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«Non odiavo sentirmi una vittima, odiavo non sapere cosa significasse esserlo davvero»: "Non scrivere di me" di Veronica Raimo

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Non scrivere di me
di Veronica Raimo
Einaudi, febbraio 2026

pp. 160
€ 18 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)

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Tutto quello che era successo era una mia versione, lui non aveva alcun interesse a dare la sua. Avevo perso lui e le sue parole, le uniche che avrei voluto possedere. Il mio nome nella sua storia. Non ero nemmeno sicura che lo ricordasse ancora. 
Non l'avevo capito fino a quel momento, ma era stato il vero motivo che mi aveva spinto a parlare con un avvocato, la possibilità di ricevere quelle parole. In qualsiasi forma, persino estorte. Dentro di me non avrei smesso di aspettarle, ma avrei smesso di cercarle. Avevo amato un uomo e mi aveva violentato. Era questa la mia storia, e mi sarebbe bastata. (p. 107)

"Non scrivere di me": è un monito perentorio, una vaga minaccia. A pronunciarla è Dennis May, attore sex symbol che si è bruciato dopo il grande successo di Lark: un personaggio annoiato, borioso, autorefereziale, che chiede continuamente di essere idolatrato, che entra ed esce dalla vita delle sue fan così come fa dai loro corpi. 

Destinataria della frase è S., io narrante e protagonista del nuovo romanzo di Veronica Raimo: una ragazza che, ai tempi della frequentazione di Dennis May, scriveva poesie (e spesso, spessissimo scriveva di lui) ed era una studentessa-lavoratrice a Roma. Lui non ama i libri (e glielo dice subito), eppure, da bravo narcisista, in quel "Non scrivere di me" sembra sottintendere che sarebbe normale se S. volesse farlo. 

Prima dell'incontro rovinoso con Dennis, S. aveva sogni piuttosto ben piantati per terra e qualcuno più ambizioso (come diventare una scrittrice); e questi le bastavano a garantirle la libertà di sentire – il mondo attorno a lei, le proprie relazioni, i corpi degli altri, il piacere. Poco importava che frequentasse poetry slam e arrivasse penultima o che le sue storie d'amore tendessero a naufragare: il suo quotidiano poteva contare su un gruppo di amici di riferimento e su una serie di certezze. 

Poi l'evento, il punto di non ritorno, quello che le ha scavato dentro un dolore fisico e psicologico: lo stupro. Dopo, Dennis May è scomparso dalla sua vita, almeno fisicamente, perché invece la sua immagine, il ricordo ricorrente di quello che è accaduto in quella camera d'albergo e qualche messaggio tachigrafico tornano ossessivamente nella mente di S. E, quel che è peggio, la condizionano

All'inizio del romanzo, S. sta lavorando come barista quando sente da uno dei clienti la notizia che Dennis May è morto. Ormai gli hanno dedicato un piccolo box in un angolo del giornale, perché la sua carriera è andata a picco e pochi lo ricordano. E questo innesca in lei un rimestio di sentimenti difficili da accettare: si aspetterebbe di provare molto di più, e invece lascia cadere consapevolmente il vassoio che sta portando; eppure nutre ancora qualcosa per Dennis. Nonostante questo, sa bene cosa le è successo, e sa ancora che gli abiti di quel maledetto giorno sono stati chiusi in cantina (sepolti come una prova o conservati masochisticamente?, difficile a dirsi). 

Di certo c'è che Dennis May le ha cambiato il futuro, portandole via sicurezza, amore, fiducia negli altri e qualsiasi forma di ambizione. Adesso S. vuole trovare il modo per arrivare a fine mese: questa sembra la sua massima aspirazione, in un presente che è fagocitante, costoso, pieno di stimoli che sono effimeri e gli uomini intercambiabili. Con questo, S. non ha denunciato Dennis, né ha smesso di avere storie, che però non diventano mai relazioni costruttive o che le danno piacere. Insomma, se le ferite fisiche sembrano essersi richiuse, quelle interiori, con cui ha faticato e fatica tutt'ora ad avere a che fare, sono invece ancora una congerie di tentativi di seppellire quanto ha vissuto e improvvisi riaffioramenti del trauma. 

Passato e presente sono tutt'uno in S., e lo sono anche a livello narrativo: il romanzo è basato su travasi continui da un piano all'altro, da un ricordo piacevole e illusorio a uno deludente e brutale, da una quotidianità ripetitiva a un barlume di vitalità. Un po' come se passato e presente fossero vasi comunicanti che non conoscono paratie stagne intermedie: tutto fluisce, si riversa senza sosta in un movimento spaesante. Come spaesata è S., ora risoluta a incolpare Dennis May, ora evitante ed elusiva. Perché per tanti anni ha continuato ad aspettare che Dennis tornasse a offrirle la propria versione della storia? «Mi è difficile ritrovare le ragioni di tante cose che riguardano Dennis» (p. 28), e infatti è proprio così: chi legge – e dunque osserva dall'esterno – razionalmente trova inaccettabile che S. non sia andata immediatamente a denunciare Dennis, eppure proseguendo con la lettura si capisce che Dennis è una trappola continua, manipola persino da morto, anche adesso che S. ha trentacinque anni. 

Non si pensi però che Non scrivere di me sia solo un romanzo a due: è invece costellato di personaggi che abitano o hanno abitato la vita di S., come le sue amiche Chiara e Agnese, o Gionata, il suo ragazzo ai tempi dell'università, prima e durante la sua frequentazione di Dennis May. A differenza di altri uomini frequentati da S., Gionata è un bel personaggio, non egoista né egocentrico, eppure a volte non basta a S., non colma la sua inquietudine, né la sua voglia di esplorare. Ed è anche per questo che Dennis trova spazio nella sua vita.

Come sempre, Veronica Raimo ha il talento di osservare uomini e donne con un'ironia spietata, che coglie i controsensi, evidenzia che grande garbuglio siamo, ognuno con le proprie convinzioni e ossessioni. E questa ironia la passa tutta a S., che, per quanto abbia smesso di scrivere, è come se continuasse a farlo nella sua testa, si guarda vivere e lavora cogliendo i sottotesti dei dialoghi tra gli avventori, in una Roma che non regala nulla. 

Eppure una speranza resta, oserei dire doppia, ed è proprio questo che porta a una parziale svolta, ma sia chiaro che uno stupro (e Veronica Raimo impiega le parole esatte per descriverlo, senza edulcorare niente, in una scena in cui bastano poche righe di violenza per lasciarci immagini terribili) non si cancella, in qualunque caso. E così non si cancellano le impressioni che a caldo hanno portato anche me a scrivere in un fluire di pensieri che, mi scuserete, non possono essere ordinati come al solito. Perché Non scrivere di me scuote, e ci sono passi ed emozioni che non se ne andranno facilmente.

GMGhioni