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La paura come metodo: Franck Thilliez, vent’anni dopo l’esordio. L'intervista al giallista francese a Milano per "Treno infernale per l'angelo rosso"

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Franck Thilliez


In occasione della pubblicazione del primo thriller di Franck Thilliez con protagonista l’ispettore Franck Sharko, dal titolo Treno infernale per l'angelo rosso, uscito in Francia nel 2004 e oggi finalmente disponibile per i lettori italiani, ho avuto il piacere di incontrare l’autore a Milano, presso la Feltrinelli Librerie di piazza Piemonte.

Dopo una prima edizione italiana del 2009 con Nord, è Fazi Editore a riportare, dal 20 gennaio in libreria, questo romanzo d’esordio, in una nuova traduzione, arricchita da una lettera inedita dell’autore ai lettori italiani.


Treno infernale per l'angelo rosso
di Franck Thilliez
Fazi, 2026

Traduzione di Daniela De Lorenzo
pp. 396
€ 19,50 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)

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Per chi, come me, segue Thilliez da anni – e ne ha recensito per CriticaLetteraria tutti i romanzi pubblicati da Fazi – l’incontro è stato motivo di autentica emozione e gratitudine. Ma ciò che colpisce davvero, ogni volta, è scoprire la persona dietro lo scrittore: l’entusiasmo sincero, la passione per il proprio lavoro, la generosità con cui ama condividerlo con i lettori. Ed è forse proprio questa umanità, prima ancora della genialità e del perfetto congegno narrativo, a lasciare un segno profondo nei suoi libri.


Nel corso dell’incontro sono emersi molti dei temi che attraversano l’intera opera di Thilliez: la paura come motore narrativo, l’attrazione per l’invisibile, l’ossessione per ciò che sfugge al controllo umano. Dalle pandemie – immaginate ben prima che la realtà le rendesse esperienza collettiva nel romanzo del 2016 che non è ancora stato pubblicato in Italia  – all’incertezza del domani, fino alle inquietudini legate all’intelligenza artificiale, percepita come una forza ambivalente: strumento di progresso, ma anche possibile origine di nuove, profonde fratture.


Al centro, però, restano sempre i personaggi e nel caso specifico Franck Sharko. Per Thilliez, la letteratura serve a questo: vivere altre vite per comprendere meglio la propria. Ed è proprio tornando alle origini di questo personaggio che questo principio emerge con maggiore chiarezza.


In questo romanzo il commissario è alle prese con il caso più difficile della sua carriera: la moglie Suzanne è scomparsa. Una sera non è tornata a casa. Sono trascorsi sei mesi senza alcun segno di vita, senza richieste di riscatto, senza tracce. Dopo un lungo congedo, Sharko rientra in servizio e si trova a indagare su un omicidio avvenuto in un piccolo paese nei pressi di Parigi. In una casa isolata viene rinvenuto il cadavere di una donna, sospeso a mezz’aria con corde e ganci, mutilato e ricomposto in una posa innaturale. La scena del crimine è inquietantemente pulita; gli indizi, microscopici, conducono in Bretagna, dove si apre un sottobosco di depravazione e violenza.


Samantha Viva e Franck Thilliez
Affiancato dalla carismatica psicocriminologa Williams, dal genio informatico Serpetti e dalla vicina Dudù Camelia – anziana guyanese dotata di misteriose visioni – Sharko si troverà a fronteggiare un assassino machiavellico, uno spirito vendicatore deciso a ricostruire l’inferno sulla Terra. E mentre l’indagine si fa sempre più oscura, una domanda continua a tormentarlo: riuscirà mai a ritrovare Suzanne?

È da qui, da questo esordio nerissimo e incalzante, che prende avvio uno degli universi più potenti del noir contemporaneo. E proprio da qui è partita la mia conversazione con Franck Thilliez.



Vorrei sapere come lavora quando si siede a scrivere un nuovo libro. Ha una modalità precisa? Usa schemi, file Excel con personaggi e capitoli? Parte dall’inizio, dalla fine?


Il mio metodo deriva molto dal mio passato professionale. Ho lavorato per dieci anni in un’azienda come ingegnere, e questo mi ha dato un ritmo molto strutturato. Ancora oggi mi alzo ogni mattina, dal lunedì al venerdì, e lavoro sulle mie storie. Non scrivo nel fine settimana, ma la scrittura per me dura tutto l’anno.


La fase più difficile è sempre la prima: trovare un’idea. Capire di cosa parlerà il nuovo romanzo, quale sarà il tema, quali i personaggi. In questa fase non c’è nulla di concreto: sono solo immagini, intuizioni. Scarto circa il 90% delle idee prima di arrivare a quella giusta. È una fase che dura circa tre mesi.


E quando capisce che l’idea è quella giusta?


Succede a un certo punto, ed è molto chiaro. Mi dico: “Ecco, questo è il cuore del romanzo”. Da lì inizia la fase della costruzione: struttura della storia, personaggi, documentazione.


Leggo molto, incontro persone, parlo con poliziotti, ricercatori, specialisti. Chiedo loro se ciò che ho in mente è plausibile. Quando ho scritto Pandemia, per esempio, ho chiesto se fosse possibile propagare un virus in Francia. Non sono domande che fanno piacere, ma fanno parte del lavoro.


La documentazione genera capitoli, i capitoli generano nuova documentazione: è un processo che si autoalimenta. Anche questa fase dura circa tre mesi e costituisce lo scheletro del romanzo. Alla fine conosco l’inizio, i grandi snodi narrativi e ho un’idea della fine.


E poi arriva la scrittura vera e propria.


Sì, ed è la parte più magica. Io parto sempre da un piano, ma poi i personaggi prendono vita. Basta che un personaggio ne incontri un altro perché la storia cambi direzione. Il lavoro sta nel lasciarsi portare dall’immaginazione, ma riuscire poi a tornare alla struttura iniziale.

Il libro finale è sempre simile a quello che avevo immaginato, ma mai identico. Ed è giusto così.


E cosa succede dopo, quando il libro è finito?


Ci sono due momenti. Il primo è tra la fine della scrittura e l’uscita: aspetto i primi feedback della casa editrice e di alcuni lettori fidati. È importante, perché mi aiuta a capire cosa ho fatto in quell’anno di lavoro.


Il secondo momento è quello dopo l’uscita. La scrittura è solitaria, quindi amo incontrare i lettori, parlare del libro, ascoltare le reazioni. Dopo due mesi intensi si arriva stanchi, ma è proprio questa stanchezza che mi dà l’energia per ripartire.


Quindi non c’è mai una vera pausa.


No. Quando un libro esce, io sto già pensando al successivo. Il mio cervello non si ferma mai. È il mio lato da ingegnere: un ingranaggio sempre in movimento.


Molte le domande a cui Thilliez ha risposto, in questo incontro pensato per i giornalisti e i blogger, tra cui emergono anche quelle legate all'Intelligenza artificiale e al cambiamento climatico, a cui Thilliez risponde così: «Il mondo sta cambiando a livelli enormi: tecnologici, politici, geopolitici. L’intelligenza artificiale è uno dei temi che mi fanno più paura, anche se può essere uno strumento straordinario.

Può portare enormi benefici nella medicina, nella cura dei tumori, nella gestione dell’acqua, nella lotta al cambiamento climatico.

Il problema nasce quando viene usata male, quando diventa una sostituzione dell’uomo. Mi spaventa il potere che le macchine possono prendere sull’essere umano. Non lo dico solo io: molti specialisti lanciano avvertimenti chiari.

C’è poi il tema dello sfruttamento delle risorse naturali: il consumo di acqua, l’impatto ambientale delle capacità computazionali. Sono squilibri enormi, potenzialmente catastrofici.

Sono tutte paure che osservo molto da vicino, perché potrebbero anche diventare materia narrativa. In fondo, è sempre da lì che nascono le mie storie».


Dopo questo incontro, il secondo con questo geniale autore, per cui ringrazio la casa editrice Fazi e la traduttrice che mi ha facilitato l’intervista, mi viene in mente che rileggere oggi il primo romanzo di Franck Thilliez significa osservare, in controluce, la nascita di un immaginario che nel tempo si è fatto sempre più complesso, stratificato, radicale. In questo esordio ci sono già tutti i temi che torneranno a ossessionare l’autore: la paura come forza primigenia, l’invisibile che governa le nostre vite, l’idea che il male non sia mai un’eccezione ma una possibilità inscritta nella fragilità umana.


A distanza di vent’anni, questo romanzo non è solo un ritorno alle  origini, ma una chiave di lettura preziosa per comprendere l’evoluzione di Thilliez: uno scrittore che ha saputo coniugare rigore strutturale e immaginazione, documentazione e vertigine, senza mai perdere di vista ciò che davvero conta. Perché, come emerge chiaramente anche da questo incontro - che è poi proseguito pubblicamente in compagnia di Luca Crovi - dietro il congegno narrativo perfetto resta sempre una domanda profondamente umana: come si sopravvive alla paura, all’incertezza, alla perdita. 


La presentazione con Luca Crovi
«Forse - confessa anche l’autore, che ribadisce che ha anche dovuto rileggerlo per ricordare alcune cose, dopo vent’anni - mi è servito rispolverarlo per capire cosa è cambiato in questi anni e in cosa sono cambiato. Probabilmente l’idea iniziale che ad ogni passo dovesse per forza succedere qualcosa oggi la eviterei, perché la mia scrittura è maturata e so che non devo tenere il lettore così in ansia per ogni colpo di scena, ma fa parte del mio percorso di crescita anche questo». 

Un percorso che lo ha piazzato, in questi anni, nel cuore dei lettori un po’ ovunque e anche in Italia, dove ogni sua uscita è salutata con entusiasmo e con crescente interesse; un percorso che non gli ha fatto dimenticare cosa significa scrivere con passione e a volte, per sua stessa ammissione, con un po’ di pressione per ogni nuova avventura.


Ed è forse per questo che, ancora oggi, i suoi libri continuano a inquietare e a coinvolgere: non perché parlano di mostri, ma perché raccontano di paure comuni, di sfide, di ostacoli; più semplicemente, parlano di noi.


Samantha Viva