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"Linguaggi della verità" di Salman Rushdie: un dialogo appassionato tra le memorie dell'autore e il potere della narrazione

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Linguaggi della verità
di Salman Rushdie
Mondadori, gennaio 2026

Traduzione di Gianni Pannofino

pp. 444
€ 22 (cartaceo)
€ 14,99 (ebook)


Confesso di aver sempre invidiato gli scrittori come Welty e Faulkner per la profondità delle loro radici, per la loro abilità di estrarre capolavori, nel corso di tutta la vita, dallo stesso minuscolo pezzo di terra. La mia vita è stata più errabonda della loro, e forse è per questo che i miei esordi letterari sono stati lenti e disseminati di errori. Mi ci è voluto tanto tempo per trovare la mia strada. (p. 82)

Le storie sono sempre esistite, molto prima che nascessero i libri. Linguaggi della verità, pubblicato da Mondadori, è un invito ad amare la lettura e a riscoprire la storia della nostra letteratura, entrando direttamente nella mente dell'autore Salman Rushdie. L'opera è una raccolta di saggi, interventi e conversazioni del Rushdie non soltanto scrittore ma soprattutto lettore: un lettore che da anni si interroga sul potere delle storie. Qui, la scrittura dell'autore originario di Bombay, si confronta con l'intrigante relazione letteraria tra immaginazione e verità. La struttura del libro è volutamente composita e non c'è una linea cronologica in cui orientarsi ma si spazia per nuclei tematici con al centro  sempre la stessa domanda: che cosa può fare la letteratura oggi? 

A questa domanda Rushdie risponde con la saggezza di chi conosce a fondo la tradizione e non smette mai di metterla in discussione. Quando scrive di autori amati, da Franz Kafka a García Marquez, da Italo Calvino a Toni Morrison, passando per James Joyce, Samuel Beckett, Günter Grass, Philip Roth e molti altri, il tono non è mai puramente celebrativo, ma emerge piuttosto la curiosità del lettore insaziabile, prima ancora che l'esperienza del romanziere affermato. Titoli come La metamorfosi e Il processo di Kafka, Cent'anni di solitudine di García Marquez, Se una notte d'inverno un viaggiatore di Calvino, Amatissima di Morrison, Ulisse di Joyce, Aspettando Godot di Beckett e Il tamburo di latta di Grass, o ancora Lamento di Portnoy di Roth, non compaiono come semplici citazioni ma come interlocutori vivi e attivi, chiamati a sostenere il lungo dialogo silenzioso tra lo scrittore e il lettore. 

L'autore spiega come inizialmente, nella sua giovinezza, non apprezzasse affatto la scrittura di Grass, abbandonando subito il suo Il tamburo di latta, soltanto per riscoprirlo poi in un età più adulta. Kafka, ad esempio, torna in più occasioni come metro di paragone per misurare la tenuta del fantastico dentro la realtà. E ancora colpisce il momento in cui Rushdie ricorda di aver scoperto García Marquez quasi per caso dopo che un amico gli fece notare quanto il suo esordio Grimus, scritto nel 1975 fosse molto simile a Cent'anni di solitudine (1967). La sua reazione fu disarmante: «Chi è Gabriel García Marquez?». Solo su ordine dell'amico, quello stesso pomeriggio, comprò il libro e ne notò l'effettiva affinità narrativa. Se però ha riservato parole di elogio per la leggerezza strutturale di Calvino o per l'uso del linguaggio di Orwell, non menzionerò le note poco lodevoli rivolte a romanzi come Twilight o Hunger Games, non risparmiando nemmeno Harry Potter, richiestogli suo malgrado come dono dal figlio undicenne.

La sua è infatti una forma di critica narrativa in cui l'analisi si intreccia con gli aneddoti e la riflessione più seria si scopre ricca di improvvisazioni autobiografiche. Il tutto in una splendida armonia, senza mai risultare (troppo) prolissa. C'è da dire che il suo gusto per l'ironia alleggerisce con facilità i passaggi più densi, e la sua voce resta sempre riconoscibile. Basti pensare all'esilarante episodio della cena con la sua compianta amica Carrie Fisher e Peter Farrelly, in cui racconta loro della macabra collezione di oggetti custoditi da un dentista da poco deceduto. Oltre alla camicia macchiata di sangue del presidente Lincoln, tra questi tesori, era addirittura custodito il pene di Napoleone. Purtroppo il tentativo di accaparrarsi tale cimelio storico non andò a buon fine e smontò i loro desideri di «ripristinare l'integrità dell'imperatore» e farne un documentario.

Il lessico è sorprendentemente accessibile, ma non ammette distrazioni, perché sotto la superficie scorre una stratificazione culturale tale da richiedere attenzione e partecipazione continue. Non tutti i contributi hanno la stessa forza narrativa, credo sia inevitabile in una raccolta così ampia. Eppure il libro restituisce un ritratto sempre coerente col pensiero rushdiano. I suoi temi cardinali sono la difesa della libertà espressiva, la diffidenza verso ogni forma di ortodossia, e soprattutto la convinzione che le storie non siano mai innocenti, ma anzi che siano strumenti con cui comprendiamo, o troppo spesso deformiamo, la realtà. In riferimento soprattutto alla sua lotta per la libertà di espressione, ben si avverte tra le pagine l'esperienza di chi ha pagato sulla propria pelle il prezzo della parola libera senza mai cedere alla retorica della vittima. Qui si sente fortissimo il Rushdie post-fatwa, in cui resta però centrale la convinzione che la letteratura debba poter dire tutto, anche ciò che disturba. Per approfondire, consiglio la lettura di Coltello (Mondadori, 2024).

Particolarmente riuscite sono le pagine in cui l'autore riflette sul mestiere dello scrittore: qui la dimensione letteraria si fa più intima e si intravede l'artigiano della parola. E, in questo, la raccolta trova la sua forza vincente, perché mette in scena il movimento continuo della mente di Rushdie, lasciando nel lettore la sensazione di aver assistito con incanto ad una colta e appassionata conversazione sulla letteratura e sul mondo. 

Come molti altri giovani, a quei tempi oscillavo tra la spavalderia e il panico, tra periodi di totale disorientamento e momenti di grazia in cui avevo la certezza che il mondo fosse sul punto di aprirsi per me come un fiore. Io non dovevo far altro che prendere la mia retina, come un collezionista di farfalle nabokoviano, e catturare le storie sfuggenti che aleggiavano da qualche parte dentro di me. (p. 95)

Per chi già ama Rushdie, questo volume è un tassello prezioso da custodire nella propria biblioteca. Per chi invece non ha ancora provato a scoprirlo, può essere un ottimo punto d'ingresso per capire da dove nasca, e dove continui a spingersi, la sua idea di racconto. 

Carlotta Lini