“Il Treno di Mezzanotte non ha binari. Non mentre viaggia. Ed è questa la cosa più strabiliante. Si dirige dove hai bisogno di andare, in qualunque momento tu desideri. Il tempo non è sempre uguale. Non procede con un andamento regolare”. (p. 77)
Un viaggio di nozze a Venezia è quanto di più romantico possa aprire un romanzo, eppure Matt Haig inserisce subito qualche riferimento perturbante: Wilbur Budd, il protagonista, percepisce dapprima un bisbiglio gelido all'orecchio e poi intravede un giovane uomo uguale identico a lui, vestito allo stesso modo, e questo lo turba. Non ne parla alla moglie Maggie, che si è accorta del suo turbamento, ma le percezioni strane non smettono: poco dopo avverte appena il suono di un treno che parte e si allontana dalla stazione. Per capire di cosa si tratti e se Wilbur abbia avuto delle allucinazioni, è bene attendere.
Sì, perché il Treno esiste, ed è il Treno di Mezzanotte, che cinquantadue anni dopo andrà a prendere Wilbur ormai anziano, morto da solo nella sua enorme casa. Cosa è successo a lui e a Maggie? Perché non sono più insieme? Un primo accenno di spiegazione arriva da una lettera che Wilbur, già sofferente, rilegge prima di morire. Se tutto questo vi può sembrare straziante, sappiate che questi fatti non occupano che una ventina di pagine; la morte di Wilbur dà il via a una svolta narrativa verso il romanzo fantastico e filosofico.
Wilbur, in versione Fantasma, viene infatti prelevato dal Treno di Mezzanotte, che è una vettura speciale che lo condurrà a rivivere le tappe fondamentali della sua vita; a fargli da guida, presente in ogni viaggio nell'aldilà che si rispetti, c'è una donna, Agnes, titolare della libreria dove ha iniziato a lavorare Wilbur da ragazzo. Una donna importante per lui, di grande saggezza, che ha saputo intravvedere in Wilbur potenzialità e che gli ha dato fiducia. Agnes-guida gli spiega che è stata inviata per accompagnarlo in questo suo viaggio; per ogni tappa, Wilbur deve scendere dal treno, riviverla e ripartire appena sentirà il suono del treno in avvicinamento. Non può quindi fermarsi più a lungo, né decidere di saltare una tappa sgradita:
“Vorrei che rallentasse” biascicò il Fantasma rivolto ad Agnes, che nel frattempo era riapparsa. “I momenti più belli scivolano via così in fretta... e poi arrivano gli altri”.“Non è questione di bello o brutto, vecchio mio. Lo sai benissimo anche tu. Si tratta di ciò che il ricordo ti suggerisce sia importante, così che alla fine tu possa arrivare a dire Allora ecco chi ero. È esattamente su questo che ti soffermi. È a questo che servono le stazioni. Tutte insieme, vanno a formare la mappa di ciò che sei”. (p. 202)
Se tutto andrà bene, Wilbur avrà in cambio l'eternità, ma deve seguire le regole e non sottrarsi a rivivere anche momenti strazianti della sua vita, accanto ad altri bellissimi, come l'amore per Maggie e la sua contemplazione:
Era una delle cose di lei che Wilbur amava di più. Quel suo modo di farti sentire a tuo agio anche nei momenti imbarazzanti. Il suo modo di avere cura degli altri.Maggie era sempre stata quel genere di persona. Quella sempre in sintonia col mondo. Consapevole che tutto diventava molto più semplice se si aveva cura delle persone. Rendeva la vita più autentica. (p. 88)
Wilbur rivive, insomma, tutti gli eventi che hanno concorso a trasformarlo in ciò che è diventato. «Forse era così per tutti i fantasmi. Morti che contemplano il loro passato» (p. 48), riflette Wilbur. Ma contemplare può essere abbastanza? Quando soprattutto si sa già che una determinata scelta avrebbe portato a conseguenze terribili e a errori molto gravi? Essere testimoni silenziosi – fantasmi, per l'appunto – del proprio passato e non poter far niente è un esercizio di pazienza e un tormento necessario, pieno di pentimenti alternati a momenti di commozione.
Con una narrazione molto ritmata, qualche volta addirittura sincopata, perché è Matt Haig a decidere la lunghezza delle tappe per il suo protagonista, ricostruiamo a poco a poco la vita di Wilbur Budd, un uomo che si è fatto dal niente e sembrerebbe l'incarnazione del successo, ma anche una persona molto sola, che ha perso di vista le vere priorità.
Come già nella Biblioteca di mezzanotte, Matt Haig si sofferma su quel crinale sottilissimo e per noi misteriosissimo tra vita e morte, mettendo in piedi con un buon grado di inventività una storia dai risvolti scopertamente filosofici. Possiamo dire che il Treno di mezzanotte è una grande storia d'amore, certo, ma è anche la vicenda di un uomo che si accorge – troppo tardi – di aver sbagliato tutto, di aver speso il proprio tempo alla ricerca dell'autoaffermazione, perdendo però di vista gli affetti e, in generale, la sua umanità. C'è un che di fiabesco in questo, e non deve neanche turbarvi l'idea di incontrare qualche passaggio un po' didascalico. Questo non toglie però al romanzo una sua piacevolezza, che può accompagnarci in un viaggio anche dentro di noi, forse – chissà – portandoci a farci qualche domanda sulle nostre priorità.
GMGhioni

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