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"La città del sole" di Tove Jansson: le verande silenziose di chi ha ancora molto da dire

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La città del sole
di Tove Jansson
Iperborea, marzo 2026

pp. 304
€ 19,50 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)

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«Siamo tutti mondi separati, come barche che passano, ciascuna con la propria scia».
«Come dici?» fece Miss Frey.
«Barche. Battelli su un fiume, che non s’incontrano mai. Ogni veranda è un’isola».
«E chi t’impedisce di remare da un’altra parte?» replicò stizzita Miss Frey. «Vai, rema fin là e chiedigli se vuole venire al ballo con te». (pp. 130-131)

Con La città del sole, Tove Jansson delinea il volto della vecchiaia attraverso una serie di personaggi diversi tra loro, tutti anziani ospiti della stessa pensione Butler Arms. Ispirata da un viaggio nel continente americano alla soglia dei sessant’anni, l’autrice mette in scena le paranoie, le preoccupazioni morbose e i fallimenti di vite a un passo dalla meta. Lo scenario – privo però di alcuna distopia – rimanda al film The Lobster, con la differenza che nel romanzo gli attori protagonisti fanno anche da spettatori: non cercano né amici né l’anima gemella, bensì criticano, osservano, borbottano, ognuno a modo suo.  

L’immagine della veranda non è casuale. È qui che Mrs Rubinstein, Miss Peabody, Mrs Morris, Mr Thompson e le sorelle Pihalga rielaborano il proprio passato sedute sulle sedie a dondolo, dando vita a una storia tanto divertente quanto mai triste: la veranda si trasforma nel foro competente atto alla condanna o all’assoluzione; la sede del giudizio, l’ultimo palcoscenico da cui gli ospiti ascoltano la pioggia, annusano l’aria che sa di erba bagnata e ammirano «il cielo sopra il Bounty» (p. 80) ripercorrendo il loro vissuto:

«La sedia che ti viene assegnata resta quella per sempre: i nuovi arrivati non conoscono l’importanza di questa regola non scritta, ma piano piano imparano a seguirla alla lettera, come tutte le altre. Solo la morte, in senso proprio e non figurato, ha il potere di cambiare l’assegnazione delle sedie a dondolo a St Petersburg». (pp. 96 – 97)

Notevoli sono le descrizioni degli ospiti, ognuna associata a un animale: la somiglianza delle sorelle Pihalga a «vecchie cornacchie, […] uccellacci del malaugurio che non sono altro, con quelle facce lunghe e grigie» (p. 53); Miss Peabody «somigliava più che mai a un topolino, sempre ad annusare l’aria, sempre pronta a scappare, sempre di corsa dentro e fuori da qualche tana» (p. 147); Mrs Thompson che si presenta alla porta in cerca del marito «come un toro in miniatura che valuta se partire all’attacco» (p. 195); o lo stesso Thompson, che «con quelle grosse sopracciglia aggrottate somigliava più che mai a una scimmia, arrabbiata e impaurita» (p. 199). L’autrice, inoltre, si disinteressa dell’utilità di un personaggio nei confronti della trama, come dimostra la scelta inusuale e coraggiosa di inserire una figura come McKenzie per poche righe e poi farlo scomparire.

In queste pagine, Jansson affronta diversi temi – la vita, la famiglia, la morte, la depressione – attraverso i pensieri filosofici e i gesti dei suoi personaggi. Gli anziani, descritti come bambini malinconici e disillusi, giorno dopo giorno si interrogano su questioni profonde di cui ignorano il senso, dimostrando che non è mai troppo tardi per imparare e scavare a fondo. Ad esempio, «Com’è che chi ama la verità finisce così spesso per doversi inventare delle scuse, e per chi cerca giustizia è così difficile combattere? Tanto valeva essere morti […]» (pp. 18-19); oppure a Mrs Morris «la colpì per un attimo il pensiero che la sensibilità verso gli altri, se scaturisce dal senso di colpa, finisce per generare soltanto disprezzo; le virtù un tanto al chilo non le erano mai piaciute» (p. 24). Le parole di Mrs Higgins, invece, suonano così vere e inestimabili:

«Sono davvero poche le famiglie felici. Ogni giorno ringrazio Dio di essere così legata alla mia».
«Ma se non li vedi quasi mai» disse Elizabeth Morris. 
«Si può essere vicini anche senza vedersi» spiegò Mrs Higgins. (p. 212)

L’etica razionale si scontra di continuo con problemi effimeri, legati alle abitudini di ognuno, consolidando personalità forti ma, più di ogni cosa, vere. Al termine del libro, il lettore ha il sentore di aver ricevuto un messaggio importante, forse una sorta di testamento da parte dell’autrice: 

«C’è una sola cosa di cui preoccuparsi davvero: non spaventare gli altri quando si muore e non lasciar loro nessun rimorso di coscienza. Considerando quanto ci rendiamo ridicoli da vivi, il minimo che possiamo fare è cercare di ritrovare un po’ di dignità quando tutto finisce» (p. 110).

Leonardo D’Isanto