L’assassino sta scrivendo
Con L’assassino sta scrivendo, pubblicato da Bompiani nei primi giorni di gennaio, il panorama della nostra narrativa contemporanea si arricchisce di un nuovo, singolarissimo personaggio (e non solo per il nome ‘strano’, che sembra in qualche modo già preannunciarne l’originalità).
Nato dalla rielaborazione e dall’ampliamento de L’ombra fissa del cane (Astarte, 2024), il romanzo di Elena Campani ha infatti per protagonista Tuva Colmar, come recita l’illuminante e ironico sottotitolo, «una prof di poche parole ma dal fiuto eccezionale».
Tuva è una docente del prestigioso liceo linguistico Vittorio Solmi di Pisa («una prof»), che, a causa di un grave problema all’apparato fonatorio («di poche parole»), dall’insegnamento frontale è passata alla gestione della biblioteca d’istituto. Di questo fatto conosceremo la drammatica origine proseguendo la lettura, ma sin dalle prime pagine è chiaro che esprimersi le costa fatica («le sue frasi sembravano dei piatti rotti», p. 103), tanto è vero che normalmente preferisce comunicare scrivendo su un tablet.
Con quelle labbra che si aprivano e si chiudevano tentando di emettere suoni senza riuscirci correttamente, ricordava un pesce, o una cantante lirica in un video a cui è stato tolto l'audio. (pp. 9-10)
Le sue frasi erano molto brevi e sintetiche, aveva difficoltà a pronunciarle. Capii che stava trovando impegnativa la nostra conversazione e che aveva bisogno di preparare con leggero anticipo quello che stava per dire. (p. 10)
Benché Tuva non perda mai la capacità di ironizzare, in primis su se stessa, la situazione per lei è frustrante («quel costante tormento di non essere presa sul serio a causa della sua difficoltà», p. 273), limitante, invalidante, al punto da farla sentire inadeguata in ogni situazione, oggetto di pietà o, peggio, di scherno («quella spastica della Colmar», p. 66).
Ma questa umana fragilità è anche il punto di forza del personaggio: Tuva è sensibile, è empatica, ‘sente’ la sofferenza altrui, non solo nelle persone, ma persino nelle cose. Un asciugamano che sta per volare via o un «cactus sgangherato» (p. 85), ad esempio, diventano ai suoi occhi simboli di dolore universale.
Dice ancora il sottotitolo che questa prof è dotata di un “fiuto eccezionale”. In effetti, il libro racconta l’omicidio di una studentessa del liceo, avvenuto proprio nei pressi della biblioteca, e l’indagine tutta particolare che Tuva conduce parallelamente alle forze dell’ordine. La sua inchiesta, circa a metà della narrazione, parte da un’intuizione fulminante, apparentemente lontana anni luce dalle circostanze del delitto, ma che si rivela ben presto la pista giusta. A guidarla alla soluzione del caso, uno straordinario sesto senso, nonché un uso raffinato dell’olfatto e dello spirito di osservazione. La parola ‘fiuto’ non è utilizzata a caso: in questo romanzo in cui, soprattutto in alcune scene dialogate, le metafore e i modi di dire assumono un peso specifico a livello stilistico-lessicale, il termine ci riconduce automaticamente all’universo canino, che si rivela il vero filo conduttore di tutta la vicenda, percorrendola per intero, nelle illustri citazioni iniziali di ogni capitolo, nei riferimenti della voce narrante, nel ricordo insistente di Goya, l'amato pastore di Tuva.
La scrittura di Campani, infatti, è alta, consapevole; si muove con naturalezza tra i termini specifici del linguaggio scolastico e le conversazioni di Tuva con un amico speciale che non parla bene l’italiano; tra i tecnicismi della storia dell’arte e i brevi messaggini scambiati nelle innumerevoli chat di gruppo, richiamate anche dal (polisemico) titolo.
Attuale come non mai, l’omicidio della giovane Erika diventa subito un caso nazionale («Ormai tutta Italia era venuta a conoscenza della morte di Erika», p. 62). Diversamente rispetto a un più classico giallo, però, esso viene narrato non tanto dal punto di vista della polizia, quanto in base alle reazioni che inizialmente provoca tra i compagni di classe, i docenti, gli immancabili giornalisti d’assalto:
I media si erano gettati con esaltazione famelica sul corpo della studentessa e la gente assisteva a quella sorta di baccanale con la soddisfazione di chi aveva appena trovato un nuovo passatempo. (p. 62)
Per la prima volta vide nell’amica un tipo di coraggio diverso dal solito, la prodezza di chi non si sta difendendo in una tana, ma di chi sta attaccando in mezzo al nulla, ma è pronto a tutto. (p. 218)
Elide Stagnetti

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