Se non avete ancora letto Ron Rash chiudete subito questo approfondimento, correte in libreria, procuratevi uno dei suoi libri pubblicati in Italia da La nuova frontiera – e state certi che dopo il primo tornerete ad acquistare gli altri – e non ve ne pentirete. Dopo, casomai, tornate qui, per riflettere su questo scrittore straordinario che da qualche anno mi ha stregato come non succedeva da tempo e che non passa giorno io non consigli caldamente a qualche lettore. La ragione è piuttosto semplice: la scrittura, sempre la scrittura. Il modo in cui Rash – e nella versione italiana il lavoro di traduzione operato da Valentina Davide in questa recente pubblicazione e da Tommaso Pincio negli altri romanzi è notevole – fonde le parole con la storia che deve raccontare, la musicalità, la polifonia del testo, il sistema di immagini di volta in volta scelto per aderire alla narrazione, tutto questo riesce a creare un incantesimo con cui inchiodare il lettore alla pagina. La scrittura letteraria permette all’autore di travalicare i generi, muovendosi tra romanzo, thriller e, come nel caso di Serena l’ultimo romanzo portato in Italia dall’editore, la narrazione di frontiera, dando forma a un’epica popolata di uomini e donne che si fondono con il paesaggio entro cui si muovono, ne vengono permeati, il loro sguardo e il loro sentire a propria volta influenzato da quelle montagne, gli Appalachi. Ora più sottile ora più evidente, l’eco shakespeariana attraversa le narrazioni di Rash, un fil rouge che va dal primo folgorante romanzo pubblicato da La nuova frontiera nel 2021, Un piede in paradiso, fino a Serena, con la sua protagonista, moderna Lady McBeth, crudele, brutale, ammaliante.
Uscito negli Stati Uniti nel 2008, Serena era apparso in italiano la prima volta nel 2014 per Salani, con il titolo Una folle passione (e la copertina che richiamava il film che ne era stato tratto, con Jennifer Lawrence e Bradley Cooper), nella stessa traduzione di Valentina Daniele qui mantenuta. La nuova frontiera dunque prosegue il lavoro di riscoperta e di cura nei confronti di un autore che, similmente a quanto accaduto con Jane Smiley solo di recente si è consolidato nel panorama letterario nostrano e le sue opere, tradotte da Pincio e Daniele, hanno incontrato il crescente consenso di critica e pubblico, forte probabilmente anche di un rinnovato interesse per la narrativa rurale. Spostandosi dai grandi centri urbani, la letteratura statunitense degli ultimi anni è tornata a raccontare le complessità e le contraddizioni di una società in continuo mutamento, abbandonando l’idillio moraleggiante di certe scritture di campagna per dare spazio ora alle solitudini, ora alla brutalità, ora al cambiamento e a ciò che comporta, tra le grandi pianure, le valli tra gli Appalachi, l’Ovest, le piccole comunità rurali. I romanzi di Rash si fondano su una tradizione che l’autore accoglie ma è capace di rinnovare, sia quando ambienta le sue storie nel mondo contemporaneo sia quando, come in quest’ultimo caso, sceglie di tornare indietro, per la precisione al 1929 e alla Grande Depressione, che pure non coinvolge troppo da vicino i protagonisti della vicenda e la storia. L’incipit porta già in sé il seme di quello che verrà, i perni di un romanzo brutale, violento, struggente:
Quando Pemberton tornò sulle montagne del Nord Carolina dopo tre mesi passati a Boston a sistemare la proprietà di suo padre, tra le persone in attesa sulla banchina alla stazione c’era una giovane donna, incinta di suo figlio. Era accompagnata dal padre, che sotto la finanziera lisa portava un coltello da caccia, affilato con grande cura quella mattina stessa perché penetrasse più a fondo possibile nel cuore di Pemberton. (incipit, p. 13)
Pemberton scende dal treno e non è solo: con lui la neo sposa, Serena. Lo scontro con il padre di Rachel, la ragazza che pochi mesi prima ha messo incinta, si conclude con l’uccisione dell’uomo venuto a vendicare l’onore della figlia. In quella prima, cruciale scena, si fonda in un certo senso il romanzo tutto: il carico di violenza e brutalità che lo attraversa, le ambiguità del personaggio di Serena, l’intreccio di destini che porteranno alla rovina, il peccato, la colpa, la paternità, l’ambizione, la spregiudicatezza. I neosposi sono pronti a lasciarsi alle spalle il breve periodo cittadino per prendere pienamente possesso della loro vita insieme in quella valle del Nord Carolina e costruire un impero attraverso la società di legname con cui Pemberton sta modificando la geografia del posto, abbattendo un albero dopo l’altro. La gestione spregiudicata degli affari, l’ambizione e la sete di denaro si scontrano con i nuovi piani del governo che, sostenuti da una ristretta cerchia di uomini facoltosi e potenti, vorrebbero fermare la distruzione del territorio e istituire i primi parchi nazionali, convincendo i proprietari a cedere le loro terre. Pemberton e i suoi sono, naturalmente, di tutt’altro avviso e tra corruzione e violenza portano avanti la loro opera; laddove quegli uomini vedono una risorsa naturale da preservare, loro ravvisano alberi da tagliare nel nome del profitto economico. Sostenuto, spinto, dalla moglie, l’ambizione di Pemberton non conosce più limiti ed è disposto a tutto pur di perseguire i suoi intenti, sbarazzandosi di chi lo ostacola con brutale noncuranza. Anche Rachel, la giovane che ha partorito suo figlio, rappresenta in qualche modo un ostacolo per loro – per Serena – e la sua presenza al campo si fa via via più problematica.
Rash tiene saldamente le redini di una narrazione che intreccia la storia di un matrimonio, le sue ambiguità e segreti, genitorialità, legami non di sangue, con una trama che segue il filo della violenza, degli affari e degli intrighi, gli abusi perpetuati nel nome del profitto. Una pluralità di spunti che diventa pluralità di voci, registri, punti di vista che si alternano anche all’interno di uno stesso capitolo, di una stessa scena, rincorrendo lo sguardo e i pensieri dei personaggi che compongono questa tragedia come si diceva dagli echi shakespeariani. La voce di Rash si fa mutevole e la mimesi col personaggio di volta in volta varia di intensità, tensione, registro, simbologia e immagini. Se già il “coro” dei lavoratori del campo, la comunità che costituiscono, richiama tanto chiaramente quel modello shakespeariano di cui sopra – spettatori di una storia mossa da dinamiche che vanno oltre la loro possibilità di intervento, umanità dolente che vede e giudica – è Serena il personaggio più vicino al drammaturgo inglese: una Lady McBeth fredda, spietata misteriosa, disposta a tutto per soddisfare la propria ambizione. Fin dal primo momento in cui appare sulla scena Serena porta in sé il seme dell’ambiguità, con quel passato nebuloso – il dubbio, che si insinua, per la morte violenta dei genitori – la femminilità non stereotipata, la fisicità con cui Rash la fa muovere sulla pagina. Una Lady McBeth che non cederà alla pazzia se non, forse, nell’epilogo; le mani macchiate di sangue, il fuoco, non arginano il suo desiderio, la sua ostinata visione. Accanto a lei Pemberton, il rapporto totalizzante su cui si fonda il loro matrimonio, l’insinuarsi di sentimenti che non riesce a controllare, l’ambizione e lo sguardo che pure non può fare a meno, a un certo punto, di prendere atto della devastazione che ha comportato.
Era a metà strada verso il campo quando si fermò sulla cima da cui per la prima volta aveva mostrato a Serena i terreni della società. Avanzò fino al precipizio e guardò la vasta ferita scura che aveva fatto alla terra. (p. 267)
Ma non c’è reale pentimento, Rash non costruisce delle macchiette ma personaggi di carne e sangue, brutali, non eroi senza macchia contro villain. Non c’è spazio per la consolazione e nel mondo corrotto che i Pemberton hanno contribuito ad alimentare perfino una vecchia vedova e un bambino sono sacrificabili e la giustizia – nella tragica figura dello sceriffo McDowell – adegua i propri mezzi per cercare di salvare gli innocenti. Particolarmente interessante appare, dunque, la scelta dell’autore di ergere proprio Serena protagonista del romanzo al punto da apporre il suo nome quale titolo della storia: la sua presenza è ovunque, che sia in scena oppure no, le azioni che compie e le passioni che la muovono infrangono – per fortuna, aggiungo – quell’abitudine ricorrente tra i lettori di cercare l’empatia con i personaggi della storia. Non c’è empatia possibile con lei ed è anche in questo la maestria di un autore che non teme di sporcarsi le mani, penetrare nella profondità del cuore umano, anche il più oscuro e ambiguo, legandovi una scrittura capace di squarci di puro lirismo e bellezza.
Un personaggio che funziona benissimo anche perché in relazione con gli altri che compongono questa trama di passioni, violenza, vendetta, brama di potere: contraltare ideale della signora Pemberton è Rachel, la cui vita stessa – sua e, soprattutto del figlio nato dalla relazione con George – rappresenta tutto ciò che Serena è e non è al tempo stesso. Una madre, una donna che lotta quotidianamente contro le avversità ma come l’altra che si muove in un mondo di uomini, ha fatto le proprie scelte e le difende a ogni costo. Tutt’altro che un’eroina fragile e indifesa, Rachel ha imparato a cavarsela, anche grazie a quel padre brutalmente ucciso e che durante la sua vita era stato in apparenza così parco di affetto eppure così fondamentale:
Lui le aveva fatto fare tutte quelle cose da sola, sotto la sua guida. Rachel ora si rendeva conto che l’aveva fatto per essere certo che lei fosse in grado di provvedere a sé stessa, quando non ci fosse stato più. Che cos’era, se non una forma di amore? (p. 62)
Diventata madre e di fronte al pericolo e alle difficoltà, Rachel scoprirà nuove risorse in sé stessa e alleati che tenteranno di difendere lei e il bambino dalla furia delle circostanze e degli uomini. Resiste, questo fa ogni giorno. In quel luogo che da sempre chiama casa e che tanto profondamente l’ha plasmata per il fatto di esserci nata. È attraverso di lei che Rash compone questa sua nuova ballata degli Appalachi, nelle riflessioni che la invadono mentre lavora duramente per sopravvivere, nello sguardo con cui abbraccia la vallata e le sue ombre, ora protezione ora minaccia.
Quando la vedova se ne andò, Rachel indugiò ancora qualche minuto sul portico. Il sole era calato dietro le montagne e la valle sembrava ancora più incassata nella terra, come un animale che scava una tana nelle foglie prima di mettersi a dormire. Le ombre sempre più dense davano l’impressione che i monti si ripiegassero verso l’interno. Rachel cercò di immaginare come doveva essere stata la vita per sua madre, ma era impossibile, perché quello che per lei era stata la sensazione di essere rinchiusa, per Rachel era un senso di protezione, come se le montagne fossero state enormi mani, dure ma gentili, che ti circondavano, per difenderti e consolarti, come lei immaginava facessero le mani di Dio. Probabilmente la vedova Jenkins aveva ragione, dovevi esseri nato, lì. (p. 205)
Con una lingua tesa e vivissima, il ritmo incalzante e la narrazione che apre a momenti di straordinaria bellezza, Rash con questo romanzo costruisce la sua moderna epica, tassello fondamentale in una bibliografia che spazia dal romanzo alla poesia passando per il racconto – e il mio auspicio, ancora una volta, è che La nuova frontiera porti al lettore italiano anche la sua mirabile produzione breve – e lo rende una delle voci più importanti della letteratura statunitense contemporanea. Ben saldo nell’immaginario che ha costruito, la sua narrazione ha punti fermi e quella stella polare, gli Appalachi e le ombre che gettano sulle vallate, pronto ogni volta a narrare una storia nuova di passioni, segreti sepolti. Acqua e fuoco.
Debora Lambruschini

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