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Ognuno sta solo nel cuore dell'apocalisse. Quattro generazioni tra la Terra e Marte in "Futuri terrestri" di Joe Mungo Reed

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futuri terrestri joe mungo reed

Futuri terrestri
di Joe Mungo Reed
NNEditore, febbraio 2026
 
Traduzione di Michele Martino
 
pp. 304
€ 19,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

Papà dice spesso che sono troppo seria, e io gli rispondo, scherzando solo a metà: «Non ho chiesto io di nascere durante l'apocalisse». (p. 59)

Tra il 2025 e il 2110 si susseguono quattro generazioni familiari: non sembra un lasso di tempo molto lungo, ma è quanto basta perché la storia inizi sulla Terra e si concluda su Marte, dove la prima colonia di esuli sta cercando di rendere il pianeta rosso la nuova casa dell'umanità, dopo che la prima è stata lasciata morire per incuria e per non aver preso le decisioni giuste nei tempi giusti.
Hannah, nel 2025, sa già che, se non si agisce al più presto, il pianeta è destinato alla morte: quando un viaggiatore del tempo emerge dal mare per spiegarle che la sua idea sulla fusione nucleare è la strada giusta, inizia a lavorare senza sosta per portare avanti le sue teorie. 
Andrew, nel 2057, è un politico e un attivista che sa che il greenwashing non serve a nulla e bisogna incentivare tecnologie pulite per fermare l'acidificazione dei mari. La cosa importante è che le tecnologie non vengano gestite da aziende private che hanno come scopo il profitto personale e realizzare una colonia su Marte.
Kenzie, nel 2071, fa parte di gruppi di ricerca universitari che non riescono a far funzionare il modello di fusione nucleare. Gli studi di sua nonna erano a buon punto, ma servono capitali che solo l'industria privata può mettere a disposizione.
Roban, nel 2098, è parte della prima generazione nata su Marte. Il pianeta che sua madre chiama "Casa" per lui è relegato ai video di storia e non ha mai visto una nuvola. Ma l'avveniristica colonia marziana non è ancora adatta a reggere lo sviluppo della vita e l'azienda privata che la possiede si sta strutturando come un governo dai tratti autoritari.
Sono quattro generazioni connesse, ma isolate nella loro bolla temporale: anche se tendono tutte allo stesso obiettivo, la diversa scelta di strade per raggiungerlo porterà a piccoli multiversi in cui ciascuno coltiverà il proprio giardino senza alzare lo sguardo oltre la staccionata.

Se, in una stanza con venti persone, chiedessimo a ciascuna di loro come mettere a punto un piano a lungo termine per il bene dell'umanità, otterremmo, probabilmente, venti risposte e venti soluzioni diverse. Questo perché ciascuna avrebbe le proprie idee e le proprie priorità, frutto del personale filtro interpretativo. Anche ponendo un preciso obiettivo, per esempio, l'arresto della crisi climatica, ciascuna darebbe una soluzione diversa. Qualcuna di queste persone avrebbe ragione? Chi vincerebbe, ammesso e non concesso che questo sia possibile? 
Il titolo Futuri terrestri di Joe Mungo Reed è un romanzo con una parte di fantascienza, ma si tratta più di una storia generazionale in cui si ragiona di incomunicabilità anche tra persone legate da vincoli familiari e che condividono lo stesso obiettivo. 
Andrew e Kenzie sono le due figure che vivono il centro dell'apocalisse, il momento in cui si passa la china del non ritorno, anche se il mondo è ancora vivibile. Apro un piccolo inciso per dire che non si tratta di un romanzo apocalittico distruttivo: non c'è un evento definitivo, ma una progressiva abitudine agli eventi catastrofici. Quando a Glasgow piove per oltre un mese, la gente dice che è il classico tempo della città. La piega biblica distruttiva viene percepita solo dopo un po'. Proprio come anche noi ci siamo abituati alle tempeste estive, al caldo immobile che dura per giorni per poi sviluppare trombe d'aria che, fino a pochi anni fa, vedevamo solo nei documentari di terre che si affacciano sugli oceani. 
Andrew ripone ancora fiducia nelle istituzioni, è parte di un movimento politico che sa di poter cambiare le cose e i sondaggi sembrano dargli ragione. Kenzie, sua figlia, che da ragazzina è stata più volte coinvolta nelle sue lotte politiche, ha visto fallire troppi gruppi di ricerca. I capitali messi a disposizione da Tevat, l'azienda che vuole colonizzare Marte – ogni riferimento è puramente casuale – appaiono come una concreta possibilità.

«Avremmo un po' di spazio in un innovation campus. E dei soldi. Un sacco di soldi, in realtà. Potremmo sviluppare le nostre idee».
Papà fa un verso di disapprovazione. «Ma loro avrebbero dei diritti sul vostro progetto».
«Se funziona, funziona. Sarà nel mondo. Poi si può discutere di chi lo usa». (p. 78)

Così discutono e, vista la realizzazione della colonia, verrebbe da dire che il dibattito su come salvare l'umanità lo vince chi detiene il capitale. Sembra un uroboro, dove il sistema che causa il collasso è anche l'unico con i mezzi per sopravvivere. O meglio, per far sopravvivere solo qualcuno. 
Kenzie e Roban, ormai alla fine del processo e abitanti della colonia, vivono lo stesso problema di incomunicabilità, sintetizzato alla perfezione dall'incapacità di Roban di comprendere la madre. 

Se vuole dire che non ha il controllo di una situazione, mamma dice di sentirsi "in balia delle onde". Ma cosa significa su un pianeta dove l'acqua si estrae solo in profondità nella roccia, viene pompata nei tubi della Colonia e conservata in fontane, vasche e lavandini? (p. 36)

Tutto l'immaginario di Kenzie, come il giocare con i pupazzi dei dinosauri quando era bambina, sono al di fuori della comprensione del figlio. Persino il loro modo di misurare il tempo è diverso. Questa incomunicabilità tra le generazioni collegate porta alla solitudine. 
Andrew si vede abbandonato dalla madre che pensa ai suoi studi; Kenzie non può seguire il padre sulla sua strada politica e cresce da sola; Roban deve trovare un percorso che non coinvolga la madre. 
Solo chi è ai poli opposti pare avere più possibilità di capirsi. Hannah vede la tragedia che sta per verificarsi; Roban è nato dopo e, quando vede la crescita dello spazio cimiteriale sulla colonia, si chiede se non c'era un modo per evitarlo. Ma le Cassandre e il saggio senno di poi possono poco, presi singolarmente.

Quindi ognuno sta solo sul cuor della terra? Per la maggior parte del tempo, sì, ma c'è un filo d'erba che buca l'asfalto. Andrew si rifiuta di disconoscere la figlia quando lei parte per Marte, anche se il contraccolpo politico sarà senza pietà. Roban accetta l'orologio analogico di Kenzie. Come l'uroboro, tutto è collegato: la terrestrial history – così il titolo originale dell'opera – è scritta a più mani. Non è, però, una questione di salvezza assoluta, di riportare la Terra allo stato ottimale: forse non è nemmeno più possibile. Come ragiona Andrew, negli ultimi anni di vita del pianeta, «non si tratta di sopravvivere per sempre. Ma finché ne vale la pena» (p. 251).

Giulia Pretta