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Paul Preuss, l'alpinista dell'ideale nel libro di David Smart

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Paul Preuss. Il signore dei precipizi
di David Smart
Corbaccio, 2025

Traduzione di Clara Mazzi

pp. 215
€ 24,00 (cartaceo)
€ 9,99 (e-book)


Paul viveva per impersonare i suoi ideali col minor numero di compromessi possibili (p. 140).

Non sono moltissimi coloro, nemmeno tra gli appassionati della montagna, che possono dire di sapere esattamente chi fosse Paul Preuss. Eppure dagli anni Venti del Novecento in poi si parlava di lui con reverenza. I grandi scalatori, da George Mallory, che legò il suo nome all'Everest, a Hans Dülfer, da Tita Piaz, "il diavolo delle Dolomiti", a Giusto Gervasutti, da Willo Welzenbach fino a Reinhold Messner, si riferivano a lui con soprannomi e aggettivi quali "il maestro completo", "ineguagliabile", "il cavaliere delle montagne più fantastico di tutti i tempi e di tutte le nazioni", "un essere quasi sovrannaturale, nato per la roccia", "il dominatore della montagna", "il maestro insuperabile dell'arrampicata pura", "impareggiabile", "l'alpinista dell'ideale", "insuperato e insuperabile". Poi la sua figura venne messa in discussione e soprattutto vennero superate le sue idee rigorose di un'arrampicata pura, etica, nuda, senza compromessi, laddove questi si chiamino chiodi o aiuti di altro genere. Se non in condizioni di assoluta emergenza. Qualcuno definì la sua etica di scalata estremista e inapplicabile. Come forse dimostrò la sua morte, a soli 27 anni, nell'ottobre del 1913, sulla parete Nord del Mandlkogel. In free solo, come sempre. Senza chiodi, imbragature, corde, ausili. Solo con le sue mani e i suoi piedi. Un personaggio forse divisivo, quindi, per certi versi, una divinità o un pazzo, una figura di cui recentemente si sta recuperando la grandezza.

A dare una spinta alla rivalutazione di questo grandissimo eroe austriaco dell'alpinismo, il libro di David Smart, Paul Preuss. Il signore dei precipizi, edito nel 2025 da Corbaccio. Un volo lungo più di 200 pagine che porta il lettore su tutte le cime più affascinanti delle Alpi, dall'Austria natia alla Svizzera, dalla Germania all'Italia.

David Smart, alpinista canadese, scalatore, scrittore, autore di biografie sui più grandi alpinisti, direttore editoriale di riviste specializzate in alpinismo, racconta la figura di Paul Preuss a tutto tondo. Il libro parte come una biografia e a questo genere appartengono le notizie della breve vita dello scalatore austriaco, dall'infanzia nell'Altaussee, agli anni della formazione viennese, gli anni dell'università, dalle prime scalate alle imprese eroiche, fino ai tempi delle conferenze che riempivano all'inverosimile le sale dei circoli alpinistici dell'epoca. Ricercatissimo, ammirato, temuto, venerato. Paul Preuss era il signore delle montagne. Ma il libro di Smart non si limita a essere una biografia. Tante pagine sono dedicate alla ricostruzione dell'ambiente alpinistico dell'epoca, ai personaggi che lo popolavano, alle dispute che dividevano i più famosi rocciatori, sulle quali poi tornerò, al clima culturale dell'inizio del Novecento. Un grande lavoro di contestualizzazione storica dal quale emerge, come un monolite, la figura di questo alpinista magro, scattante, mai fermo e mai domo. Radicale nelle sue scelte, intransigente con gli altri, ma anche e soprattutto con se stesso. In un libro che si fa quindi biografia, saggio storico, saggio alpinistico, non mancano di certo le ricostruzioni appassionate delle sue imprese. Manca però, a mio parere, quel passo in più, a livello di rotondità di scrittura, che avrebbe potuto renderlo più  simile a un romanzo. Senza tralasciare nessuna verità, senza inventare nulla. Forse è anche ingiusto chiederlo a un autore come Smart che romanziere non è, ma, secondo me, la vita di Paul Preuss fu talmente avventurosa che si poteva tentare anche un approccio di questo genere. La scrittura rimane un po' spigolosa. Soprattutto nella prima parte è un affastellarsi di nomi stranieri di scalatori o di vette che rischia di mettere in difficoltà un lettore poco avvezzo alla scrittura alpinistica. Allargare la platea dei possibili lettori poteva essere un'impresa possibile.

Ma torniamo ai temi del libro, il cui punto di forza è l'introduzione della riflessione etica sull'alpinismo e della filosofia dell'arrampicata. Smart mette a stretto confronto gli scalatori del tempo, un dialogo dal quale esce tutta la radicalità della visione di Preuss. Che fu il primo scalatore a codificare per iscritto una filosofia dell'arrampicare, un'etica dello stile. La famosa "disputa dei chiodi" sull'utilizzo o meno di questi strumenti, contro i quali Preuss si scagliava ferocemente, che lo vide contrapposto ad altri grandi scalatori del calibro di Tita Piaz, il nostro alpinista fassano, o a Franz Nieberl, viene ricostruita con grande dovizia di pagine e restituisce il senso di una visione morale dell’alpinismo, in cui, secondo Preuss, la difficoltà deve essere affrontata con coerenza in base alla propria capacità personale, che diventa l'unico mezzo da utilizzare. L'uso dei chiodi diventava così un tradimento dello spirito della montagna e dell'arrampicata. Ogni scalatore doveva fare affidamento esclusivamente sulle sue capacità fisiche e mentali. Che lui stesso allenò e affinò incessantemente. Fin da piccolo, quando una forma di poliomielite rischiò di paralizzarlo e solo la fortissima determinazione, la tenacia, la presenza della madre e la montagna riuscirono a sconfiggere.

La filosofia di Piaz era più pragmatica e sosteneva che un uso razionale dei chiodi poteva essere ammesso per evitare situazioni di pericolo e che un'etica troppo rigida poteva diventare un rischio per se stessi e per altri. In realtà, Preuss non intendeva spingere nessuno a correre pericoli, bensì l'esatto contrario. Tra le sue tesi, chiamate proprio così, quasi a ricordare il rigore luterano, si poteva leggere: "Le tue capacità di scalata non devono essere equivalenti a quello che stai per accingerti a fare, ma superiori" (p. 153). Oppure "Il grado di difficoltà che uno scalatore è capace di eseguire in sicurezza disarrampicando e che lo rende tranquillo di sé con scioltezza, deve anche essere il grado massimo di ciò che lui scala salendo" (p. 152). Ed era molto dispiaciuto che qualcuno potesse pensare a lui come un incosciente. Si legge nei suoi diari: "Mi prenderanno sicuramente per un pazzo scatenato, per il quale nulla è sacro, né la propria vita né quella di terzi". 

Può far sorridere pensare adesso a una disputa di questo genere fra "anime pure", potremmo dire, adesso che la montagna è quasi pensata come parco divertimenti. Adesso che persino le scalate sull'Everest possono essere alla portata non dico di chiunque, ma di molti che, pagando, possono permettersi di sfidare il destino. 

Le pagine più immaginifiche del libro sono quelle che raccontano, quasi con venerazione, delle scalate in free solo di Preuss, delle sue imprese. Tra le quali forse la più leggendaria rimane l'ascesa al Campanile Basso, la guglia iconica che, con i suoi 2.877 metri, si staglia al centro delle Dolomiti di Brenta, a lungo considerata inaccessibile proprio per la sua conformazione. Preuss non fu il primo ad arrivare in cima, ma fu il primo ad arrivarvi, lungo l'ancora inviolata parete Est, senza chiodi e senza corde nel luglio del 1911.

La scalata mise a confronto l'abilità di Paul e il suo coraggio con la mortalità, la fragilità della sua mente che non era mai vuota quando scalava in solitaria, con l'immagine che aveva di sé stesso in quanto uomo e scalatore che poteva fare cose incomparabili. Fino a quando Paul sentiva il Campanile mordergli le dita e le mani, mentre era intento a trasportare il suo peso verso l'alto, lui era il signore del vuoto sotto di lui (p. 135).

Ma tante altre furono le vette raggiunte dallo scalatore che scrisse la storia dell'alpinismo, le Cime di Lavaredo, Punta Emma, il Totenkirchl, l'Hochtor, la Torre Winkler e altre ancora.

Il libro di David Smart, accurato, preciso e arricchito da un bell'apparato iconografico e dai brani dei diari di Preuss stesso, è tra i più completi sulla figura del "signore dei precipizi". Ed esce quasi quarant'anni dopo il volume che Reinhold Messner dedicò all'alpinista austriaco, L'arrampicata libera di Paul Preuss. Libera, come era libero Preuss quando poteva salire sulle sue amatissime vette.

Sabrina Miglio