Esce oggi per Astoria il libro d'esordio di Ruben Barrouk, Il rumore della memoria. Sin dal principio si ha la sensazione di avere tra le mani uno di quei romanzi tanto profondi e intensi che non lascerà scampo alle emozioni e riempirà il cuore del lettore. Le premesse ci sono tutte, l'esordio è convincente, ma gridare al miracolo – come la rivista francese «Lire» ha fatto – sembra un tantino esagerato.
Il romanzo di Barrouk ha una trama inizialmente coinvolgente, ma che pecca forse di eccessivo lirismo. La storia, che sembra avere richiami autobiografici, è narrata da un ragazzo che, assieme a sua madre, parte dalla Francia verso Marrakech in aiuto dell'anziana matriarca rimasta ormai sola. Anzi, non del tutto sola. La donna, infatti, si lamenta di sentire in continuazione un rumore che la molesta, non la fa dormire e la turba. Preoccupati per lei e per la sua sanità mentale, ai due non rimane che partire. Per entrambi si tratta di un ritorno, che, però, ha un sapore diverso per ciascuno di loro: alla madre sembra un rientro in patria, mentre per il narratore è quasi un primo contatto vero con le proprie origini.
Sì, perché quello del rumore appare come un pretesto letterario di Barrouk per intessere una storia di memorie e ritrovamenti. Le due donne si scambiano informazioni, l'una arricchisce il bagaglio di ricordi dell'altra, mentre il ragazzo immagazzina nuove scoperte e si fa osservatore di una Marrakech insolita. Abituati, infatti, a descrizioni di un'Africa torrida e secca, i brividi e il senso di gelo, che il protagonista avverte atterrato in città, avvisano il lettore di un continuo straniamento. È come se, sullo sfondo di una Marrakech rigida e sui toni di una lingua araba appuntita come stalattiti, l'autore voglia avvertirci che, nel corso della lettura, nulla sarà come immaginato.
Quel che inizia come una comune storia familiare, matriarcale e dalle vivide eco del passato, si trasforma ben presto in una sorta di misticismo religioso. La famiglia del narratore, infatti, fa parte di una minoranza ebraica che vive a Marrakech da sempre. La nonna ha scelto di rimanervi nonostante il grande esodo verso Israele, nonostante la Terra Promessa si trovi altrove. Ha preferito la solitudine ad abbandonare il territorio che l'ha nutrita. Per questo accompagna con fierezza sua figlia e suo nipote in un itinerario religioso nei luoghi simbolo dell'ebraismo marocchino, dove sono sepolti i rabbini più importanti o nelle sinagoghe più sacre.
«Pellegrini. Ecco cosa siamo, per questo Paese pervaso di vita. Da quando abbiamo conoscenza di noi stessi. Lo siamo sempre stati» (p. 70): in passi come questo vi sono dei contatti con la religione ebraica comprensibili anche al lettore più lontano dalla fede, che non la conosce e non ha mai avuto modo di farlo. Tuttavia, una chiarezza simile è ardua da sostenere per tutto il romanzo. Lo stile dell'autore, infatti, per quanto sia apprezzabile per le descrizioni evocative e minuziose, rischia di diventare pedante. Si ha la sensazione che le frasi si affastellino le une alle altre di getto, senza un'organizzazione mentale alla base. Insomma, sembra che vi sia troppo cuore e poca lucidità, il che produce dei momenti di confusione e, quasi, delirio mistico.
«Come i dieci che l'hanno preceduto, anche il rumore è stato ricevuto sul monte Sinai. È diventato l'undicesimo comandamento, e lei è l'unica ad averlo ricevuto» (p. 128): un'esasperazione simile la si può ottenere da un colpo di scena tale per cui si scopre che il rumore, che sta nel titolo ed è il motore dell'azione primaria, ha un'origine sconvolgente. Invece, il lettore è condannato a rimanere nel dubbio fino alla fine e ha solo pochi indizi dalla sua parte per cercare di comprendere cosa sia questo rumore.
L'attenzione dell'autore, infatti, è tutta concentrata sulla religiosità e sull'identità del popolo ebraico, tanto che persino la nonna stessa diviene religione. Come se il rumore da lei avvertito – e da nessun altro dei familiari – sia oggetto di fede: o ci credi o non ci credi. È vero che per essere un esordio Il rumore della memoria ha una ricchezza emotiva notevole, un vissuto maturo e uno sfondo culturale potente, tuttavia un romanzo vive anche, banalmente, di piacevolezza nell'esperienza della lettura, che invece è stata faticosa e lenta.
Camilla Elleboro

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