I volti
di Tove Ditlevsen
Fazi, marzo 2026
Traduzione di Alessandro Storti
pp. 144
€ 17 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)
La vita di Lise Mundus, scrittrice di successo nella Copenaghen degli anni ’60, sta andando a pezzi. Il marito Gert ha una relazione sia con la collega Grete che con la donna di servizio, Gitte, mentre il rapporto di Lise con i suoi tre figli, avuti tutti da mariti diversi, traballa e la scrittura – di gialli, e di libri per l'infanzia – arriva a una impasse. È così che Lise comincia ad avvertire i primi segni di instabilità mentale: i volti delle persone attorno a lei – il marito, Gitte, la figlia Hanne, l’amica Nadja – perdono i loro contorni, i confini si sfaldano, l’immagine si rompe in pezzi scomposti, si mescola a sembianze animalesche. Rifiutando di accettare la realtà, Lise si convince di essere vittima di un complotto orchestrato dalle persone della sua vita per liberarsi di lei, facendola ammattire, fino al ricovero in ospedale psichiatrico.
Le salì il sangue alle gote. Non apparteneva più a se stessa. per quanto cercasse riparo, le persone si erano spudoratamente create un’immagine di lei sulla quale non aveva alcuna podestà. “Se trovi il tuo nome sulle labbra altrui”, aveva scritto Rilke, chissà dove, “prendine un altro”. Si tastò il volto con le dita, come per accertarsi che non le fosse stato portato via mentre era priva di sensi e non era in grado di badarci. (p. 53)
I volti è un romanzo del 1968, uscito dalla penna raffinata della danese Tove Ditlevsen, autrice anche dell’autobiografico Trilogia di Copenaghen. I suoi libri, in corso di pubblicazione italiana da Fazi, raccontano dell’esperienza biografica dell’autrice con le dipendenze da droghe e alcol, oltre che con la malattia mentale. Paragonato a La campana di vetro, I volti ha in comune con il romanzo di Sylvia Plath la raffinatezza e l’onestà nel descrivere la lotta contro sé stessa, l’insopportabile quanto inevitabile incontro con i propri demoni e, infine, l’abbraccio salvifico della scrittura.
La scrittura era sempre stata una sorta di gioco, una lieta occupazione che le consentiva di scordare ogni altra cosa al mondo. Pensava: Se ricomincio a scrivere, tutto questo incubo passerà. (p. 21)
La narrazione de I volti ha la sublime capacità di farci vedere la protagonista dal di fuori e dal di dentro: l’uso di un narratore esterno evita di appiattire la percezione della protagonista sulla sua visione di sé e del mondo, necessariamente inaffidabile. D’altro canto, i dialoghi di Lise con le figure frutto della sua allucinazione – soprattutto Gitte, Hanne e Gert, che rivede dappertutto e in tutto il personale dell’ospedale – guidano il lettore in un viaggio nella sua mente aggrovigliata. Dove finisce la realtà e dove inizia l’allucinazione? E la sua condizione, quanto è intrinseca e quanto, invece, davvero causata dai maltrattamenti di chi la dovrebbe amare?
C’erano cose che teneva per sé, per esempio il fatto che la sua carenza d’amore non fosse totale, e che al margine della sua malattia mentale ci fosse una cornice sfilacciata e fremente, fatta di qualcosa che era normale e familiare, e che l’avrebbe messa nuovamente in pericolo se qualcuno l’avesse scorta. […] “Sento le voci”, si schermiva lei, “e questo succede solo quando si è malati di mente”. Aveva smesso di conformarsi agli ammonimenti della signora Kristensen, perché il suo scopo non era più il ritorno a casa: là c’erano i volti che l’aspettavano, e il suo sguardo li avrebbe colpiti come vetriolo”. (p. 111)
Pur affrontando temi seri, di fragilità e salute mentale, il romanzo non risulta mai struggente né ombelicale: la riflessione sul percorso di Lise – di paziente psichiatrica, certo, ma anche di donna tradita, e di scrittrice frenata dallo scrivere ciò che davvero vuole, cioè libri per adulti – è brillante, potente, e non risparmia momenti divertenti.
La scelta del volto come oggetto focale dell’allucinazione di Lise è originale e al contempo riuscitissima nell’evocare lo sgretolarsi della comprensione di Lise delle persone, della loro identità, di ciò che nascondono dietro gli elementi con cui si presentano agli altri: il nome, il volto. Allo psichiatra che l’ha in cura Lise dice: “Hai due volti. […] È vietato. Se ne può indossare solo uno alla volta” (p. 86); un’infermiera del reparto è “la giovane dal volto incompiuto” (p. 59); nelle sue allucinazioni, vive con sofferenza la scelta di privare il figlio Søren del suo volto pur di non rinunciare al proprio, perché “Il volto serve più a me che a lui” (p. 100).
Dopotutto il tema centrale della crisi di Lise è proprio questo: perdere il contatto non solo con la realtà, ma con la propria identità, smarrita nei tanti frammenti che ha donato agli altri e in cui, nel tempo, gli altri l’hanno spezzata:
“Ma allora dov’è che esisto io?”, chiese lei. “Nella coscienza degli altri”, spiegò lui, con pazienza, come a un’allieva testarda ma intelligente. “Non è quello che voglio”, disse lei, spaventata. “Io voglio solo essere me stessa”. “Certo, ma non sa che tutti gli esseri umani – allo stesso modo dei libri – hanno diverse edizioni? Ne vengono stampate copie nell’ufficio per gli archivi segreti” (p. 75).
I volti è un romanzo bellissimo che unisce il racconto di una psiche fragile con riflessioni femministe e passaggi metaletterari sul mestiere di scrivere (che invitano proprio a essere sottolineati sulla pagina). Chi non ha ancora letto Trilogia di Copenaghen (su CriticaLetteraria abbiamo recensito il primo volume, Infanzia, il secondo, Gioventù, e il terzo, Dipendenza, ora disponibili in un'unica edizione con la prefazione di Claudia Durastanti), dopo aver letto I volti avrà voglia di recuperarlo. Per tutti gli altri, sarà una gioia immergersi ancora una volta nell'universo allucinato, sensibile, incredibilmente poetico di Tove Ditlevsen.
Michela La Grotteria
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