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Confini di Classe
di Lea Ypi
Feltrinelli, maggio 2025
Traduzione di Eleonora Marchiafava
pp. 73
€ 10 (cartaceo)
€ 6,99 (ebook)
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Nella primavera del 2016 trovammo di fronte alla porta del nostro appartamento di Southcombe Street, situato a metà strada tra Hammersmith e High Street Kensington, una pila di strani volantini. Erano stampati da un solo lato e contenevano una irrealistica cartina in cui la Gran Bretagna era collegata alla Siria e alla Turchia da enormi frecce circolari che simboleggiavano il libero movimento di persone dentro e fuori dal paese. Il messaggio non poteva essere più chiaro: rimanere nell’UE significava spostare a est i confini della nazione. Chiaro, quanto falso e ridicolo.
I messaggi menzogneri con cui UKIP (il partito euroscettico di Nigel Farage) aveva promosso la campagna a sostegno della Brexit aprono anche il secondo capitolo di Confini di classe. Disuguaglianze, migrazione e cittadinanza nello stato capitalista, il breve saggio di Lea Ypi che nel 2025 ha inaugurato la collana «idee» di Feltrinelli. Più nello specifico, in quelle pagine si fa riferimento a uno dei poster intitolati «Breaking Point» che avevano ottenuto molta visibilità nel Regno Unito: mostravano una moltitudine di rifugiate e rifugiati, accalcati al confine tra Slovenia e Croazia e sottolineavano quanto riprendere il controllo delle frontiere fosse fondamentale per evitare un’invasione. Sia nel caso dei volantini che dei manifesti, si trattava di associazioni platealmente assurde e surreali. Eppure, sappiamo tutti come andò a finire. E sappiamo anche quanto la fobia dell’immigrazione abbia condizionato il discorso pubblico degli ultimi dieci anni, favorendo l’ascesa di movimenti e partiti di estrema destra e fomentando programmi politici apertamente xenofobi e razzisti – come quello sulla remigrazione, di cui in Italia il generale Roberto Vannacci è tra i maggiori promotori.
In Confini di classe – che propone in forma ri-editata tre articoli accademici usciti tra il 2018 e il 2022, con la traduzione di Eleonora Marchiafava – Lea Ypi, che insegna filosofia politica alla London School of Economics, prova a decostruire il dibattito critico su questo tema così cruciale, per metterne a nudo i principali errori metodologici e concettuali. Il più importante di questi è il non aver compreso – e questo vale tanto per i detrattori che per i sostenitori della libertà di movimento – che il problema non è di natura identitaria e geografica ma politica e strutturale: al cuore della questione non c’è lo scontro culturale tra nativi e immigrati, ma la deriva del modello tardocapitalista stesso che produce disuguaglianza e favorisce lo scontro tra meno abbienti per l’accesso ai beni che dovrebbero essere essenziali. In questo senso, spogliata della sua retorica massimalista e generalista, quello sull’immigrazione e sulla cittadinanza è la manifestazione di un conflitto di classe molto più ampio e generalizzato e che dunque richiederebbe soluzioni e interventi da parte delle istituzioni che vanno ben al di là della regolazione dei flussi e del controllo delle frontiere.
Partendo da questo punto, Lea Ypi mette in chiaro come, nel sistema socio-economico odierno, il diritto alla cittadinanza sia concepito come un fatto individuale e non collettivo mercificandola e trasformandola in uno strumento di esclusione. In primo luogo, essa è soggetta a criteri di accettazione del tutto sbilanciati: nel processo di integrazione a due velocità applicato da quasi tutti gli stati, gli ostacoli all’acquisizione dei diritti civili vengono eliminati per chi dispone di mezzi economici adeguati – nel saggio si propone l’esempio eclatante del golden visa –, mentre rimangono spesso insormontabili per tutti gli altri. Tale modus operandi smantella l’impianto democratico dello stato in favore di principi oligarchici che applicano regole e standard diversi e producono disparità anche all’interno delle stesse categorie sociali: se tutti gli immigrati dovrebbero essere uguali de jure, alcuni sono de facto più uguali degli altri e quindi i milionari di qualsiasi provenienza avranno molte meno probabilità di vedersi negato un permesso di soggiorno o un passaporto rispetto ai richiedenti asilo e rifugiati più poveri.
In secondo luogo, in un contesto simile anche le pretese apparentemente legittime, come il filtro di test linguistici e di conoscenza storico-culturale per verificare il livello di adattamento al paese di arrivo, reiterano le istanze conservatrici a leggere la cultura di un paese come elemento fisso e immutabile, depoliticizzando il conflitto e neutralizzando il suo potenziale trasformativo. Tali barriere – come Karl Marx denunciava già in una lettera del 1870 a proposito dell’insofferenza provata dagli operai inglesi verso quelli di origine irlandese –, finiscono quindi per creare un ulteriore strumento di esclusione che indebolisce sia la posizione dei lavoratori nativi che di quelli stranieri, consentendo alle élite di mantenere i propri privilegi e di assicurarsi una forza lavoro sottopagata e sottorappresentata.
L’appello che Lea Ypi fa alle forze politiche d'oggi, ma in particolar modo a quelle progressiste, è di abbandonare sia l'approccio multiculturalista che sovranazionalista alla questione migratoria – eticamente più sostenibili ma comunque sterili a livello pratico. Concentrarsi invece sull'aspetto cruciale della lotta e delle differenze di classe, pur con il rischio di qualche sconfitta nel breve periodo, porterebbe al raggiungimento, a lungo andare, di un duplice obiettivo: da un lato, riporterebbe il discorso su un piano pragmatico ed economico, indebolendo gli argomenti delle destre e dei populismi anti-immigrazione e mostrando come la questione migratoria venga utilizzata per distogliere l'attenzione dal fallimento dello stato di garantire diritti e un accesso più equo alle risorse; dall’altro, promuovere la solidarietà transnazionale tra le classi lavoratrici a basso reddito, per mettere finalmente in discussione le asimmetrie economiche connaturate al capitalismo globale che sono la reale causa di sofferenza, instabilità e frustrazione del mondo contemporaneo.
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