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Memoria, abbandono e identità in una Palermo che respira ne "La santa degli altri" di Anna Voltaggio

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La santa degli altri
di Anna Voltaggio
Neri Pozza, febbraio 2026
 
pp. 176
€ 19,00 (cartaceo)
€ 9,99 (e-book)


«Tua madre avrà avuto le sue ragioni per dimenticare, forse».
«Non pensi che sia essenziale avere memoria? Come posso esistere se non ho origini?». (p. 103)

La santa degli altri di Anna Voltaggio, pubblicato da Neri Pozza, si muove dentro questa domanda. La memoria non è un semplice deposito di ricordi, ma il punto da cui si misura la possibilità stessa di esistere. Dimenticare può alleggerire; ricordare espone. Tra queste due spinte prende forma la storia.

Il romanzo intreccia due linee narrative. Nel presente, Tommaso racconta in prima persona la relazione con Nica e il suo abbandono improvviso. Nel passato, in terza persona, si segue la vicenda di Gelsomina, in una città che assume i tratti di un paese: un luogo in cui tutti sanno, tutti osservano, e il giudizio collettivo pesa più delle scelte individuali. Le due traiettorie non procedono parallele: si rispecchiano, si contraddicono, si chiariscono a vicenda. I paragrafi brevi e i dialoghi costruiti su scambi rapidi danno ritmo al testo e restituiscono naturalezza alle voci.

Nel libro d’esordio, La nostalgia che avremo di noi, raccolta di racconti, uno dei testi più incisivi metteva in scena Lorenzo che diceva a Lisa di non amarla più. Qui la dinamica si rovescia: è Nica a lasciare Tommaso da un giorno all’altro. L’effetto è simile, ma lo sguardo cambia. L’abbandono non è soltanto un fatto sentimentale; diventa una frattura che incrina la percezione di séL’assenza dell’amante assume contorni ossessivi, e Tommaso vaga per le strade con un’inquietudine che ricorda il Dino moraviano, incapace di afferrare la realtà e insieme incapace di lasciarla andare, poiché «Non sapevo cosa pensare e mi faceva diventare pazzo l’idea che fosse sparita in un tempo in cui ogni cosa è controllabile» (p. 100). L’impossibilità di rintracciare qualcuno in un’epoca dominata dal controllo digitale amplifica lo smarrimento. Nei momenti più difficili resta la sensazione che tutto sfugga, che ogni appiglio venga meno, sembra che «#ètuttosbagliato» (p. 50). Eppure «anche stare male è un modo per non annoiarsi» (p. 168): il dolore diventa una forma di esperienza, una prova di vitalità.

Tra i vari temi, quello del tradimento attraversa il romanzo in forme diverse. Non riguarda solo il corpo, ma anche il pensiero, l’immaginazione di un futuro che non si realizza, e «arriva il giorno e tutto comincia, tranne noi. […]. Noi non cominciamo mai» (p. 93). In questa sospensione si avverte il bisogno di una definizione, di un riconoscimento pubblico che sottragga il legame alla precarietà.

L'autrice descrive la prima fase dell’innamoramento con precisione sensoriale: 

«Tutto in lei esercitava su di me un potere nuovo, non era soltanto desiderio, era qualcosa di più violento, più irresistibile. Era come se incarnasse possibilità mai calcolate». (p. 29) 

L’intensità iniziale convive però con una consapevolezza più ampia; le riflessioni più scomode vengono esaminate senza timore, fino alla conclusione che «siamo abituati a immaginare il futuro convinti che saremo come siamo nel momento in cui lo stiamo pensando. Come se non dovessimo mutare, come se, nel frattempo, le cose della vita non dovessero succedere. È stupefacente come siamo ostinati a rifiutare la morte» (p. 11). 

Nel passato di Gelsomina, invece, pesa la morale del paese. Abortire è un peccato, e la donna invoca la Santa «senza mai sapere se stava tradendo Dio» (p. 34). Il conflitto tra fede e desiderio si inscrive in uno spazio preciso: Palermo. La città è una presenza costante, attraversata da odori, caldo e materia viva, dove «c’è qualcosa che si sente fremere da sottoterra, un’energia calda, un battito» (p. 44), e «le sue vene nascoste sottoterra pulsano perché vuole essere amata, lo desidera terribilmente. È per questa ragione che cerca di sedurti, fino all’inganno se è necessario. Ed è vendicativa» (p. 46). Come accade per Napoli in La pelle di Curzio Malaparte, anche qui il legame con la città è ambivalente, fatto di attrazione e repulsione. L’autrice riesce in questo atto d’amore a trasformare Palermo non in uno sfondo, ma in un vero e proprio personaggio, capace di sedurre, trattenere e respingere con la stessa intensità.

Con questo libro Anna Voltaggio passa dalla misura del racconto a quella più ampia del romanzo intrecciato. Le due linee temporali si sostengono e le voci restano riconoscibili; il punto di contatto tra le trame si svela soltanto alla fine, e proprio per questo la tensione narrativa non si disperde. Ne emerge un testo compatto, attento alle relazioni e ai luoghi, che tiene insieme dimensione intima e contesto sociale.

«Larga la foglia, stretta la via, dite la vostra che io ho detto la mia…». (p. 42) 

Leonardo D'Isanto