in

"La strada per i cuori teneri": il viaggio malinconico e ironico di PJ Halliday

- -


La strada per i cuori teneri
di Annie Hartnett
Bompiani, gennaio 2026
 
pp. 352
€ 21,00 (cartaceo)
€ 9,99 (e-book)

«Mio padre diceva sempre che una persona ha bisogno di tre cose per essere felice: qualcosa da fare; qualcuno da amare; e qualcosa di bello all’orizzonte». (p. 169)

Negli ultimi anni la narrativa contemporanea sembra aver trovato nuova linfa nelle avventure di protagonisti avanti con l’età. Ne sono esempio Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve di Jonas Jonasson (Bompiani, 2009), Una domenica di Fabio Geda (Einaudi, 2019) o, tra gli ultimi usciti, Casa, dolce casa di Andrea Kerbaker (Guanda, 2025). È una tendenza che funziona, a patto che figure come PJ Halliday risultino così spassose e umanissime.

In questo romanzo di Annie Hartnett, La strada per i cuori teneri (Bompiani), PJ è un sessantatreenne eccentrico, sopravvissuto a tre infarti, che non ha mai viaggiato. Dopo aver vinto un milione e mezzo alla lotteria, ne ha speso gran parte per migliorare la sua città e aiutare amici e sconosciuti, ritrovandosi con appena ventimila dollari. Dopo la morte della figlia maggiore Kate – evento che ha incrinato il matrimonio ma non l’amicizia con l’ex moglie Ivy, oggi legata al suo migliore amico Fred – PJ vive sospeso tra generosità impulsiva e dipendenza dall’alcol.

L’innesco narrativo ricorda per certi aspetti L’imprevedibile viaggio di Harold Fry: anche qui un lutto riattiva il passato e mette in moto un viaggio. Ma mentre il protagonista di Rachel Joyce parte dopo aver ricevuto una lettera, PJ scopre da un necrologio la morte di un vecchio compagno di scuola, marito di Michele Cobb, il suo primo amore mai dimenticato. Decide quindi di raggiungerla in Arizona per dichiararle i suoi sentimenti. Poiché detesta volare, intraprende un on the road costellato di imprevisti, accompagnato dalla figlia Sophie, da un gatto capace di percepire l’approssimarsi della morte e da due fratellini, Luna e Ollie, affidati a lui dopo la perdita dei genitori.

Lo stile adottato da Hartnett funziona fin dalle prime pagine. L’apertura dedicata al gatto rosso Pancakes crea un immediato legame emotivo e introduce uno dei fili conduttori del romanzo: l’animale sembra affezionarsi a chi si avvicina alla fine, diventando una presenza silenziosa ma significativa. Non è casuale che sul finale gli venga affidata una delle riflessioni più riuscite del libro: «La morte è un’invenzione magnifica, il gatto l’aveva capito, perché è la precarietà a fare la vita così bella» (p. 338). L’autrice costruisce dapprima il microcosmo di Pondville e dei suoi abitanti, per poi intrecciare la vicenda con la tragedia della famiglia Meeklin. Ciò che distingue la sua scrittura è la capacità di trattare materiali dolorosi con un’ironia naturale. Il risultato è un romanzo estremamente godibile, sostenuto da una prosa leggera e precisa, che evita ogni compiacimento melodrammatico. Nei ringraziamenti Hartnett dichiara di aver voluto trasformare le proprie insicurezze di madre e di persona in un libro il più possibile divertente: una sfida pienamente riuscita.

I temi attraversati sono numerosi: la morte, osservata con un sorriso disarmante; il lutto per la perdita di Kate; la malattia e la fortuna; la responsabilità verso i figli e i bambini; l’amore per gli animali; la necessità di mantenere forza d’animo nelle difficoltà. Affiora anche, in modo laterale, la violenza domestica nella storia di Roy e Regina. Accanto a questi nuclei, Hartnett dissemina riflessioni sulla fraternità, intesa come primo terreno di addestramento alla vita.

La strada percorsa da PJ Halliday è insieme geografica ed emotiva. Attraverso incontri improbabili, perdite e momenti di tenerezza, il romanzo mostra come la fragilità e l’assurdo possano convivere con una sorprendente vitalità. Hartnett firma una storia malinconica e luminosa, capace di parlare della fine senza gravità e della vita senza retorica. Un equilibrio raro, che rende il viaggio di PJ non solo divertente, ma anche profondamente umano, con un impianto narrativo che sembra già cinematografico.

«Grazie per avermi accompagnato, Sophie,» disse, voltandosi verso sua figlia. «Per me è stato importante».
«Figurati, papà,» rispose lei. «È stata davvero un’avventura». (p. 311)

Leonardo D'Isanto