Una mosca attraversa mezza foresta
di Herta Müller
Feltrinelli, gennaio 2026
di Herta Müller
Feltrinelli, gennaio 2026
pp. 190
€ 16,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)
Che cosa significa essere umani quando lo Stato pretende di decidere chi siamo, quanto valiamo e perfino come dobbiamo pensare? Una mosca attraversa mezza foresta nasce da questa domanda e la attraversa senza mai addomesticarla. Pubblicato in Germania in occasione dei settant’anni dell’autrice e ora disponibile in Italia per Feltrinelli, il libro raccoglie nove discorsi e un monologo che costituiscono la summa del pensiero civile e letterario di Herta Müller, una delle voci più lucide e intransigenti del secondo Novecento europeo.
Fin dalle prime pagine, Müller colloca il proprio discorso sul terreno della dignità umana, richiamando il primo articolo della Costituzione della Repubblica federale tedesca, nato nel 1949 come risposta morale alla catastrofe nazista. La dignità, scrive Müller, è intoccabile, ma proprio per questo resta una parola aperta, difficile da definire e da normare. Il suo significato non può essere fissato una volta per tutte, perché entra inevitabilmente in conflitto con la lingua del potere e con il pensiero giuridico che tende a irrigidirlo:
Il contenuto della parola “dignità” è aperto e tale deve restare. (p. 9)
Questo passaggio è centrale, perché chiarisce subito la posta in gioco del libro: non una riflessione astratta sui diritti, ma un’indagine su ciò che accade quando la dignità viene progressivamente svuotata, ridotta a ornamento o a privilegio. Müller mostra come, nelle società autoritarie, il valore dell’essere umano venga misurato attraverso segni esteriori, ruoli sociali, riconoscimenti visibili. La dignità non è più un dato intrinseco, ma qualcosa che si indossa, si esibisce, si concede o si nega.
È in questo contesto che la scrittura di Müller intreccia memoria personale e analisi politica. La dittatura non agisce solo attraverso la repressione diretta, ma costruisce un ambiente, un paesaggio morale in cui la privazione diventa norma. Uno dei nuclei più forti del libro è la riflessione sulla povertà come strumento di governo. Müller rifiuta l’idea che la miseria sia un effetto collaterale o un accidente storico: al contrario, ne mostra la struttura consapevole, la funzione disciplinante. La povertà organizza i gesti, educa il pensiero, modella il corpo. Anche ciò che appare arbitrario, se osservato nel tempo, rivela una logica precisa:
Di fatto questa arbitrarietà, se la si è osservata per anni, appare come la disposizione consapevole della miseria. (p. 46)
In queste pagine, Müller racconta oggetti, vetrine, accostamenti incongrui che diventano emblemi di un mondo deformato. Non c’è bisogno di proclami ideologici: l’ambiente stesso in cui si vive diventa il vero testo politico. Le ideologie scritte non bastano a dominare; ciò che conta è il modo in cui vengono incarnate nella quotidianità. Il potere resta intatto, invisibile, mentre la scarsità viene interiorizzata da chi la subisce.
Accanto alla dimensione sociale e politica, Una mosca attraversa mezza foresta è anche un libro profondamente concentrato sulla percezione. Müller osserva come il controllo non si eserciti solo dall’esterno, ma finisca per insediarsi nella coscienza. Il pensiero impara a sorvegliarsi da solo, a interrogarsi, a correggersi. In una scena ambientata su un treno, un gesto minimo, un fazzoletto appena stirato, diventa il detonatore di una riflessione più ampia sulla formazione del pensiero sotto pressione:
Era a questo che pensavo e per cui potevo dirmi: Adesso stai pensando questo. E: Adesso stai pensando questo su di lui. (p. 99)
Qui la scrittura di Müller mostra con precisione chirurgica come la dittatura entri nella mente, costringendo l’individuo a un continuo sdoppiamento: pensare e insieme osservare il proprio pensiero. Il controllo diventa interiorizzato, quasi automatico. Non è più necessario che qualcuno sorvegli: è la coscienza stessa a farlo.
Il filo che lega queste riflessioni è la lingua. Per Müller, il linguaggio non è mai neutro. È il luogo in cui si combatte la partita decisiva tra potere e individuo. La sua prosa, asciutta e priva di compiacimenti, rifiuta ogni retorica del trauma. Non indulge nella sofferenza, non la spettacolarizza. Al contrario, lavora per sottrazione, affidandosi a immagini minime e precise che costringono il lettore a vedere ciò che normalmente resta ai margini.
Una mosca attraversa mezza foresta non offre consolazioni. È un libro che chiede attenzione e responsabilità, perché parla del passato solo per interrogare il presente. Le dittature, suggerisce Müller, non appartengono a un tempo chiuso: i loro meccanismi, la riduzione del valore umano, la sorveglianza del pensiero, la naturalizzazione della miseria, possono riemergere ovunque, sotto forme diverse.
In questo senso, la raccolta è anche un esercizio etico. Ricorda che la dignità non è mai garantita una volta per tutte e che il linguaggio resta uno degli ultimi spazi in cui resistere. Anche quando tutto sembra ridotto al silenzio, una mosca che attraversa la foresta può ancora indicare una direzione.
Alessia Alfonsi
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