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«Alla realtà preferivamo il buio dentro di noi»: "La vita giovane" di Mattia Insolia

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La vita giovane
di Mattia Insolia
Mondadori, 5 febbraio 2026

pp. 384
€ 19 (cartaceo)
€ 12,99 (ebook)

Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo? È come un refrain, questa domanda che ritma la narrazione del nuovo romanzo di Mattia Insolia, La vita giovane. Torna allo scoccare di un'illusione disfatta, di un'epifania bruciante su quanto possa essere difficile vivere. Non importa se i protagonisti sono giovani: anche a meno di trent'anni si può essere stanchi, confusi sulla direzione da prendere, ammesso che una direzione esista in un mondo che ha promesso un futuro diversissimo dal nostro presente. 

Lo sa bene Teo, che nel rientrare nella sua cittadina di Foro dopo dieci anni di assenza, si ritrova sospeso tra la nostalgia per ciò che vi ha lasciato e l'angoscia nel constatare che tutto è rimasto uguale e al tempo stesso è ancora più decadente. Come le insegne dei negozi sono state intaccate dal tempo, così anche a casa tutto è stato eroso e messo alla prova: la madre, con il Parkinson, fatica a parlare ancora, per quanto abbia tanto da dire; il padre, diventato caregiver, cerca di stabilire con Teo una comunicazione (dopo anni in cui è stata una comunicazione superficiale, di servizio, poco emotiva); il fratello Lorenzo ormai vive altrove, con la fidanzata di sempre. E Teo? Teo è lì per il matrimonio di due dei suoi amici di infanzia, Matilde e Giorgio, e sa che durante la sua permanenza rivedrà anche "gli altri". 

Nei dieci anni trascorsi a Milano, Teo ha tagliato i ponti col passato, o per lo meno, ci ha provato, e i suoi amici di scuola, Matilde, Giorgio, Marta, Sofia e Tommaso sono rimasti cristallizzati nei ricordi. Nel bene e nel male. Tornare, adesso, significa incontrarli ormai ventottenni, ma anche riaprire antiche ferite. E per Teo non è mai stato facile mostrare le emozioni, né parlarne. 

Così, con una commossa e inaspettata felicità, Teo riabbraccia chi c'è, eppure percepisce un disagio che sa benissimo a cosa imputare: se gli altri si sono visti e si sono sentiti durante quei dieci anni, lui si è tenuto lontano, anche in momenti drammatici, quando tutti avrebbero contato sulla sua presenza. E adesso non gli è certo facile gestire questo cambiamento e vederseli davanti adulti così, tutto d'un tratto. 

Anche per questo, per spiegare a noi lettori – sì, il narratore è onnisciente e palese – il presente, Teo torna indietro nel tempo, accavalla al presente, sospeso in attesa del matrimonio, le tessere di un passato che non è stato dimenticato. Magari annebbiato, a volte dall'alcol, a volte dal fumo, ma non dimenticato. Tornano così i ricordi di un'adolescenza e di una giovinezza trascorsa fianco a fianco con gli altri del gruppo, tra mattinate scolastiche, pomeriggi davanti alla Playstation e serate ad affogare le paure del futuro. Tante le loro parole, tanti i discorsi fatti di niente solo apparente: in quella quotidianità si costruiscono i rapporti. E anche gli amori: quelli che fanno male e portano a soffrire fisicamente e psicologicamente, quelli che nascono da un match su una app di incontri, quelli che si tengono stretti nei propri pensieri, senza confessarlo mai. 

In fondo, come non concordare con Teo? «Conosciamo una persona che nella nostra vita avrà un'importanza capitale e non ce ne rendiamo conto» (p. 55). E possiamo capirlo quando è troppo tardi, quando sono cambiate le circostanze e si passa il tempo a rincorrersi. E a sperare. Sì, perché Teo ama dai tempi del liceo Sofia, poi la sua vita è cambiata – ci sono state altre storie, centrale quella con Niccolò –, ma cosa resta davvero del primo amore? E quando è ormai inevitabile rinunciare a sperare che l'altro o l'altra si accorga dei nostri sentimenti? 

Come in Gli affamati (Ponte alle Grazie, 2020) e in Cieli in fiamme (Mondadori, 2023), Mattia Insolia non si pone limiti nel raccontare il dolore, la violenza, la rabbia, il potere devastante dei traumi che ci segnano e ci cambiano. Quanto ci cambiano? E chi saremmo, se non li avessimo vissuti? O ancora: «Chissà se saremmo stati amici, noialtri del gruppo, se ci fossimo incontrati ora, da adulti» (p. 120). Sono domande a cui non si possono dare risposte certe. E se con i "se" non si fa la Storia, con i "se" si fanno invece grandi narrazioni, che permettono di addentrarsi tra i pensieri dei personaggi, di esplorare anche ciò che scientemente fatichiamo ad accettare. E Insolia col suo narratore sa come guidarci senza farci smarrire in queste parti riflessive: le gestisce dosandole sapientemente, intervallando il dolore attraversato dai vari personaggi con episodi più distesi, illuminati dalla vitalità, da una bravata adolescenziale, da una scrollata di spalle. Eppure, neanche nell'adolescenza questi personaggi risultano leggeri: si portano «addosso una sorta di stanchezza: come se il tempo non li avesse semplicemente traversati, ma foderati, vestendoli di abiti pesanti» (p. 131). Sono carichi. Di aspettative, di frustrazioni, di dolori difficili da confessare. 

Quasi tutti – tranne Teo – riescono però a condividere cosa gli passa dentro, e a superare momenti complessi grazie al gruppo. Tornare a Foro per lui significa anche ricominciare a mettersi in gioco, costatando che «sembriamo proprio altre persone. Come se ci avessero sostituiti tutti quanti» (p. 250). Ma questo non impedisce che si ricreino le dinamiche di gruppo di una volta. Forse anche in nome di momenti dolorosi condivisi... 

Nei quattro giorni che Teo si concede a Foro, sono tante le emozioni che lo assalgono, e non è casuale il verbo che ho scelto: almeno all'inizio, Teo resta fermo o prova a fuggire davanti alla vita che lo morde, ai ricordi che lo invadono. Ha paura, perché sa che quei pochi giorni che lo aspettano sono fondamentali, si trasformeranno e diventeranno presto passato. Un nuovo passato da portare con sé, in cui tanto il gruppo quanto la famiglia troveranno una collocazione. Positiva o negativa? L'incertezza annienta. 

Tanto introspettivo da risultare a tratti insolente (e meno male!, vista la tendenza a un certo perbenismo editoriale e autoriale), La vita giovane è un romanzo che corrode tutti i luoghi comuni sulla giovinezza come "periodo della vita più felice e spensierato", e fa sì, invece, che siano le singole storie a prendersi il giusto spazio, rivendicando il diritto di intrecciarsi e di far male anche a chi legge. Perché, in fondo, tutti ci siamo chiesti almeno una volta che fine avessero fatto i sogni che sognavamo. E non sempre abbiamo avuto con chi condividere la stanchezza emotiva generata da questa domanda.  

GMGhioni