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Quando l’odio si insinua nei legami quotidiani e nell’amicizia: “Stelle di cannella” di Helga Schneider

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Stelle di cannella
di Helga Schneider
Salani, maggio 2011

pp. 128
€ 9,50 (cartaceo)
€ 4,99 (eBook)

Disponibile anche su audible letto da Tania Di Domenico, tempo di lettura 3h e 1 minuto)
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Stelle di cannella è uno di quei libri che, pur essendo rivolti principalmente a un pubblico di giovane età, parlano con forza anche agli adulti. Helga Schneider, scrittrice di ordini tedesche che ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze della Seconda guerra mondiale, sceglie una prospettiva apparentemente semplice, quasi domestica, per raccontare uno dei periodi più bui della storia europea, mettendo in scena come il nazismo non abbia distrutto solo vite, ma anche relazioni, fiducia e legami quotidiani

Il romanzo è ambientato nella Germania dei primi anni Trenta e ruota attorno a due famiglie molto unite tra loro: la famiglia Korsakov, il cui capofamiglia è un giornalista di origine ebraica che ha sposato Jutta una vedova cattolica di cui ha riconosciuto la primogenita, Lene, e la famiglia protestante del poliziotto Rauch, un uomo molto stimato nel quartiere di Wilmersdorf. Al centro della storia ci sono David, figlio di Korsakov e di Jutta, e Fritz, figlio di Rauch: due ragazzi sono legati da un’amicizia spontanea e sincera, che sembra indissolubile. 

È proprio con loro due che inizia la storia di Stelle di cannella, con le loro urla di gioia e il lancio delle palle di neve che ha imbiancato i tetti delle tre case allineate. Sì, ho detto tre case! C’è anche un’altra abitazione ricoperta di neve e che è abitata da altri personaggi importanti di questo romanzo: la casa dell’architetto Winterloh, a destra di quella dei Korsakov. Il figlio dell’architetto, Adalbert Winterloh, detto familiarmente Berty, è fidanzato con Lene. 

Tra le tre famiglie scorrono rapporti cordiali, intimi: le prime pagine della storia accolgono il lettore in un microcosmo compatto e rassicurante, in cui tutto sembra ancora al suo posto. A vegliare su quell’equilibrio domestico ci sono anche due presenze silenziose eppure cariche di significato: Koks, il gatto scuro di David, e Muschi, la gatta bianco latte della famiglia Rauch. I due animali si muovono liberamente tra le case, come se le differenze non esistessero, come se l’amicizia dei loro padroni trovasse in un loro un riflesso naturale e innocente.

Sì, i due gatti erano la favola dei dintorni. Era un divertimento osservarli mentre si corteggiavano sul muretto che divideva la proprietà dei Rauch da quella dei Korsakov. Ed erano ferocemente gelosi l’uno dell’altra. Muschi diventava una furia se un’altra gatta si aggirava attorno al suo Koks, soffiava e dava zampate. E Koks era anche più violento. Pur di scacciare un rivale era capace di morderlo alla gola.

In questo intreccio di affetti, relazioni e consuetudini quotidiane, nulla sembra ancora presagire che persino il colore del pelo di un gatto potrà diventare oggetto di uno sguardo deformato dall’odio. Si tratta di pochi giorni di pace dal dicembre del 1932, quando comincia la storia, perché a fine gennaio dell’anno successivo inizia la catastrofe: 

«Hindenburg ha nominato Adolf Hitler Cancelliere». Lene spostò lo sguardo dalla madre al patrigno e domandò turbata: «E in pratica cosa significa?» «Significa che la Germania finirà presto di essere uno stato democratico e che gli ebrei cominceranno ad avere la vita difficile» rispose cupo il patrigno. E se lo diceva lui, che era giornalista, doveva essere vero.
Le idee razziste, prima sussurrate e poi sempre più esplicite, iniziano a modificare comportamenti e rapporti: ciò che prima era normale diventa sospetto, ciò che era accettato diventa improvvisamente condannabile. L’amicizia tra David e Fritz è messa prima alla prova e poi viene praticamente distrutta, così come i rapporti tra le famiglie e ciò mostra quanto l’ideologia possa insinuarsi nella vita quotidiana fino a dividerla dall’interno. L’angoscia e poi l’orrore riempiono i cuori di chi non è “ariano”, traditi dagli stessi amici e finanche dai propri affetti più veri:
Un giorno David ritornò da scuola con il volto tumefatto e una chiazza di pelle nuda in testa, dove gli avevano strappato i capelli. Quella mattina l’insegnante aveva tenuto una sorta di lezione sulla razza, definendo gli ebrei parassiti che sfruttavano il popolo tedesco, si arricchivano con l’usura, insidiavano le bionde fanciulle nordiche, complottavano nella preparazione di una guerra mondiale e usavano ogni tattica per contaminare il nobile sangue ariano. Aveva concluso mettendo i ragazzi in guardia contro il cattivo ebreo, un pericolo non solo per la Germania ma per il resto del mondo ed esortandoli a diffidare di quell’insidiosa razza che, oltre tutto, era solo una specie di sottoprodotto dell’umanità.
Uno degli aspetti più incisivi del romanzo è proprio la scelta di non puntare sull’evento storico eclatante, ma sui cambiamenti minimi e graduali: una parola non detta, uno sguardo evitato, una regola che improvvisamente esclude. Schneider racconta il razzismo come un processo lento e subdolo, capace di avvelenare anche i legami più solidi, e lo fa con una scrittura sobria, controllata, che lascia spazio alla riflessione del lettore.
In questo senso, Stelle di cannella non è soltanto un libro di memoria storica, ma un testo che invita a interrogarsi sulla responsabilità individuale e collettiva. Ricordare il nazismo non significa solo guardare al passato, ma riconoscere i meccanismi attraverso cui l’odio può diventare normalità. È per questo che il romanzo di Helga Schneider si rivela una lettura necessaria a ogni età, capace di parlare ai più giovani senza semplificare e agli adulti senza concedere alibi.

Come si può spiegare l’antisemitismo a un ragazzo? Si possono elencare le origini e le tipologie dell’antisemitismo e del razzismo in generale, ma come giustificarlo? Non si può. Come posso spiegare a David il motivo per cui Fritz Rauch lo odia e il suo insegnante lo discrimina? È il sentimento che non si riesce a spiegare, il sentimento razzista e antisemita. Nessun essere umano nasce razzista, il razzismo va inculcato nei giovani, va istillato come un veleno, come un male contagioso.
Marianna Inserra