in

La Biblioteca sul monte di brace di Scott Hawkins racconta la lotta per la supremazia della conoscenza a tinte forti

- -

La biblioteca sul monte di brace


La biblioteca sul monte di brace
di Scott Hawkins
Mercurio Books, gennaio 2026

Traduzione di Filippo Balestrazzi

pp. 512
€ 20 (cartaceo)

Vedi il libro su Amazon

Carolyn rimase ferma finché le luci di coda del vecchio non scomparvero dietro la curva. Ho socializzato abbastanza per oggi. Si arrampicò velocemente sulla scarpata e si infilò tra gli alberi. La luna era ancora alta, ancora piena. Gli americani chiamavano quel periodo dell’anno “ottobre” o, a volte, “autunno”, ma i bibliotecari calcolavano il tempo in base ai cieli. (p. 13)

Quando incontriamo Carolyn che vaga per le strade americane, siamo spiazzati come l’automobilista di passaggio che si ferma per aiutarla. Ma Carolyn non ha bisogno del nostro aiuto e non è così indifesa come appare. 


Un tempo, Carolyn, la protagonista di questo dark fantasy, era una normale bambina americana, fino al giorno in cui i suoi genitori morirono e casa sua fu rasa al suolo. Un’oscura creatura millenaria la rapì, insieme ad altri bambini. Quella creatura si fa chiamare Padre, ricordando così simbolicamente una figura accudente, ma in realtà è un tiranno che custodisce segreti e li prodiga agli undici prescelti, un catalogo per volta, dentro un’immensa biblioteca che custodisce ogni tipo di sapere: dalla guerra alla morte, dalla medicina alla matematica. Per chi disobbedisce a Padre o alle regole della Biblioteca le pene sono indicibili, e considerando che i bibliotecari possono essere uccisi e riportati in vita innumerevoli volte, i livelli delle punizioni sono illimitati.


A Carolyn, fin dall’inizio, è toccato il catalogo delle lingue, la conoscenza di ogni parola scritta e pronunciata, forse di ogni segreto. Un giorno Padre scompare. I bibliotecari sono esiliati da quella prigione divenuta casa, respinti da un invisibile sistema di difesa perimetrale che impedisce loro di avvicinarsi, pena essere dilaniati da dolori inimmaginabili. 


Qualcosa, che è affiorato dal loro passato, sta per realizzare la distruzione del mondo. In gioco però non c’è solo la supremazia su un regno di conoscenza ultraterrena, ma il controllo stesso della realtà. Carolyn dovrà combattere contro i suoi fratelli e le sue sorelle, contro nemici straordinari e soprattutto contro sé stessa, contro i suoi fantasmi, e contro ciò che ha dovuto lasciarsi alle spalle.


Ma in questo universo distopico la biblioteca è la struttura di un mondo che racchiude tutto ciò che l’uomo ha imparato in centinaia di anni, suddiviso in un sapere gerarchizzato. Ogni catalogo è quindi sia una forma di potere che una limitazione. Tanto è vero che i vari bibliotecari possono padroneggiare solo il loro sapere. Ne consegue una forma di tirannia e di mancanza di libertà: parcellizzando la conoscenza il potere non è nelle mani di nessuno e quindi nemmeno la libertà.

Ai bibliotecari era severamente vietato parlare del proprio catalogo. Padre non disse mai con esattezza perché, ma si mostrava molto serio al riguardo. L’opinione generale era che non volesse che uno di loro diventasse troppo potente ma, dopo quello che era successo a David, nessuno si azzardò a chiedere. (p. 76)

La figura centrale è quella di Padre, una sorta di divinità demiurgica che educa attraverso la violenza. Costruisce un nuovo mondo e man mano toglie umanità ai figli che ha rapito. Ha in mente un erede, ma solo alla fine del libro sarà chiaro il suo scopo. 


Carolyn ha comunque un peso determinante in questo mondo così distorto, il peso di chi ha il potere di parlare con chiunque e nello stesso tempo deve imparare a dominare questa realtà e a modellarla. La famiglia composta dai bibliotecari è una sorta di nucleo primitivo del mondo, dove alle alleanze si alternano i tradimenti e la capacità di sopravvivere. 


Quando la loro realtà vera viene distrutta nasce un nuovo mondo, è come se dal trauma nascesse il mondo fantastico, ma nel processo di crescita di Carolyn un episodio cruciale determina la ricerca di un senso che vada oltre le dinamiche del potere, basato sull’idea di vendetta. 

Quando scoppiò un altro lampo, fissò gli occhi senza vita di Isha, trafitta insieme alla sua cerbiatta dall’estremità appuntita dell’arma di David. Tese la mano per toccare l’asta bronzea che sporgeva dal corpo delle due cerve. (p. 18)

In questo romanzo, che è una sorta di ibrido tra distopia e horror, con punte anche di ironia, l’alternarsi dei vari registri è ciò che più destabilizza il lettore. Anche la protagonista è animata da un senso di umanità che a volte colpisce e altre confonde, soprattutto quando cede al cinico plasmarsi della sua vendetta. 


Carolyn si trova a combattere contro il passato che non le appartiene più, contro i fratelli per mero spirito di sopravvivenza, ma soprattutto contro sé stessa. Eppure sarà la figura di Steve a farla vacillare, quello Steve che sembra solo una pedina di passaggio nell’economia del romanzo, ma che è portatore di quel briciolo di umanità che si annida proprio dove nessuno si aspetta di trovarla, dentro un uomo che ha commesso già degli errori e dei piccoli crimini, ma che non si piegherà mai del tutto alle richieste di Carolyn. 


Questo libro si spinge verso universi ignoti, distrugge ciò che pensiamo di sapere, destabilizza continuamente le certezze che pensiamo di aver costruito e non si limita a rappresentare una battaglia tra bene e male, ma una lotta per la supremazia tra forme di conoscenza. E Carolyn è la figura che incarna il paradosso più inquietante, perché solo chi è stato completamente dominato può imparare a dominare.


Samantha Viva