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Quando i classici tornano a parlare al presente in “Un cuore greco” di Marina Valensise

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Un cuore greco
di Marina Valensise
Neri Pozza, novembre 2025

pp. 288
€ 21,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

C'è un’immagine d’apertura che funziona come miccia narrativa e, insieme, come diagnosi del presente, la scena al Teatro Greco di Siracusa in cui un grande autore contemporaneo si scopre improvvisamente disarmato davanti alla tragedia antica e se ne va. Da questo gesto, Marina Valensise ricava una domanda che attraversa tutto il libro: davvero la modernità richiede una rimozione dell’antico, oppure la perdita dei classici coincide con una perdita di strumenti per capire noi stessi? 

La risposta non passa per una difesa scolastica della tradizione né per l’ennesimo elogio della cultura umanistica in astratto. Valensise sceglie una via più concreta e, per certi versi, più convincente, racconta come alcuni tra i protagonisti del Novecento abbiano usato i classici come materiale vivo, attuabile e perfino esplosivo. Il risultato è un percorso a tappe, dove la mitologia e la tragedia greca tornano a essere lingua comune. Uno dei punti di forza del libro è proprio l’idea di ritorno intesa non come regressione, ma come laboratorio di avanguardia. Valensise mette in fila episodi e figure molto diverse: riscritture teatrali, esperimenti musicali, reinvenzioni sceniche e letture saggistiche. La sensazione è che ogni capitolo mostri un diverso modo di “attivare” l’antico: c’è chi lo usa per cercare una purezza formale, chi per interrogare il desiderio, chi per denunciare i meccanismi del potere e chi per rovesciare la tradizione in una provocazione brutale.    

Per le scene Cocteau aveva arruolato Picasso, lo spagnolo anarchico che, sentendosi braccato in anni di accesso nazionalismo, era passato dalla miseria della bohème alle lusinghe del bel mondo cosmopolita, offrendo un buon collaudo col viaggio a Roma per Parade. […] E infatti cinque anni prima i due erano partiti per l’Italia […] e avevano scoperto l’antico visitando il Foro romano, le rovine di Pompei e immergendosi nell’eterno classicismo del Grand Tour. Così Picasso aveva firmato il suo primo lavoro per il teatro. (p. 64)      

Il libro ripercorre nomi che accostati raccontano un secolo intero, tra i quali Cocteau e Picasso che trasformano il mito in gesto moderno, rapido e tagliente; Stravinskij che fa della tragedia una macchina sonora e quasi liturgica; Rachel Bespaloff che rilegge l’epos della guerra con lo sguardo di chi ha conosciuto lo sradicamento; Corrado Alvaro che traduce Medea dentro una geografia popolare; Montherlant che entra nel mito per parlare di eros e ambivalenza del desiderio; Camus che vede nella tragedia una chiarezza morale contro la menzogna ideologica; Heiner Müller che usa il mito come dispositivo per nominare lo stalinismo; Sarah Kane che, a fine secolo, porta Fedra dentro una scena in cui il mito non consola più, ma mette a nudo la pornografia del reale.

Il viaggio in Grecia segna per lui un passaggio chiave dal quale attingere coraggio e speranza per ritornare a vivere e a lottare come un eroe moderno in rivolta contro la storia. «La Grecia anche senza speranza insegna a vivere», scrive Camus da Salonicco all’amata Maria il 5 maggio 1955: Quest’aria leggera, lucente che si beve come acqua pura, i grandi spazi composti dal cielo, dalle montagne e il mare sempre silenzioso mi restituiscono a quello che sono […] e possiamo dire come Edipo «tutto è bene». (p. 196) 

Questa pluralità di voci è sintomatica di quanto i classici non sono un messaggio, ma un sistema di forme che può essere “riusato” in modi diversi. E qui Valensise è particolarmente efficace quando evita la nostalgia, non idealizza l’antico come eden perduto, ma lo mostra come un serbatoio di idee e paradigmi che la modernità continua a rimettere in circolo. Il classico, in questa prospettiva, è una sorgente a cui attingere quando il presente diventa opaco o delirante. 

Lo stile è divulgativo, ma non semplicistico. L’impianto a tappe rende la lettura agile, ogni capitolo ha una sua autonomia e insieme contribuisce al quadro generale, da sottolineare anche la corposa bibliografia a corredo finale dei capitoli. 

Un cuore greco riesce a mostrare come l’antico si trasformi in uno strumento privilegiato di conoscenza del presente. Dopo l’ultima pagina resta una sensazione, non è il mondo classico ad aver smesso di parlarci, ma siamo noi, spesso, ad aver perso l’alfabeto per ascoltarlo. E il libro di Valensise, senza moralismi, prova a restituircelo. 

Silvia Papa