Quattro donne
di Emilio Jona
Neri Pozza, 2026
pp. 143
€ 18,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)
“Un testo antico dice che nel mondo, in ogni generazione, ci sono trentasei giusti che nascono e vivono ignoti, umili, nascosti, e sono coloro che reggono le sorti dell’universo… Forse tu sei stata una di loro.”
“Lascia perdere, Cianino… mi son Nalin Cecilia nata Pietrobon a Scardovari nel 1899. Punto e basta.” (p. 19)
Questo dialogo, paradigmatico, riassume il senso e il messaggio di questo breve romanzo-memoir di Emilio Jona. Protagoniste sono quattro donne, come suggerisce il titolo, donne appartenenti a classi sociali diverse, di diverso livello culturale, accomunate
dal fatto di avere, in tempi bui, prestato aiuto, offerto sostegno e supporto, fatto la cosa giusta come fosse l’unica
possibile, in un contesto in cui non era affatto ovvio che lo fosse.
Nel primo episodio, la balia Cecilia oppone ai ragionamenti che la vorrebbero nobile e coraggiosa il suo sano, pragmatico spirito contadino, quello di chi ha solo voluto bene, di chi ha riconosciuto della «zènte brava, zènte bona» e ha ricambiato per semplice gratitudine l’accoglienza una volta ricevuta, il riscatto concesso da una vita di stenti.
“Sai, Cecilia, che ci voleva del coraggio a stare con noi in quei tempi matti… Oggi sappiamo che tutti noi, e tu insieme a noi, saremmo finiti bruciati in un forno se ci avessero catturati…”“Per me i forni servono a cuocere il pane, non per ficcarci dentro i cristiani…” (p. 19)
Basta così poco per prendere posizione, sembra dire Cecilia, nel suo confronto
postumo con l’amato Cianino, a ottant’anni
dai fatti, che bruciano ancora così
forte alla memoria. Eppure il prezzo è altissimo, primo fra tutti l’oblio
di sé, la rinuncia alla propria vita in funzione di quella di un altro:
Ma non era quello il mio mondo, Cianino, il mio mondo era quell'altro che mi portavo dentro da quando ero nata... Cosa ne potevi capire tu a cinque anni della mia vita in Polesine? Sono rimasta con voi dieci anni, ero poco più di una serva fedele... emigrata da Scardovari... non più aqua e tera, polenta e malaria, lavoro scarso, fame, ti par poco... (p. 17)
Il modo, allora, di rendere giustizia e restituire la dignità del ricordo a queste figure dimenticate è proprio di riportarle alla dimensione delle loro origini, nel caso di Cecilia alle tradizioni contadine da tempo sorpassate, quasi fagocitate, dalla nuova società urbana e industriale, e alla lingua d’origine, il dialetto veneto, che spontaneamente riemerge come lingua natia, anche dietro alle sovrastrutture imposte dell’italiano. La sua voce riecheggia, forte e chiara, dal cimitero in cui è stata sepolta, poco dopo la fine della guerra, dopo aver avuto l’opportunità di vedere l’avanzata dei carrarmati angloamericani e di votare per la prima volta in un mondo nuovo.
Già dalla quadripartizione del volume appare chiaro però che Cecilia non
rappresenta un caso isolato. Infatti, mentre Cianino, il piccolo di casa, si
nasconde nelle campagne con la balia, il fratello maggiore Giulio viene accolto
in città da una coppia di amici del padre, il professor Fiorenzo Bosio e sua
moglie Teresa. I due, che il bambino inizia subito a chiamare zii, offrono un
rifugio confortevole, l’abbraccio di una famiglia in cui c’è posto per tutti,
ma nel frattempo tramano in segreto per organizzare in città i primi nuclei di
resistenza. E quando la violenza
nazifascista fa irruzione nella casa non più sicura, ha la forma del tradimento, della delazione, del collasso di
ogni idealismo. Eppure, anche di fronte alle mitragliatrici spianate,
Teresa non esita un attimo a dire: «Sì…
Sono tutti figli miei».
Le vicende dei
personaggi che affiancano e assistono i Jona permettono all’autore un excursus
attraverso la storia italiana del Novecento, attraverso il declino della
società contadina, l’emergere delle rivendicazioni operaie, le campagne
coloniali e il bagno di sangue delle guerre mondiali. Le pagine dedicate a
Fiorenzo sono tra le più forti del romanzo, e condensano la sintesi di un secolo con le sue aberrazioni.
Lui e la moglie Teresa lottano in cerca di una giustizia che non arriva, e non accettano di farsi assimilare dal
pensiero unico dell’epoca in cui sono immersi. La sua morte, e la
successiva resistenza di lei, dicono del senso più profondo di questo romanzo,
che lancia continui strali verso il presente: ovvero dell’importanza di «conserv[are] umanità e speranza, [resistere]
alla degradazione, alla perdita di fraternità, alla perversa imposizione
[degli] aguzzini» (pp. 61-62), che a ogni costo ti vorrebbero complice.
Ecco allora anche l’importanza di
tornare a dire i nomi, di celebrare la memoria dei singoli, di ribadire la necessità di essere individui anche
quando la società e il momento storico ti chiederebbero altro.
Il terzo capitolo è focalizzato sull’autore stesso, il maggiore tra i fratelli Jona, ed è narrato in prima persona. È attraverso i suoi occhi quindi che conosciamo Marì, figlia di emigranti poi tornata a radicarsi nella terra delle sue origini, donna ruvida ed essenziale, dai malumori subitanei e burrascosi, «intrisa della natura della valle» (p. 93).
Non era una ribelle, era fatta di una materia antica e refrattaria, era solida come le loro case di pietra impastate d'argilla, era limpida come le acque del Sarv quando era in quiete e torbida come nelle sue bure improvvise, era spigolosa come le rocce delle sue montagne e sfuggente come le pietre levigate dall'acqua dei suoi torrenti, astuta come le sue trote, timida e difensiva come le sue vipere, ombrosa come i boschi dei suoi faggi, e, come loro immobile e insieme mutevole, trascriveva nel suo carattere la loro fermezza […]. Come le sue bande era solare e lunare e il suo mondo era stretto e dirupato come i fianchi della sua valle, la sua religiosità semplice e simile a quella delle sue chiese disadorne. (pp. 94-95)
È proprio in descrizioni come queste che la prosa di Jona si dispiega al meglio, ricca, elegante, aggettivata, quasi appartenente a un’altra epoca, a una classicità della forma ormai un po’ desueta, ma rassicurante e preziosa. A Marì, al contrario, non servono molte parole, dice tutto nella brusca fermezza delle sue azioni, nel modo in cui apre la porta a Emilio, a suo padre e allo zio Pino, senza far pesare mai il rischio a cui si espone. E questo, del resto, è l’atteggiamento di tutti i valligiani, che non li denunciano neppure quando un distaccamento tedesco occupa un casolare nel centro del borgo, per poter dare la caccia ai partigiani sulle montagne.
Capiremo solo dopo, con la fine della guerra, i pericoli che lei ha corso nascondendoci. C'era allora una solidarietà popolare a contrasto di una diffusa ferocia, mentre noi vivevamo con innaturale naturalezza i rischi e l'assurdità della nostra sorte di esseri senza colpa, esclusi e braccati. (p. 87)
La quarta e ultima parte è dedicata a Delfina. Delfina è la fine, dunque, ma in qualche modo è anche l’inizio. La sua figura ha attraversato, elegante e sicura, le sezioni precedenti. Lei è stata l’intermediaria, il collante, colei che non si è mai tirata indietro e ha tenuto insieme e continuamente raccordato i fili di una famiglia dispersa. Assistente dell’avvocato Jona, ha vissuto con la famiglia dopo la guerra e ne è diventata parte integrante, con la costanza della sua presenza, la fedeltà dei suoi affetti.
Delfina è stata per venti mesi il cordone ombelicale che ci ha mantenuto in vita; se fosse stata arrestata, se avesse parlato, se fosse morta, noi tutti saremmo scomparsi con lei. Partendo da questa stanza pulita e anonima dove sta naufragando la sua vecchiaia vorrei allora provare a fare un po' di luce, a sbocconcellare a morsi un poco del suo passato e tradurlo in scrittura, in memoria. (p. 102)
Anche Delfina oppone, come le altre donne coinvolte nella narrazione, la propria legge morale, inespressa, eppure nitidissima alla coscienza, a quella imposta dall’esterno, percepita come ingiusta. E quindi non dubita, non vacilla, animata da una fede che non è (sol)tanto di natura religiosa, quanto animata da un profondo senso di dedizione all’umano.
Certo voi, sulla base delle loro leggi, eravate dei nemici da catturare e da segregare e io sarei stata premiata se avessi concorso alla vostra cattura e punita se avessero scoperto che vi stavo proteggendo, ma avevo la tranquilla certezza che quelle leggi io non ero tenuta a osservarle, anzi ero tenuta a oppormi a esse; ed è ciò che senza incertezze feci, con qualche tremore all'inizio e con sicurezza e crescente serenità per tutto il tempo che fu necessario. (p. 112)
Quattro donne è un album di famiglia, in cui trovano spazio tutte le figure che
hanno traversato la vita di Emilio, ciascuna inserita nel solco della propria
storia personale, messa poi in relazione con quella degli altri (e quanto sono
belle e delicate le pagine dedicate al padre e alla madre, alla nascita del
loro amore). Ma è anche una storia sulla
giustizia che ha la meglio sulla barbarie, sulla giustizia difficile e non scontata di chi ha il coraggio di prendere
posizione, una giustizia che appare qui declinata più in senso morale e
individuale che collettivo – e non a caso i cinque protagonisti del volume
(Cecilia, Delfina, Marì, Teresa e Fiorenzo) sono oggi annoverati tra i Giusti
delle Nazioni, allo Yad Vascem di Gerusalemme.
In prossimità della Giornata della Memoria, e in un momento storico in cui sembra che invece la memoria sia sempre più labile, o volutamente ignorata e spesso calpestata dagli interessi politici globali, l’operazione condotta da Emilio Jona, che non manca di pungere quando serve anche alcune situazioni critiche dei giorni odierni, è fondamentale perché ci riporta all’essenza del messaggio che il 27 gennaio dovrebbe veicolare. Ci riporta a un momento in cui siamo posti, come individui, di fronte alla Storia, invitati a guardarla senza volgere gli occhi, a interrogarci sul ruolo che in essa possiamo e dobbiamo avere.
Carolina Pernigo
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