Amras
di Thomas Bernhard
Adelphi, febbraio 2026
Traduzione di Magda Olivetti
pp. 104
€ 12 (cartaceo)
€ 7,99 (e-book)
Allora prendevamo coscienza di essere due doppie immagini speculari dell'universo... Apparizioni celesti, riflessi infernali... Lo sconvolgimento simultaneo delle atmosfere nei mari e nei deserti... spesso raggiungevamo tali altezze nella contemplazione delle stelle da avere i brividi, noi stessi acqua e roccia... con il vantaggio della mortalità, quando eravamo in ascolto e perciò capivamo... sentivamo e capivamo... osservavamo... [...] (p. 33)
Di Thomas Bernhard, scrittore e drammaturgo austriaco, avevo già letto Gelo, edito sempre da Adelphi che ha nel suo catalogo moltissimi suoi testi. Esordivo dicendo che non era un romanzo semplice da leggere, e dopo aver affrontato anche Amras, confermo la mia impressione: Bernhard è uno scrittore ostico, difficile, da contemplazione e riflessione più che da lettura scanzonata per un pomeriggio di noia. Di sicuro, ecco - per sdrammatizzare - non è un autore che si affronta per superare il blocco del lettore.
In questo caso abbiamo un racconto lungo, scritto in prima persona dal punto di vista di K., mai nominato per intero, uno dei due fratelli protagonisti di questa tragedia: lui e Walter, il fratello malato, si isolano nella torre di Amras dopo il suicidio dei genitori, suicidio sofferto non per il gesto in sé, già estremo, ma per la mancata conclusione dell'atto che prevedeva la morte di tutta la famiglia in contemporanea, anche dei due fratelli.
Una morte che era stata concertata nei minimi dettagli: i due genitori e i due fratelli avrebbero dovuto assumere una montagna di pasticche e morire nel sonno. Dico avrebbero perché i genitori sono riusciti nell'intento e i due fratelli - K. e Walter - no. Questa sopravvivenza forzata, che il testo non spiega - non ci dice perché le pillole hanno fatto il loro dovere sui genitori e su loro sono state inefficaci - è l'origine del lungo soliloquio di K. che si domanda perché mai sono costretti a vivere quando tutto ciò che desideravano era morire con la madre e il padre.
[...] ci meravigliavamo di essere ancora vivi... di esistere ancora, di avere di nuovo il coraggio di esistere, di non essere stati allontanati dal mondo, eliminati insieme ai nostri genitori... di non avere ancora iniziato una trasformazione... Eravamo pronti a morire... avevamo confidato ciecamente nel giudizio dei nostri genitori, ubbidito a nostro padre... Ci sentivamo già sicuri della nostra morte... ma non ci era stato permesso di morire... (p. 34)
Dapprima il racconto non chiarisce i motivi di questo desiderio spaventoso: il lettore si domanda cosa possa aver causato un'idea del genere, quali catastrofi siano alla radice. Sicuramente qualcosa di terribile, di irreparabile che solo la morte può sistemare, cancellare.
Dunque K. e Walter sopravvivono per uno scherzo del destino: il loro zio, fratello della madre, li protegge dalla chiacchiere e dalle indiscrezioni (fanno parte di una ricca famiglia del Tirolo) chiudendoli nella torre di Amras, che dà il titolo al testo, lasciandoli così da soli, alle prese con incubi, pensieri distruttivi, monologhi folli e propositi omicidi. Tutto il racconto, narrato dalla voce allucinata di K. prevede lettere, aforismi, lunghe conversazioni con se stesso: il luogo dove si trovano è spettrale, ostile, buio; sono alla mercé degli elementi, del freddo, dell'oscurità, della natura intorno che, nonostante la loro tragedia, continua a vivere.
Già la torre, per genetica, per struttura, crea il setting per la disperazione dei due fratelli: sopravvissuti loro malgrado, isolati dal mondo, costretti a fare i conti con la propria mente disturbata, vengono a far i conti con un altro spettro, la malattia di Walter, l'epilessia. Questo dettaglio comincia a chiarire alcuni dubbi, e col passare del tempo, K. inizia a raccontare i motivi che hanno spinto la famiglia a indursi al suicidio.
Ho passato la vita cercando di liberarmi di me stesso e di Walter, della nostra famiglia, delle innumerevoli generazioni della nostra famiglia, cercando di liberarmene con le astuzie del corpo e della mente, invano... passando sempre da uno stato di caos all'altro... da sempre condannato a spegnermi insieme alle malattie mortali del Tirolo, alle malattie mortali della nostra famiglia... ed è così che anche Walter si è spento per via delle tante malattie mortali del Tirolo, delle malattie mortali delle nostre famiglie... per Walter è sempre stato un doppio tormento, doppia energia, doppio retaggio, eccesso, doppia causa di morte... tutti e due, per tutta la vita, siamo sempre stati orribilmente svantaggiati... costretti sempre a ubbidire alla natura che era in noi... (p. 67)
Dunque K., che sembra il membro più "sano" di questa famiglia marcia, è costretto non solo a fare i conti con la sua mancata morte, ma anche con la malattia di Walter. L'epilessia sembra la matrice di tutti i mali, l'origine di ogni disastro famigliare. Per disperazione, comincia a uscire dalla torre per recarsi al circo e anche lì, sopraffatto dai colori, dai rumori, dalle sensazioni, scriverà brevi lettere allo psichiatra Hollhof per raccontargli quello che prova. L'immagine che passa al lettore è quella di un ragazzo poco più che ventenne già devastato, irrecuperabile, segnato fin dalla nascita da un destino avverso.
In questo suoi monologhi sconclusionati e pazzi, mi ha molto ricordato Gelo, che menzionavo prima, ma anche Follia di McGrath. Vero è che il racconto spiega i motivi per quel suicidio, ma K. stesso ammette che tutti loro, a prescindere dalle circostanze avverse della vita, sono sempre stati depressi, come se fosse una macchia genetica, una connotazione caratteriale insita nel loro dna.
E dunque, in cento pagine e poco più, il lettore fa esperienza profonda di ciò che la depressione è e comporta in una giovane mente, abituata fin dall'infanzia a temere il mondo. Come dicevo, un testo difficile, molto doloroso, da affrontare magari con un approccio aperto e indulgente.
Deborah D'Addetta

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