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«Esiste davvero uno spazio sicuro in cui una ragazza possa crescere?»: un dialogo con Aline Bei, autrice di "Una delicata collezione di assenze", al XXXVIII Salone del libro

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Una delicata collezione di assenze
di Aline Bei
La Nuova Frontiera, febbraio 2026

Traduzione di Marta Silvetti 

pp. 288
€ 19 (cartaceo)
€ 12,99 (ebook)


Come si racconta l'assenza? Aline Bei, scrittrice brasiliana per la prima volta tradotta in italiano da Marta Silvetti per La nuova frontiera, lo fa con una scrittura tesissima, frammentaria, in cui le assenze e i silenzi si inseriscono tra gli spazi bianchi della narrazione. Una delicata collezione di assenze, romanzo con cui entra nel catalogo della casa editrice, è una storia che ammalia per le scelte stilistiche, la potente e originale voce autoriale e una trama da cui emergono segreti brutali, riflessioni, squarci. In una casa di donne, Bei racconta il corpo femminile, la solitudine, la cura, l'eredità del dolore, la violenza. La prosa dai rimandi teatrali, la narrazione quasi sempre al tempo presente, ma anche una certa similarità con il racconto, sono gli elementi di una storia sorprendente, che non fa sconti e affonda nell'oscurità.

Ho dialogato con Aline Bei e la sua traduttrice italiana in occasione del XXXVIII Salone del libro di Torino e sono rimasta affascinata dalla consapevolezza dell'autrice, dallo sguardo con cui indaga il mondo e gli dà forma attraverso la scrittura.   

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Con questo libro La Nuova Frontiera porta per la prima volta in Italia il suo lavoro. Per iniziare, le va di presentarsi ai lettori e alle lettrici per aiutarli a entrare nel suo mondo letterario e nella sua scrittura? Per esempio, che cosa alimenta la sua scrittura, quali sono se ci sono i punti saldi delle sue narrazioni?

Ho una formazione teatrale e questo ha formato sia la struttura dei miei romanzi sia il mio immaginario. Lavoro molto con uno spazio compresso, come il teatro, che è uno spazio simbolico, e con figure archetipiche: la nonna, la casa, la bambina. Per me la pagina non è uno spazio neutro, ma qualcosa che racconta una storia, proprio come fa un palcoscenico. C’è un’espressività della pagina che per me è parte integrante del progetto di scrittura. Non costruisce soltanto una dimensione spaziale del testo, ma anche ritmo, intenzione, intenzionalità. E soprattutto nelle mie storie, che parlano così tanto di silenzio, mancanza e vuoto, sento che questa dimensione plastica della pagina alimenti profondamente il mio modo di scrivere.

Vorrei fare con lei alcune riflessioni circa la forma di questo libro bellissimo e sperimentale che rifugge etichette troppo rigide. La storia di Laura e delle donne della sua vita prende corpo attraverso una voce che è intima, frammentaria, soggettiva e parziale, flusso di coscienza che pare sgorgare libero e indomabile, con i suoi paragrafi brevi, la rinuncia alle maiuscole, le descrizioni da pièce teatrale. Una forma che penso sia davvero la più adatta a raccontare questa storia di assenze, di vuoti. È così? Come è nata ed è stata plasmata questa voce?

Che bello… sono molto d’accordo con la tua interpretazione. Credo che questo intreccio, questo mosaico di generi, finisca per diventare una sorta di supporto ideale affinché queste voci fratturate possano emergere. Una base dentro cui queste voci riescono a esistere in tutta la loro forza. E sento che qui c’è anche un paradosso: si tratta di una forza fragile. Inoltre, per me questa forma è qualcosa di naturale. Non è una struttura che costruisco razionalmente o su cui lavoro a lungo in modo deliberato. Nasce piuttosto come un’intonazione naturale della mia scrittura. E a ogni libro (questo è il mio terzo) sento che questa voce si modella diversamente, per permettere l’emergere di nuove storie. Ma porta con sé anche una sorta di continuità stilistica. Per la prima volta scrivo in terza persona, eppure queste voci femminili sono da sempre molto presenti nel mio universo narrativo. Donne che portano dentro di sé perdite, traumi, e la cui esistenza è profondamente segnata da tutto questo.

Ecco, il corpo, cui accennavo prima è un elemento fondamentale di questa storia, su cui lei si sofferma in modo peculiare, un po’ come fa anche con gli oggetti nelle stanze. E il corpo cambia, assume sfumature diverse, diventa per certi versi un’altra forma di distanza-assenza, espone a nuovi pericoli e percezioni… Corpi, femminili, scrutati dallo sguardo altrui, giudicati, abusati…

Il corpo è un tema che attraversa tutta la mia scrittura, e in particolare il corpo femminile. In questo caso specifico, però, ci sono tre donne di età molto diverse che vivono nella stessa casa, e questo rende il loro modo di osservarsi reciprocamene più sinuoso, più complesso. Esiste una vicinanza, ma anche una distanza molto profonda. E questa distanza modifica il modo in cui quei corpi si percepiscono a vicenda. Se la madre di Laura fosse stata presente nella casa, forse questa differenza sarebbe stata più lineare, più immediata. Qui invece esiste uno scarto generazionale molto forte. Poiché la narrazione è affidata a una terza persona osservatrice, questa accompagna la storia insieme al lettore. E poco alla volta svela i segreti di questa famiglia attraverso le corrispondenze tra i corpi, le prossimità e le distanze tra queste donne. Le descrizioni degli spazi e dei corpi aiutano a portare in superficie una storia nascosta. Esiste una storia apparente, e ne esiste un’altra sotterranea. E queste descrizioni contribuiscono a creare un’atmosfera di straniamento dentro ciò che è familiare. C’è poi anche il fatto che Laura sta attraversando il passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Nel proprio corpo percepisce cambiamenti che ancora non riesce a comprendere fino in fondo. Ma allo stesso tempo la nonna è completamente assorbita dalla cura della bisnonna e non riesce ad aiutarla ad affrontare queste trasformazioni. Così Laura attraversa tutto questo in uno stato di profonda solitudine.

È anche una storia sul crescere, sul diventare adulti. In un certo senso, metaforicamente diciamo, la fuga di Laura e l’abbandono della casa dove è cresciuta possiamo considerarla anche come il varcare la soglia della vita adulta, lasciandosi dietro l’infanzia?

Trovo questa interpretazione molto bella. Sì, nel romanzo esiste sicuramente un percorso di formazione. Ma allo stesso tempo forse esiste anche un percorso di “deformazione”. Come se fosse il rovescio di un classico romanzo di formazione. Perché il libro pone una domanda fondamentale: esiste davvero uno spazio sicuro in cui una ragazza possa crescere? È possibile crescere in libertà? Il corpo femminile sembra appartenere costantemente allo sguardo degli altri. Ed è proprio su questo aspetto che il romanzo si interroga costantemente. Laura si chiede, dopo ciò che accade, se riuscirà mai più a disegnare in modo spontaneo, rilassato. Se riuscirà a tornare a vivere il proprio corpo senza paura. E in questo senso il romanzo parla molto di interruzione di un percorso.

Vorrei chiudere con una domanda che faccio spesso agli scrittori e alle scrittrici. Che cos’è la scrittura per lei? E che tipo di lettrice è? Il suo modo di leggere è cambiato da quando è diventata scrittrice?

Per me, la scrittura è l’arte che meglio si adatta al mio repertorio e al mio temperamento. Quello che trovo più bello nella scrittura è questo movimento progressivo di avvicinamento a un’immagine. Riscrivo molto. E a ogni riscrittura sento che è come se mi avvicinassi un po’ di più a ciò che voglio raggiungere. Come una sorta di scavo, come se scavassi sempre più a fondo fino ad arrivare più vicino all’immagine che cerco. E c’è anche un immenso piacere nel lavorare con la lingua portoghese. La musicalità della lingua mi dà molto piacere. Quello che è cambiato di più nel mio modo di leggere è la possibilità di comprendere più profondamente la scrittura di ogni autore. Sento una maggiore complicità con chi scrive. Non solo con la storia o con i personaggi. Ma allo stesso tempo percepisco anche una perdita di ingenuità: è come se ora mi trovassi non soltanto davanti alla scena, ma anche dietro le quinte, dentro il meccanismo della scrittura. È in un certo senso una perdita… ma ne vale la pena. 


A chiusura se mi è permesso vorrei rivolgere una domanda alla traduttrice: confrontarsi con questo testo deve essere stato tutt’altro che facile, le va di raccontarci qualcosa, che cosa ha rappresentato la sfida maggiore? Dal suo punto di vista, così profondamente dentro al testo, qual è la forza di Una delicata collezione di assenze?

Sì, è stato difficile. In realtà, è proprio l’atteggiamento che bisogna tenere quando si traduce che è difficile, perché è un atteggiamento di dubbio, di allerta continua e, allo stesso tempo, è un processo decisionale costante. E poi il traduttore è chiamato a fare in realtà qualcosa di potenzialmente impossibile, perché si traduce un testo ma si traduce anche un intero universo che sottende a quel testo, con tutti i suoi non detti, le sue pratiche condivise e date per scontate, il suo sistema di valori e di simboli ecc… Chiaramente ogni libro ha le sue difficoltà specifiche e nel caso di questo testo sono state duplici: da un lato, è un romanzo che gioca molto sull’ambiguità, sui non detti. Quindi si è trattato in alcuni casi di tradurre l’invisibile. E questa è una sfida sia sul piano dell’interpretazione che della resa, perché prima di prendere qualsiasi decisione bisogna sviscerare a fondo questa ambiguità, essere sicuri cogliere la sfumatura giusta e, allo stesso tempo evitare di sovrinterpretare. In questo processo io credo sia fondamentale il contatto con l’autore, e Aline è stata preziosissima. Le sarò per sempre grata per la cura e la generosità delle sue risposte ai miei dubbi. L’altra difficoltà è dovuta alla presenza di una rete fittissima di rimandi e corrispondenze, di cui ci si accorge pienamente solo dopo tante riletture. Quindi un fitto repertorio simbolico che torna sotto varie forme. E la sfida, qui, è stata tenere sotto controllo le occorrenze delle parole e delle espressioni cariche di simbolismo che appaiono nel corso del testo. Credo di aver stilato decine liste, proprio per individuarle e tenerne traccia. Si tratta tra l’altro di parole apparentemente innocue, comuni, che assumono invece un ruolo fondamentale nell’ecosistema del testo: penso a tutte le parole che hanno a che fare con la vista, ad esempio, con lo sguardo, con l’occhio (l’occhio rivolto al futuro di Margarida), a tutte le parole che hanno a che vedere con il teatro, al mettere in scena, all’inscenare; a tutte le parole che hanno a che vedere con il nascondere e il mostrare, con il segreto e la rivelazione. Secondo me la forza del romanzo risiede nella sua originalità. La prima volta che l’ho letto ho avuto la sensazione di aver abitato uno spazio dove non ero mai stata prima e di aver visto da lì le cose da un punto di vista totalmente nuovo. E poi nella sua natura dirompente. Fa quello che dovrebbe fare un buon libro: essere “un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi”, per scomodare Kafka, ovvero costringerci a esplorare l’ignoto, a guardare dove nessuno vuole guardare, a sondare la parte più oscura dell’animo umano.

Intervista e foto a cura di Debora Lambruschini. Si ringraziano l'autrice Aline Bei, la traduttrice che ci ha fatto anche da interprete Marta Silvetti e la casa editrice La nuova frontiera per la disponibilità