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In viaggio nel cuore e nell'anima della Russia: "Volga Blues" di Marzio G. Mian

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Volga Blues 
di Marzio G. Mian 
Feltrinelli, 2024 

pp. 320
€ 20 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook) 

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Volga Blues di Marzio G. Mian è un libro d’avventura nel senso più reale del termine: è un viaggio lungo e a tratti scomodo. Seimila chilometri nel cuore della Russia, scanditi dalle anse del Volga, il fiume-madre dove tutto è nato e vissuto, un elemento naturale che più di ogni altro racconta cosa significa essere russi.
Il Volga non funge da itinerario geografico: seguirne il corso significa scendere nella pancia del Paese, nei suoi nodi irrisolti e contraddittori. La Russia è il luogo dove da tempo l’Occidente sta scomodo e dove, proprio per questo, vale la pena fermarsi a guardare.

Mian sceglie una rotta maestra per navigare i secoli: non la linea retta delle grandi città, ma il fiume che porta con sé la gente, le battaglie, i grandi eventi e le vite minori che hanno plasmato quel miscuglio instabile che chiamiamo “identità russa” con tutte le sue svolte fondative.
Il Volga scorre come fluiscono le vicende umane, e le modella in modo implacabile e continuo. È «l’epicentro della cultura, della fede e dell’identità russe» (p. 17), una presenza severa che nutre e pretende. Seguirne il corso oggi significa provare a capire come si è arrivati alla Russia di Putin e all'invasione dell'Ucraina, un modo per fare i conti con le differenze non solo politiche, ma anche emotive e simboliche rispetto a un Paese che ha recuperato la guerra come mito fondante, collante nazionale nell’era post-comunista.

Siamo nella grande tradizione della scrittura di frontiera tra giornalismo e letteratura. Il rigore dello sguardo d'inchiesta convive con una lingua molto evocativa e musicale, capace di restituire atmosfere e tensioni, senza ridurle a tesi semplici.
Il senso più profondo del percorso lungo il Volga è capire che cos’è oggi il “brand Russia”: un’anima che, come scriveva il poeta romantico Tjutčev, «non si può intendere con il senno né misurare col comune metro» (p. 91).  Marzio G. Mian viaggia con il fotografo Alessandro Cosmelli, già compagno di un’inchiesta lungo il Mississippi. Insieme scrivono un libro fatto di incontri; con loro ci sono due guide russe, Vlad e Katja, figure ambigue e a volte opache. E lungo il viaggio compaiono sante assassine, intellettuali organici al potere, scolaresche in visita dal Donbass, filologi, militari, trafficanti, preti filo-governativi, anziani, famiglie, ingegneri, baby soldati.
Ci sono pasti consumati in fretta, messe, visite guidate, panorami a perdita d’occhio, bevute di vodka, statue commemorative, quartieri dormitorio e città post-nucleari. Si va da Nord a Sud, tra San Pietroburgo e Mosca, senza quasi mai sentire altra lingua che il russo.

A tratti, Volga Blues sembra ricordare Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini: pur mantenendosi ancorato solidamente alla realtà, il percorso è costellato anche di archetipi e simboli e gli incontri rispondono a domande che non si erano ancora formulate.
Perché certi miti resistono? Perché Stalin torna ciclicamente come figura rassicurante ed è oggi il nuovo mito della Generazione Z? Perché la guerra continua a funzionare come racconto identitario?
Questo libro fa politica molto più di certi libri politici perché guarda in faccia la Russia di oggi: ne mostra i meccanismi di potere, il clima oppressivo e l’orgoglio bellicoso.
Ma non è un libro ideologico poiché non chiude il discorso e non semplifica. Racconta una terra bellissima e dura, distante eppure, nel corso delle pagine, sempre meno incomprensibile.
Non c’è una risposta univoca all’enigma russo, per chi russo non è. C’è piuttosto il senso di un impero vasto, tanto vasto da farci perdere, ancora oggi senza centro e pieno di periferie. 
Attraversarlo è un modo per capire qualcosa di loro e, insieme, qualcosa di noi.


Claudia Consoli