di Mathias Enard
Traduzione di Yasmina Melaouah
€ 19 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)
La Germania è il paese dei racconti crudeli e delle insidie della notte, pensavo lasciando l'ombrello gocciolante nel portaombrelli di plastica ad hoc vicino all'entrata della libreria; il paese delle Märchen e delle frontiere, delle marche, del limiti: quanto chiara mi appariva una volta di più la loro malinconia, mentre guardavo un po' intontito sui tavoli i libri dalle copertine colorate, osservato a mia volta dalla libraia cui la sgradevole sorpresa di veder piombare un cliente a pochi minuti dalla chiusura, con un tempo così poco ameno, freddo e piovoso, dava un'espressione ben poco amichevole: tutto si confondeva dentro di me, la storia di Rami, l'ictus di E., la visita a Beelitz, i racconti di ipnosi e fantasmagorie, Berlino e, intorno, la pozza scura della marca di Brandeburgo. Che cosa si varcava superando una frontiera? L'ultima volta che avevo visto E. e il marito prima dell'ictus avevamo parlato, come sempre, delle nostre letture, del nostro lavoro, della nostra passione per la varietà dei testi e delle lingue, ed ecco ergersi all'improvviso fra di noi quella che per convenzione chiamavamo "la realtà", ma che in verità era solo un momento del corpo (l'ictus, il cervello, la malattia): era spuntata una roccia altissima; proiettava un'ombra glaciale. (p. 114)
Mathias Enard, autore e traduttore francese, in catalogo di Edizioni e/o ormai da tanti anni, vincitore del Premio Goncourt (2016) e finalista a Premio Strega Europeo (2017), ci consegna un testo che è una lunghissima riflessione, un lunghissimo flusso di coscienza e che ha per protagonista l'autore stesso.
Malinconia dei confini. Nord è il primo volume di un progetto che ne comprende quattro e che parte da Berlino (Nord. Autunno) per continuare poi in Spagna (Estate. Sud), nei Balcani (Primavera. Est) e infine si chiuderà con un volume conclusivo nel continente americano (Inverno. Ovest). Dunque un poker di testi che si concentra sulla memoria, sulla ricostruzione della storia di un luogo, nel caso di questo primo volume, di Berlino.
Enard esordisce descrivendo un luogo abbandonato, dopo aver fatto visita a una carissima amica ricoverata per un ictus: il luogo e le condizioni della donna, che è attualmente in coma, si intersecano - e lo faranno spesso nel corso del testo - in un parallelismo che accomuna spazi, edifici, personaggi storici alla malattia, alla sua ineluttabilità e all'impotenza degli uomini nei suoi confronti.
Il setting iniziale ci lascia intuire il mood dell'intero testo: un complesso ospedaliero, ex militare e in rovina, dunque un'ambientazione che definirei urbex, un luogo in cui
uno scenario stregato pieno di gingilli fantomatici, un teatro d'ombre in cui l'umano, gli umani, erano per sempre condannati a passare senza mai riuscire a lasciare il segno: sarebbero riusciti tutt'al più, nel migliore dei casi, a sopravvivere come la statua dell'infermiere russo, un ricordo parodistico imbrattato dalla prosecuzione stessa della vita. Gli artisti, i creativi che il mercato immobiliare convocava a Beelitz avrebbero vissuto anche loro, mi sembrava, l'esperienza di quel faccia a faccia con il vuoto. L'arte dei confini, dei limiti. In un luogo del genere non potevano fare altro che interrogarsi sulla propria cancellazione. (p. 15)
C'è un'attenzione particolare da parte dell'autore per gli edifici, la toponomastica - Beelitz, il palazzo dove vive chiamato il Grasso Hermann, di fatto una torre idrica, il bunker di Wunsdorf, il Das Hotel -, e questo perché ciò che ci viene raccontato è visto, o ricordato, proprio dal narratore. Enard prende le parti di un flâneur, diretto verso una libreria che sembra non giungere mai, e nel frattempo - mentre cammina senza meta - ricorda la storia di Berlino e di chi l'ha abitata, e ricorda la cara amica E., costretta a letto dall'ictus.
Proprio quest'ultimo pensiero viene declinato da Enard in termini diversi, usando l'espediente della similitudine e dei sinonimi per sottolineare anche a noi lettori che E. sta dormendo: ad esempio, descrive minuziosamente la storia di Mesmer, il famoso magnetista - e quindi, l'ipnosi - oppure comincia a declamare le imprese Pliever - qui, l'esilio - o ancora ci fornisce una piccola biografia di Kathe Kollowitz - la dimenticanza. I sinonimi per rappresentare la condizione di E. sono tanti e proseguono: la rêverie, la cecità di Maria Theresia Von Paradis (virtuosa della musica), il sonnambulismo del Dottor Koreff, i "lunghi letarghi", la parabola de La Bella addormentata nel bosco, il caso dei rassegnati svedesi.
Tutti esempi simili per ricordarci che ciò che sta nei pensieri di Enard è l'amica E.
Con lo stesso metodo, l'autore ripercorre la storia della città attraverso i suoi edifici e la sua urbanistica, i personaggi storici famosi, le vicende della Seconda Guerra Mondiale:
Per chi aveva il cuore triste, una passeggiata per Berlino si trasformava presto in una gimkana fra i ricordi della distruzione, le sue rovine e i suoi fantasmi - mi venne in mente all'improvviso, mentre ricominciava a venir giù neve sciolta e Kollwitzstraße si illuminava di lucciole ghiacciate che subito sparivano nella luce dei fari, che era stata E. a farmi scoprire, quindici anni prima, l'opera di W. G. Sebald, subito dopo la morte brutale di quest'ultimo nell'incidente d'auto, conseguenza di un attacco di cuore, dalle parti di Norwich; E. mi aveva guidato nel mio lungo avvicinamento alla letteratura tedesca e quel percorso era sfociato, quindici anni dopo, nella mia sistemazione nel grasso Hermann - soggiorno adesso rattristato dal grave accidente cerebrale di colei che, con la sua amicizia, mi aveva condotto lì. (pp. 89-90)
Camminando nella Berlino cupa e deserta, sentivo ciò che mi perseguitava e si diffondeva in me. Era un'epoca di tragedie. L'ictus di E. era la più personale, forse, e non sapevo come sfuggire a quel vuoto. Berlino aveva cambiato colore. L'afflusso di profughi siriani riempiva la città delle vittime della guerra, delle grida dei torturati, dei bombardamenti massicci. Centinaia di migliaia di persone, uomini, donne, bambini facevano la fila davanti a uffici al collasso. Bisognava tradurre, aiutare, mostrare, alloggiare, scolarizzare, nutrire, ascoltare. I racconti erano spaventosi. I quartieri ribelli di Homs erano stati cancellati dalla carta geografica. La Ghuta era bombardata dai carri armati e dagli elicotteri del regime che lanciavano barili pieni di esplosivo su civili senza alcuna possibilità di difesa. Nella campagna di Aleppo giravano jihadisti dalle fosche barbe che, in barba a tutto, taglieggiavano gli abitanti quando non li sgozzavano semplicemente per un motivo qualsiasi, uno dei quali era il piacere di farlo. (pp. 93-94)
Poi, dopo aver associato Berlino a Damasco (Enard descrive le conseguenze della guerra sui siriani emigrati in Germania), un'inaspettata parentesi gioviale culinaria, sul cibo della capitale e sui vini francesi, per poi tornare nuovamente a ricordarsi di E.
Infine, una poetica conclusione sulla "notte berlinese".
Diverso da altri suoi testi per forma e stile, penso a Bussola, questo volume è sicuramente d'ispirazione sebaldiana (prosa malinconia, testi ibridi che mescolano generi, l'esplorazione del trauma storico, del lutto, della malattia, riflessioni sulla Seconda Guerra Mondiale), molto erudito, denso, pieno di informazione apparentemente scollegate tra loro, dunque richiede una lettura attenta.
Per gli amanti di Berlino, un testo imprescindibile, come anche per chi apprezza le prose originali, scorrevoli ma dai periodi molto lunghi, che mescolano finzione e realtà, sogno e ricordo. Potrebbe essere di gradimento anche a quei lettori e lettrici che cercano storie d'amicizia non comuni, narrate in modo altamente letterario.
Deborah D'Addetta

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