Sin dal prologo capiamo che la protagonista di questa storia, Elena, detta Lellena, è una creatura «non voluta e nemmeno immaginata giacché la madre si era accorta di essere gravida poco prima del parto» (p. 11). Queste primissime righe ci catapultano immediatamente in una realtà insidiosa, in cui una figlia non è desiderata dalla sua stessa madre. Verità che non deve essere un tabù, ma che ci fa subito comprendere che la storia si sposterà su un piano narrativo delicato, fragile e intimo. Infatti la neonata è l'ottava arrivata in famiglia e la madre quasi supplica la levatrice di trovarle una sistemazione perché lei non se ne vuole occupare. La madre la considera una disgrazia, quasi da temere, dunque da disfarsene. Non vuole nemmeno darle un nome. E infatti sarà proprio la levatrice a darle quel nome, il nome di sua madre, un gesto di premura verso una bimba che per la prima volta, gentilmente, si affaccia sul mondo. Un mondo che non è fatto di tenerezza, e che è appena stato distrutto e devastato dalla guerra.
Siamo infatti a negli anni Cinquanta del Novecento in un piccolo paesino dell'entroterra sardo. La Seconda guerra mondiale è da poco terminata e la vita, a fatica, sta tornando a riprendere il suo corso. All'epoca avere una femmina in casa, se non si era benestanti, era solo un fardello, perché la femmina non portava lavoro, e a quel tempo c'era bisogno più che mai di braccia maschili che lavorassero i campi e portassero il cibo in tavola.
Dei fratelli alcuni moriranno male, di ferro o disgrazia; altri scompariranno. Uno, appena nato e senza nome, verrà buttato a morire sul fuoco del camino dal padre furente; un pezzo di carne superfluo in quel frangente. Una storia con risvolti sconosciuti perché la verità molte volte è cosa da tenere nascosta, a saperla potrebbe distruggere quanto una frana. (p. 13)
La ferocia con cui si apre il romanzo è spiazzante, ma spinge ad avventurarsi con voracità nella lettura. Il padre di Lellena è in galera, lei non l'ha mai conosciuto e ne sente parlare solo attraverso le imprecazioni della madre. Quest'ultima, Raffaellica, è una donna vinta dagli stenti, dalla fame e dalla povertà, e per tirare avanti se stessa e i suoi tanti figli, si prostituisce occasionalmente.
Crescendo Lellena sembra essere diversa dagli altri bambini, non soltanto esteticamente dai suoi fratelli, ma anche caratterialmente, perché la ragazzina non parla e sembra dissociata in un suo mondo.
Lellena è senza voce, pensano tutti che sia muta dalla nascita, forse anche sorda visto che non risponde mai alle domande e i rumori improvvisi non la fanno sussultare. Non ha niente da dire, chiedere, spiegare; a chi poi? È il motivo del suo silenzio. Le basta ciò che vede, e ciò che vede va oltre il normale vedere. Nessuno immagina che in quella mente volino corvi e colombe. Per Lellena è normalità percepire degli avvenimenti, ma in un tempo indefinito, se nel passato, presente o futuro non sa comprenderlo. (p. 17)
Nessuno si preoccupa per lei, e la ragazzina un giorno decide di marchiarsi una stella sulla fronte: quel segno indelebile diverrà letteralmente la sua croce, perché da quel gesto la sua vita cambierà per sempre. In paese si diffonde la voce che la giovane sia una sinnada, ovvero una predestinata: da temere come una strega e da lodare come una guaritrice. Lellena non ha scelto quel destino, eppure sembra non potervisi sottrarre, almeno fino a quando non incontrerà un ufficiale della marina, Gualtiero De Simone. La sola persona che per la prima volta sembra accorgersi di lei, non per le sue presunti doti, ma in quanto essere umano curioso di conoscere e scoprire il mondo.
Questa storia mi ha riportato alla mente il bellissimo romanzo di Tschingis Aimatov, Il primo maestro (Marcos y Marcos) sia per l'essere una storia di formazione fortemente evocativa, sia, seppure diversamente, per la relazione tra l'adulto e la ragazzina. In comune le due opere hanno anche la fame della conoscenza, del volersi elevare dalla propria misera condizione e del desiderio quasi proibito di ambire a un destino migliore.
Spissu Nilson rivela una conoscenza profonda del mondo e degli esseri umani, e anche quando racconta il dolore e la sofferenza o l'atrocità, lo fa sempre con estrema attenzione e delicatezza. L'intera opera porta in sé il fascino del passato, delle storie tramandate oralmente, come le leggende, i miti, ed è intrisa di realismo magico.
L'autrice, ex insegnante, ha dichiarato la sua profonda ammirazione per gli scritti di José Saramago e io trovo che questa sua stima si possa ritrovare facilmente tra le pagine, perché l'impronta strutturale dei personaggi e dell'intreccio narrato ha degli echi che riportano alla scrittura del compianto autore portoghese. Questa lettura è un gioiellino delicato, ben scritto, appassionante e scorrevole, che consiglio a chiunque abbia ancora voglia di sognare e sperare in un futuro migliore, soprattutto per le nuove generazioni.
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