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Il limite sottile tra il sogno e la follia: "Usciti di Senna" di Michel Bussi

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Usciti di Senna
di Michel Bussi
Edizioni e/o, 2020

Traduzione di Alberto Bracci Testasecca

pp. 480
€ 21,00 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)

Audiolibro disponibile su Audible (tempo di ascolto: 13 ore e 5 minuti); legge Paolo Cresta
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«Cos’è che differenzia la fatalità o il destino dalla maledizione?»

Un padre e una figlia si immergono un giorno nella Senna, e quando ne escono scoprono che una tragedia ha colpito la loro famiglia. Molti anni dopo, il porto fluviale di Rouen si prepara ad accogliere l’Armada, un raduno di velieri e grandi imbarcazioni militari, che ogni quattro anni vi confluiscono ed esibiscono i propri fasti in una celebre parata. Quella che dovrebbe essere un’esplosione vitalistica, la celebrazione del passato marinaresco della regione, diventa però lo scenario per una serie di delitti efferati.

Intorno al caso, che sempre più sembra articolarsi intorno al mondo affascinante e misterioso della pirateria, si affastella una fitta galleria di personaggi: il commissario Pâturel, con i suoi colleghi Colette Cadinau e Ovide Stepanu, soprannominato “Tenente Cassandra” per la sua capacità di fare profezie funeste ma immancabilmente vere; la giornalista Maline Abruzze, dal passato doloroso e oscuro, divisa tra la volontà di indagare e l’insopprimibile attrazione per il responsabile dei rapporti col pubblico dell’Armada, l’attraente Olivier Levasseur; e poi il criminologo Joe Robline, tanto acuto quanto inquietante… a tutti Paolo Cresta presta la propria voce affinché diventi la loro, in maniera unica e riconoscibile. Ancora una volta l’abilità del lettore diventa elemento di mediazione essenziale nella ricezione del testo, e proprio in un romanzo che pone al centro della trama il potere fascinatorio della parola, la capacità delle leggende e delle tradizioni, soprattutto orali, di plasmare e determinare l’agire umano.

«Spesso la vera storia è poco conosciuta. Oggigiorno mancano i narratori», si commenta a un certo punto. E forse proprio questo sono i pirati nel caleidoscopico romanzo di Michel Bussi: gli ultimi cantastorie, ribelli e idealisti, rivoluzionari anarchici in cerca di una società più giusta.

Volevano creare il Paradiso in terra e per venticinque anni ci sono riusciti. Allora li hanno massacrati. La società finisce sempre per massacrare i pirati, è nell'ordine delle cose.

Usciti di Senna offre una narrazione che volutamente vuole spiazzare la prospettiva comune, le credenze storiche consolidate e diffuse, opponendo fin da subito la cultura della pirateria a quella dei corsari, assunti dai reali d’Europa e quindi di fatto mercenari prezzolati. I pirati, invece, agivano secondo un proprio preciso codice d’onore inviolabile e inseguivano una precisa forma di libertà. Proprio Libertalia si chiamava lo Stato utopistico da loro creato, e così si chiama nella Rouen del presente un bar a tema marinaresco, centrale nell’economia narrativa.

Nel loro sottrarsi a ogni forma di controllo, i pirati accumulano tesori, si muovono attraverso le maglie del tempo, continuano a suggestionare chi ha la fortuna di avvicinarsi a loro con anima pura. Al contrario, chi è mosso da bieco interesse è destinato a soccombere.

«La maledizione si abbatterà su quelli che si credono più forti, su quelli che non rispettano le regole», sentenzia Ramphastos, vecchio capitano, ubriacone, custode dei segreti della pirateria. È attraverso i suoi racconti, condivisi con Maline, che si delinea il quadro storico e culturale, e al tempo stesso si configurano gli elementi principali della trama: quattro uomini legati da un patto inviolabile, un bottino da recuperare, nascosto sul fondo della Senna e della memoria, un segreto prezioso da custodire a ogni costo, una punizione che grava su chi infrange le regole e si avvicina alla troppo alla verità.

Gli ingredienti sono molti, in questo romanzo che, come spesso accade con Michel Bussi, si avvita su se stesso e si ingarbuglia, prima che arrivi il momento dello svelamento. La parata che si predispone sulle acque placide della Senna diventa presto una danza macabra, come quella che ancora anima le colonne dell’Atrio Saint-Maclou. Su tutto aleggia la maledizione di Rollone, primo dei signori di Normandia, che colpisce chiunque si avvicini al tesoro della pirateria senza rispetto, per saccheggiarlo e non per accrescerlo. Proprio sull’avidità giocano le forze dell’ordine per cercare di stanare il colpevole degli efferati omicidi («L’odore del tesoro è l’unica cosa che può attirare fuori la Tigre»), mentre iniziano però a chiedersi se non esista una chiave di lettura differente, «un burattinaio malefico» che trama nell’ombra per neutralizzare chiunque si avvicini troppo a una meta cui lui solo si crede destinato.

Il più sobrio titolo originale del romanzo di Bussi, Mourir sur Seine, viene sostituito nella traduzione italiana da un gioco di parole che rimanda alla follia degli assassini, legandola all’ambientazione privilegiata della narrazione. E se questo non riesce a risultare davvero accattivante, al contrario funziona la trama, che tiene avvinti fino allo scioglimento imprevisto delle ultime pagine (o degli ultimi, incalzanti, minuti d’ascolto).

Usciti di Senna è tante cose, e sicuramente più di un thriller, anche se di questo ha la tensione, gli omicidi e un numero più che congruo di colpi di scena. Certamente, come si anticipava, andando più in profondità nella lettura e guardando invece alla realtà, splendidamente rappresentata, dell’Armada e di ciò che rappresenta, è anche un romanzo sul potere delle narrazioni in grado di innescare il desiderio, di muovere imprese. Sul valore reale e simbolico di ciò che ci infiamma la fantasia, che ci porta lontano, e che in sostanza ci tiene vivi (sempre se non ce ne facciamo eccessivamente travolgere).

Carolina Pernigo