini (perché quando sale sul palco lo scrittore torinese la presentazione di un libro diventa qualcosa di più), che ha raccontato a un pubblico numerosissimo, pieni gli spazi del Cortile Federico II, della genesi del suo ultimo romanzo, Le ragazze di Tunisi (Mondadori). Che altro non sono che la madre e le sue sorelle, zie dell'autore, la nonna, la bisnonna. Dai racconti della madre Anna, Bianchini si è reso conto che la vita a Tunisi di una famiglia di emigranti siciliani ("quelli che potevano andavano in America, i più poveri cercavano l'America in Tunisia") tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio degli anni Sessanta era materia fertile per un romanzo. Un mondo strano, irripetibile, dove vivevano, fianco a fianco, italiani, francesi, tunisini, maltesi, ebrei, un melting pot che sapeva di Mediterraneo e che riviveva nei racconti familiari e a tavola (il cous cous della nonna a Santo Stefano), ma a cui l'autore, da ragazzino, non prestava molto orecchio, perché "da giovani si è interessati solo al presente e al futuro". Racconti che poi sono diventati un romanzo vero, autentico, ironico e commovente al tempo stesso. Ricco di aneddoti familiari e di spunti storici interessanti. Un pezzo d'Italia in terra nordafricana, con le ragazze che al sabato sera percorrevano tre chilometri a piedi per andare a casa dello zio benestante, autista di autobus, che aveva la televisione, per vedere Canzonissima. E la madre, innamoratasi della voce di Mina (e a Cremona il racconto dell'aneddoto ha sollevato un'ovazione), si incaponì di scriverle e dopo aver trovato un indirizzo su un giornale le scrisse davvero. Ottenendo in risposta due cartoline firmate, ancora oggi conservate in un cassetto. Un mondo antico, lontano, eppure storia di pochi decenni orsono.

Un mondo a metà tra la realtà e il mistero, tra il sonno e la veglia, tra la sfera terrena e quella ultraterrena, è quello raccontato, nel bellissimo cortile di Palazzo Affaitati, da Sandro Campani, con il suo romanzo La casa del dormiveglia (Einaudi). Dai colori e dalla luce accecante di Tunisi alle colline dell'Emilia, dove "si conduce una vita in prestito", ha raccontato l'autore, "sempre in movimento verso la pianura dove è concentrato il fulcro economico dell'esistenza. A meno che non si faccia il tartufaio, come mio fratello...".
In questo microcosmo si ambienta la storia di Massimiliano Toschi, titolare di una fabbrica di ceramica, ḉa va sans dire, nei pressi di Sassuolo, che, a un certo punto, acquista una villa di montagna. 
"È lei, la casa, la vera protagonista del romanzo, il primo elemento che mi è venuto alla mente al momento di accingermi a scrivere. Una villa bifamiliare, per metà disabitata, ma piena di rumori, di suoni. Esattamente come la mia", racconta l'autore. 
Il libro di Campani parla di lavoro, quel lavoro che corrode l'anima, che costringe a vivere come in un gioco di ruolo dove non è nemmeno più chiaro lo scopo. Ma è anche la storia di un mistero, di un incubo che si incarna con il protagonista che cerca tregua nella casa in collina, i cui rumori però gli impediscono di dormire. E sarà proprio in quelle notti, tra sonno e dormiveglia, che si manifesterà una rivelazione. Il protagonista viene seguito nel corso di trent'anni, dal 1997 al 2026, nei suoi rapporti con i dipendenti, con la moglie, con il figlio. Campani utilizza una scrittura che lascia molto spazio al lettore: "Faccio molta fatica a immaginare le storie in maniera consequenziale", ha detto l'autore, raccontando del suo modo di scrivere, "i miei libri, infatti, sono un andirivieni tra passato, presente e nostalgia del futuro. Mi piace illuminare scene fisse nella vita dei personaggi e lasciare buchi che poi riempirò più avanti o lascio colmare al lettore, i comprimari appaiono e scompaiono per poi tornare magari cento pagine dopo. Mi piace fare dipingere i protagonisti come se fossero tenuti in tensione da fili tirati fuori scena". E il Toschi saprà tenere la scena, lui, la casa, e la sua fabbrica. 

Anche per la protagonista del libro di Veronica Raimo, Non scrivere di me (Einaudi), presentato nel cortile di Palazzo Roncadelli-Manna, si parte dal lavoro: S. è una giovane cameriera, come molte ragazze della sua età che, per arrotondare, svolgono questa professione. S. ha iniziato a servire ai tavoli quando era ancora una studentessa, una vita fa. E, proprio durante il suo turno di lavoro, per caso, servendo una giovane coppia, sente una frase che la fa rabbrividire: "Hai sentito che è morto Dennis May?" Ma chi era questo May? Un regista, cantante e attore della scena indie, abbastanza famoso. Con il quale S. aveva avuto una relazione tossica, come si usa adesso dire, circa una decina di anni prima. Finita male, malissimo, con una violenza sessuale che l'aveva distrutta nel corpo e, ancor più, nello spirito. Il romanzo, scritto in prima persona, è il racconto di un'ossessione, la ragazza borghese che s'innamora di un personaggio anticonvenzionale, antisistema e che ne fa un idolo. La particolarità della scelta narrativa è che il lettore vede questo personaggio soltanto attraverso gli occhi di lei: "È un punto di vista claustrofobico", spiega Raimo, "siamo sempre dentro alla testa di S.". Da qui la scelta della scrittrice di raccontare nei dettagli, con un linguaggio neutro, oggettivo, la scena dello stupro. "Come se fossi dentro la stanza, perché il lettore sappia davvero quello che è accaduto, quello che un corpo ha fatto a un altro corpo, perché non pensi che possa essere un'interpretazione personale di S.". Nonostante questo, è difficile provare empatia per la ragazza che, proprio come una tossicodipendente, mette in atto atteggiamenti che non cercano salvezza, ma portano all'autodistruzione: S. cristallizza la sua vita, rinuncia a tutto, alla laurea, alla famiglia, agli amici, in cerca di risposte proprio dalla persona che quella vita ha contribuito a distruggere. Una vittima che non cerca aiuto. "La letteratura consente di creare e dare spazio a personaggi detestabili, ma anche di poter raccontare parabole non esemplari. Io però ho voluto bene al personaggio di S.Succede a volte che le donne si innamorino di uomini che scardinano le loro certezze, come se ci fosse qualcosa di più puro e radicale in loro"

Puro e radicale... aggettivi che si attagliano perfettamente a Piero Gobetti, il protagonista di Un mondo nuovo tutti i giorni (Solferino) di Paolo di Paolo. L'autore torna sulla figura dell'antifascista torinese dopo il libro del 2013, Mandami tanta vita nel quale un ragazzo, arrivato a Torino nel 1926, incontra un ragazzo di nome Piero, che a ventiquattro anni ha già fondato una casa editrice (pubblicando niente meno che la raccolta di poesie Ossi di seppia di Eugenio Montale), ha dato vita a tre riviste, scrive saggi, è in contatto con i maestri del tempo da Gentile a Salvemini a Croce, traduce dal russo Cechov, Gogol, dopo averlo imparato da autodidatta. In Un mondo tutto nuovo il tessuto narrativo si arricchisce di un dialogo tra presente e passato, tra Piero e Paolo, tra Piero e tutti noi. Malmenato dai fascisti, che gli resero la vita impossibile su ordine di Mussolini stesso, già malfermo in salute e padre da appena un mese, Gobetti decide di andarsene a Parigi dove trascorrerà i suoi ultimi giorni al freddo in una squallida stanza. "Mi ha commosso che la sua ultima azione", ha raccontato di Paolo, "sia stata quella di recarsi, ammalato, al Louvre, per esporsi a un po' di bellezza, prima di morire". Il libro è una riflessione sulla giovinezza, quella di Gobetti, e quella intrisa di retorica del fascismo, quella tenera e fervida di frutti del pensatore torinese e quella volitiva e intemperante dei ragazzotti che aderirono alle squadre del Fascio. "Una delle ultime idee che Gobetti mise per iscritto", ha detto di Paolo, "fu una sorta di Erasmus ante-litteram, una comunità internazionale di studenti che non fosse talmente unita da non consentire ai totalitarismi di intossicare l'Europa". Un libro, quello di di Paolo, che parla alla scena internazionale odierna, un invito a rispecchiarsi nella giovinezza di Gobetti per ritrovare le vere ragioni del vivere.

Il Porte Aperte Festival prosegue oggi e domani (il programma completo su www.porteapertefestival.it).

Sabrina Miglio