I ciliegi fioriscono anche di notte, il romanzo di Garance Solveg che sta ottenendo grande successo in Francia e che Astoria ha da poco pubblicato in Italia nell’elegante traduzione di Claudine Turla, è un’opera strutturata su un potente intreccio di Storia, politica e relazioni familiari. Fin dalle prime pagine racconta eventi di profonda drammaticità: il Prologo e dal Primo capitolo, concepiti come una sorta di doppio incipit, ci introducono già in un clima di intensa sofferenza, prima pubblica e poi privata. Più che una semplice apertura, queste sezioni costituiscono una vera e propria “dichiarazione d’intenti narrativi”. Il Prologo infatti mostra con forza la dimensione collettiva della tragedia: la Storia irrompe sulla scena mostrando il suo volto più violento e disumano, e il lettore viene posto immediatamente di fronte alle conseguenze delle scelte politiche e militari che segnano il Novecento asiatico.
La ragazza si concentra sul camion dove lei e i suoi compagni di sventura sono stati ammassati. È passata più di un’ora da quando hanno lasciato Harbin. Verso quale terribile destinazione sono diretti? (p. 9)
Il Primo capitolo opera invece un brusco restringimento di prospettiva. Dalla tragedia pubblica si passa a quella familiare e personale:
A lungo ho sognato di rivedere mia sorella […] Non avrei mai pensato di rivederla nel reparto di ematologia dell’ospedale centrale di Kyoto, aprendo la porta del mio studio per invitare il primo paziente della giornata a entrare. (p. 12)
Il romanzo, dunque, fonde in uguale misura macrostoria e microstoria, passato e presente. In ciascuna di queste dimensioni opera una diversa protagonista: la grande storia del Novecento, a partire dall’occupazione giapponese della Manciuria negli anni Trenta, costituisce il contesto in cui si svolge la vicenda di Hiromi, mentre il Giappone degli anni Novanta fa da sfondo a quella di Yuna.
Hiromi è una donna appassionata e idealista, una brillante giornalista — anche di guerra —, fervente sostenitrice della supremazia nipponica e animata dalla convinzione che sia possibile instaurare una pacifica convivenza tra conquistatori e conquistati.
Mentendo sulla propria età, era stata assunta da una rivista femminista che mirava ad aiutare le donne ad affrancarsi dal modello soffocante della brava moglie e dell’attenta madre di famiglia. (p. 53)
Yuna, dal canto suo, è una stimata ematologa, profondamente dedita alla professione, che nel corso della carriera ha ottenuto importanti risultati scientifici e prestigiosi riconoscimenti (benché la sua vita privata non possa essere considerata altrettanto felice).
In mano ha una copia dell’Asahi Shimbun, uno dei principali quotidiani del Giappone. C’è una mia fotografia scattata nel mio studio in ospedale. "Il 15 giugno la dottoressa Yuna Takeshi riceverà, in presenza delle Loro Maestà l’imperatore e l’imperatrice, il Premio dell’Accademia del Giappone per il suo lavoro sui trapianti di midollo osseo". (p. 60)
Nonostante la distanza temporale, il filo rosso che unisce le esistenze delle protagoniste è la figura di Hajime Takeshi, celebre medico militare, marito di Hiromi e padre di Yuna, nata dal suo secondo matrimonio. I due filoni narrativi procedono in parallelo non soltanto per la presenza di questo determinante personaggio e per l’ordinata alternanza dei capitoli e dei rispettivi punti di vista, ma soprattutto per le sorprendenti analogie che legano le esperienze delle protagoniste. Entrambe, infatti, dopo aver affrontato una serie di eventi traumatici, compiono un percorso che le conduce dall’inconsapevolezza alla piena coscienza. In una prima fase in esse prevalgono la fiducia mal riposta e l’adesione a ideali che sembrano indiscutibili; successivamente, però, le certezze si incrinano e lasciano spazio a una comprensione più profonda e dolorosa della realtà. Da questo punto di vista il romanzo assume quasi i tratti di un thriller: passato e presente si rivelano gradualmente, attraverso una fitta trama di scoperte, rivelazioni e colpi di scena che mantengono costante la tensione narrativa.
Al di là dell’efficacia della struttura e della contaminazione tra generi letterari diversi, il romanzo di Solveg ha il merito di portare il lettore a confrontarsi con una pagina della storia spesso meno esplorata dalla letteratura occidentale: quella delle complesse relazioni tra i popoli dell’Asia orientale e della brutale egemonia esercitata dal Giappone sui Paesi vicini, dagli anni Trenta fino alla conclusione della Seconda guerra mondiale. Non sorprende, dunque, che uno dei temi centrali dell’opera sia la tutela della memoria storica, intesa come strumento indispensabile per impedire che gli errori e gli orrori del passato possano ripetersi («Il passato non poteva, non doveva essere dimenticato», p. 363).
I ciliegi fioriscono anche di notte è anche un romanzo intimamente privato, che racconta la storia tormentata di una famiglia segnata da segreti, amori e tradimenti («I miei genitori ci hanno mentito per tutta la vita, sia ad Ama che a me», p. 69). Nei rapporti tra i personaggi, i legami affettivi possono assumere forme ambigue e distruttive, fino a diventare velenosi e persino mortali; eppure sono proprio quei legami, talvolta indipendenti dai vincoli di sangue, a dimostrare una forza capace di attraversare il tempo, di resistere alle ferite della storia e di unire generazioni lontane. Infatti, l’autrice non rinuncia alla prospettiva di una rinascita, di un riscatto dal dolore. Lo suggerisce il titolo: nella cultura giapponese il ciliegio simboleggia la bellezza effimera dell’esistenza e la sua inevitabile transitorietà; l’idea che possa «fiorire anche di notte» evoca invece l'eventualità che la memoria, la verità e l'amore possano sopravvivere anche nei momenti più bui.
Elide Stagnetti

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