di Ben Rein
Ben Rein è un noto neuroscienziato e divulgatore scientifico statunitense che da anni si interroga su quale sia il legame tra il cervello e il bisogno di amicizie. La sua ricerca esplora il bisogno neurobiologico di interconnessione tra gli individui. Perché l'uomo ha la necessità di legarsi ai suoi simili? E perché l'isolamento può essere tossico per la sua salute? Perché il cervello ha bisogno di amici vuole essere una risposta a queste domande. L'autore lo spiega in maniera molto semplice e accessibile, fornendo moltissimi esempi pratici, sia di suo vissuto personale che non. Ciò che mi ha colpito di questo manuale, è che più avanzava la lettura più di pari passo avanzavano le riflessioni.
La medicina sostiene da sempre che uno stile di vita sano sia alla base del nostro benessere e per questo tutti sappiamo come un mantra martellante che: dobbiamo fare movimento fisico, mangiare bene, non fumare e non bere alcolici. Quello che non sappiamo, forse, è che le relazioni sociali migliorano la salute e il benessere, riducendo il rischio di patologie che vanno dalle malattie cardiovascolari alla demenza o ancora alla depressione e all'ansia. Il libro si presenta come un testo dalla struttura accademica (ma non lo è), suddiviso per tematiche, con approfondimenti alla fine di ogni capitolo, test e un glossario finale per meglio comprendere certi passaggi. Ho trovato alcune rivelazioni molto difficili da accogliere, come ad esempio il fatto che l'autore sostenga che una coppia sposata abbia meno probabilità di riscontrare il cancro, in quanto l'amore rilascia ossitocina nel cervello. Al contrario ho trovato estremamente stimolanti i paragrafi in cui Rein esprime l'importanza delle relazioni sociali al fine di diventare migliori interlocutori e oratori, soprattutto quando approfondisce il discorso nel capitolo dedicato alle interazioni virtuali. In un mondo che vive sempre più online come cambiano gli scambi non verbali fra gli individui? Lo schermo che ci divide come cambia il modo di percepire l'altro?
Dopo aver avuto interazioni "meno reali"(come messaggi o telefonate) le persone tendono a sentirsi più sole, più tristi, meno affettuose, meno supportate e meno felici rispetto a quando interagiscono di persona. [...] Uno studio ha rivelato che parlare dal vivo è quattro volte e mezzo più efficace nel migliorare il benessere rispetto alle interazioni virtuali. (p. 149)
L'isolamento è infatti il vero antagonista indiscusso della nostra salute e i social media sono tutto fuorché sociali. Certo sono pur sempre un'interazione con l'altro, ma la dipendenza che creano è al pari di droga e alcool. Spegnere il cellulare o non usare le app dovrebbe aumentare il livello di cortisolo nel cervello e farci sentire peggio, eppure l'astensione migliora notevolmente l'umore. Pare un paradosso. Un altro esempio pratico che credo stia a cuore a tutti coloro che hanno superato i trent'anni è il tema del sonno. Lo scrolling notturno dei social manda un segnale al cervello di stimolazione tale da mascherare l'effettivo bisogno di dormire, aumentando l'esposizione allo schermo. Ne comporta l'attivazione del sistema nervoso, una riduzione della serotonina e dunque la compromissione del sonno. L'autore consiglia di comprare una sveglia tradizionale e di notte, di lasciare i cellulari in carica in un'altra stanza.
Ma quindi perché il cervello ha bisogno di amici? Perché il cervello umano non è nato per funzionare in solitudine e l'evoluzione ha plasmato la nostra mente per vivere in branco, parlando, ridendo e ascoltando gli altri. Il nostro organo che soffre di solitudine ha bisogno di gratificazioni continue attivando sistemi neurali di ricompensa che gli generano benessere: per questo durante le relazioni sociali vengono rilasciate ossitocina, dopamina e serotonina. Un po' come i premietti che diamo ai nostri amici pelosetti quando la combinano giusta. Il nostro cervello funziona così. C'è infatti anche un capitolo dedicato ai benefici dell'avere un animale domestico, soprattutto i cani.
In conclusione, si può dire che questo testo punti molto sul suo effetto divulgativo e sulla sua leggibilità, miscelando consapevolmente gli studi scientifici alle abilità di storytelling dell'autore. Sicuramente è rivolto a tutti coloro che si interessino di psicologia e antropologia, ma non agli esperti del settore, perché potrebbero storcere un po' al naso di fronte ad alcune affermazioni di Rein. Per me, resta un testo godibile e interessante, a tratti un po' troppo motivazionale, ma stimolante, e dato il suo titolo ne consiglio la condivisione con gli amici.
Carlotta Lini

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