Ammirabili & freaks
di Giuseppe Marcenaro
Il Saggiatore, 2026
pp. 272
€ 19,00 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)
C’è un’idea di letteratura che non passa attraverso le grandi narrazioni lineari, né attraverso l’illusione della completezza, ma si affida invece alla frammentarietà della memoria, all’incontro casuale, alla deviazione. Ammirabili & freaks di Giuseppe Marcenaro appartiene pienamente a questa tradizione: è un libro che nasce dal collezionismo umano, dalla convinzione che raccontare gli altri sia un modo obliquo, ma forse più onesto, per interrogare se stessi.
Marcenaro lo dichiara senza retorica già nelle pagine iniziali, quando ammette che la spinta a raccontare certe figure incontrate nel corso della vita non risponde a un disegno ordinato, ma a una logica più incerta e profondamente esistenziale:
Sconosciuta la ragione di fondo che mi ha indotto a raccontare certe persone incontrate per capriccio della sorte. (p. 11)
È una confessione che chiarisce subito la natura del libro: Ammirabili & freaks non è un catalogo sistematico né un’operazione celebrativa, ma un percorso irregolare, guidato dall’attrazione, dalla curiosità, dalla memoria emotiva.
Le figure che attraversano il libro, artisti, scrittori, intellettuali celebri e personaggi quasi anonimi, non obbediscono a una scala di importanza prestabilita. Marcenaro rifiuta consapevolmente qualsiasi gerarchia:
I personaggi che racconto, alcuni notissimi altri praticamente anonimi, nel mio immaginario non hanno una gerarchia che tenga conto di precedenze. (p. 11)
È una dichiarazione di poetica che informa l’intera struttura del volume, costruito come un bestiario letterario in cui ogni creatura è degna di attenzione non per il suo peso storico, ma per la singolarità del suo modo di stare al mondo.
Questa scelta produce un effetto preciso: il Novecento che emerge da Ammirabili & freaks non è quello compatto dei manuali, ma un paesaggio umano fatto di eccentricità, ossessioni, fragilità, tic, manie. Le esistenze si affacciano sulla pagina come apparizioni intermittenti, spesso colte in dettagli minimi ma rivelatori, che valgono più di qualsiasi ritratto esaustivo.
Al centro del libro c’è anche una riflessione metanarrativa sul gesto stesso del raccontare. Marcenaro non nasconde la difficoltà, se non l’impossibilità, di restituire davvero una vita attraverso la scrittura.
osserva, per poi spingersi oltre:Scrivere bene una vita, anche in poche pagine, di un noto o di un anonimo, è tanto difficile quanto viverla. (p. 157),
ogni individuo, nella sua essenza, resta «inafferrabile» e «in realtà è un fantasma (ibidem).
Questa consapevolezza impedisce al libro di cadere nella tentazione del ritratto definitivo. I personaggi di Marcenaro non sono mai chiusi, spiegati, risolti. Restano parziali, sfuggenti, talvolta contraddittori, proprio perché la scrittura rinuncia a dominarli e accetta invece il loro carattere elusivo. È qui che Ammirabili & freaks trova una delle sue tensioni più interessanti: nel continuo oscillare tra il desiderio di fissare una presenza e l’accettazione della sua irriducibile opacità.
Molti dei ritratti nascono da incontri reali, spesso mediati da altri, da attese, da rituali quasi iniziatici. L’episodio dedicato a Florence Henri, ad esempio, è costruito come una vera e propria scena narrativa, in cui l’attesa dell’incontro diventa già racconto, già interpretazione:
Ci vollero tre giorni di pacifico assedio per incontrarla (p. 157).
L’incontro con l’artista non è solo un fatto biografico, ma un momento carico di tensione simbolica, che restituisce il clima culturale di un’epoca in cui l’arte era ancora capace di generare desiderio, competizione, conflitto.
Allo stesso modo, il ritratto di Enrique Tierno Galván si costruisce attraverso dettagli domestici e dialoghi minimi, che rivelano una visione del mondo più di qualsiasi dichiarazione teorica. L’ex sindaco di Madrid appare come una figura insieme ironica e profondamente etica, capace di interrogarsi sui gesti quotidiano, dal traffico alla musica, come forme di responsabilità civile. Marcenaro coglie queste sfumature senza mai forzare il significato, lasciando che siano le parole e i gesti a parlare.
Il titolo del libro suggerisce una dicotomia, ammirabili da una parte, freaks dall’altra, che il testo si incarica di complicare. Spesso, infatti, le due categorie si sovrappongono. L’eccentricità diventa una forma di resistenza, la stranezza un modo per sottrarsi all’omologazione.
Nel ritratto di Alberto Lattuada, ad esempio, Marcenaro insiste su una sensualità linguistica disturbante, su una scrittura che sfiora il cattivo gusto e l’eccesso, ma che proprio per questo rivela una radicale libertà espressiva: «Pagine di una strana e sciolta sensualità linguistica» (p. 73).
Qui il “freak” non è mai ridicolizzato; al contrario, è spesso colui che mette in crisi le categorie rassicuranti del decoro culturale. Marcenaro osserva, registra, talvolta prende le distanze, ma non giudica. Il suo sguardo resta quello di un collezionista d’anime, più interessato alla vibrazione che ogni figura lascia nella memoria che alla sua collocazione morale o storica.
Ammirabili & freaks è anche un autoritratto indiretto. Marcenaro lo ammette con lucidità quando riconosce che nel raccontare gli altri ha forse indulgito, a tratti, a una forma indiretta di narcisismo autobiografico
Ma è un narcisismo consapevole, mai compiaciuto, che si trasforma piuttosto in un’indagine sul rapporto tra identità e relazione.
«Nei rapporti ci sveliamo a noi stessi» (p. 11): è forse questa la frase che meglio riassume il senso profondo del libro.
Ammirabili & freaks non è soltanto un bestiario del Novecento culturale italiano ed europeo; è un libro sulla memoria, sull’incontro, sull’impossibilità di possedere davvero le vite altrui. Marcenaro scrive con misura, senza nostalgia e senza mitologia, affidandosi a una prosa limpida che sa farsi evocativa senza mai indulgere nell’enfasi. Ne emerge un’opera che resiste alle classificazioni e che chiede al lettore non di riconoscere dei nomi, ma di sostare nelle loro ombre, accettando che ogni vita, come ogni racconto, resti, in fondo, un fuoco fatuo.
Alessia Alfonsi
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