Hitler aveva finito con la torta, e spostò il vassoio su un tavolino, poi raggiunse Eva sul divano. Le alzò il mento e la guardò negli occhi: «Sarò il Führer di una nazione rivoluzionaria, devi esserne preparata. Tu, i tuoi genitori e tutto il popolo dovrete convincervi che la Germania nazionalsocialista sarà un grande movimento rivoluzionario, e il resto del mondo ci imiterà. Ne sei convinta?»«Sì» rispose, anche se non capiva il vero significato di quelle strane anticipazioni.«E sarai sempre dalla mia parte anche se arriveranno decreti e leggi di cui non condividerai i contenuti e gli scopi?»«Sarò sempre dalla tua parte, Adolf, lo giuro». (p. 39)
Quanto pesa la lacerazione interiore di continuare ad amare un uomo che si sta macchiando di nefandezze? Quanto contano il potere e la ricchezza nel tentativo di silenziare la coscienza? Sono domande che attraversano Eva. Un divano per l’eternità. Il libro è la biografia di una storia d’amore: quella tra Eva Braun e il Führer. Si conoscono quando lei ha diciassette anni e lui ne ha già quaranta. Eva è un’apprendista fotografa, mentre lui è un uomo potente, già noto e al centro della scena pubblica. L’autrice è Helga Schneider, scrittrice di origini tedesche, che ha fatto della memoria storica e delle ferite familiari il cuore della sua opera. indagando le responsabilità morali degli individui di fronte alla Storia.
La narrazione è affidata a una voce esterna, in terza persona, onnisciente, che non rinuncia a qualche anticipazione e accompagna il lettore scavando nella mente di Eva. È lì che Schneider mette in scena il processo lento e contraddittorio che porta la protagonista a scontrarsi con scrupoli morali e gelosie violente, subito rimosse dal ricordo di quel giuramento pronunciato sul divano di velluto rosso che dà il titolo all’opera. Ma anche i regali e la vita lussuosa che la cassa del Führer le elargisce generosamente fanno la loro parte nel silenziare la voce della coscienza. Su quel divano ha inizio la storia d’amore con l’uomo più potente d’Europa di quegli anni, e da lì prende forma una relazione segnata dall’obbedienza e dalla rinuncia.
La scrittrice non giudica né compatisce: si limita a raccontare come tutto avviene. Anche le figure secondarie partecipano a questo processo di normalizzazione del compromesso. Il padre di Eva, fervente credente e legato ai valori cristiani, accetta solo dopo diverso tempo (e dopo diversi regali) che la figlia possa essere l’amante di un uomo, sebbene si tratti di un politico potente. Ma la sorella Gretl, che a un certo punto della storia va a vivere con lei nella lussuosa villetta al Berghof, le parla sempre francamente:
«Non è forse vero? Ti mantiene un uomo molto ricco e molto potente».«Stai parlando del Führer! - la riprese Eva - Ed è l’uomo che amo!»«Già! - ribatté l’altra - Tu lo ami, ma lui ti lascia sempre sola, molto sola fino alla disperazione. Al punto che mi sono chiesta spesso per quale motivo lui abbia fatto tutto questo per te, comprarti perfino una villa! Ha dato a tutti l’impressione che tu fossi la sua compagna, mentre a volte ti dimentica per settimane, spassandosela a Berlino con donne più belle, colte e famose e di te. Famose, sì, perché tu sei solo l’amante segreta della quale nessuno deve sapere niente. Un’ombra di amante, seppure coperta di gioielli! (p. 74)
Il Führer continua la sua vita senza di lei sotto i riflettori e agli incontri ufficiali preferisce tenerla distante, per circondarsi di belle donne, attrici, registe, che spesso cadono ai suoi piedi, ma che lui usa solo per fini personali. Eva deve obbedire e accettare e questa rassegnazione la porta più di una volta a falliti tentativi di suicidio, al termine dei quali Hitler, forse preso da sensi di colpa, la copre sempre più di oro. Ma quando le scelte di lui si faranno sempre più inaccettabili e disumane la frase che conforterà la giovane donna, come quasi un mantra ripetuto all’infinito sarà: «Il Führer sa sempre cosa deve fare…».
Non era forse un concetto che finalmente anche lei avrebbe avuto adottare, e fino in fondo, mettendo da parte ogni remora? (p. 101)
Fino in fondo… e la storia è già nota, e tristemente, non serve ripeterla.
Alla narrazione propriamente romanzesca si alternano brevi inserti di carattere storico, dedicati ai principali eventi del periodo: dall’Anschluss all’aggressione della Cecoslovacchia, della Polonia fino a quella della Russia. Questi passaggi, distinti graficamente dal resto del testo attraverso l’uso del corsivo, interrompono il flusso dell’intimità. Sono degli excursus brevi e per nulla invadenti, che ho trovato necessari perché agiscono da efficaci raccordi, accorciando e collegando i principali eventi dell’ascesa di Hitler, ma soprattutto costituiscono un contrappunto essenziale al racconto intimo e privato della relazione tra i due amanti: questa alternanza crea una tensione equilibrata tra storia collettiva e dimensione personale che ho trovato davvero funzionale alla lettura.
Eva. Un divano per l’eternità non è solo la cronaca di una storia d’amore impossibile, ma una meditazione sulla capacità umana di convivere con la contraddizione e il male. Helga Schneider, con discrezione e rigore, ci mostra che amare non significa necessariamente assolvere, né tacere e ci ricorda quanto il confine tra amore e complicità possa essere sottile e doloroso. Di fronte alla Storia, bisogna mantenere viva la difficile domanda: come si ama quando l’oggetto del sentimento è anche portatore di male?

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