«In passato, il potere era in mano a chi aveva accesso alle informazioni. Oggi avere potere significa sapere cosa ignorare, saper distinguere fra troppe notizie che ti crollano addosso… È questo che bisognerebbe spiegare alla gente, non vi sembra?». (p. 121)
Il mondo senza inverno di Bruno Arpaia è un romanzo sul potere e sui limiti della tecnologia. Sequel di Qualcosa, là fuori (Guanda, 2016), prosegue la transumanza verso un altrove ritenuto più abitabile, ma sposta con decisione il fuoco dal solo disastro climatico ai meccanismi che regolano il controllo, la selezione e l’esclusione nel mondo contemporaneo. I protagonisti si muovono in un’area scandinava divenuta centrale nei nuovi equilibri geopolitici e climatici e, nel futuro immaginato da Arpaia, il potere non coincide più con il possesso dell’informazione, ma con la capacità di filtrare. Governare significa scegliere cosa conti e cosa possa essere ignorato; è un potere che si fonda su una dipendenza crescente dalla tecnologia, mostrata però come elemento strutturalmente fragile, poiché «quanto più una società si affida alla tecnologia, tanto più è fragile, tanto più è vulnerabile» (p. 142). Basta un evento inatteso, anche minimo, perché l’intero sistema perda equilibrio. Il collasso assume una forma estesa, che oltrepassa l’ambito climatico e coinvolge il funzionamento politico e sociale della comunità, fino a riflettersi sul modo in cui il mondo viene pensato e condiviso.
All’interno di questo quadro si inserisce la divisione tra cittadini A, B e C, che rende visibile una gerarchia fondata sull’accesso al benessere. I cittadini C, esclusi dalle zone privilegiate, assediano le aree riservate, dando vita a una rivolta che richiama l’immaginario di altre distopie contemporanee. Qui lo scontro non è soltanto contro il sistema in astratto, ma contro un ordine in cui il denaro consente di potenziare gli esseri umani, garantendo «capacità fisiche e mentali inaudite e vite più lunghe del normale» (p. 28). La disuguaglianza non è più solo economica, ma biologica.
In questo contesto emerge con forza il tema della superfluità:
«Sentirsi inutili è peggio che sentirsi sfruttati». (p. 14)
Chi si percepisce come eccedenza rispetto al sistema diventa potenzialmente pericoloso, perché privo di un ruolo riconosciuto. La comprensione del mondo, suggerisce il romanzo, dipende allora dalla posizione occupata all’interno di questa gerarchia, in quanto «sposti un po’ il punto di vista e cambia completamente il modo di capire il mondo» (p. 42).
Lo stile di Arpaia alterna con continuità la terza persona alla prima dei diversi personaggi. L’attenzione è rivolta soprattutto alla costruzione del nuovo mondo – assetti geopolitici futuri, trasformazioni climatiche, ipotesi storiche dei nuovi continenti – e la narrazione procede per accumulo e stratificazione più che per sviluppo di una trama serrata, privilegiando la solidità dell’impianto rispetto alla tensione narrativa. In questo senso si avverte l’assenza di una figura centrale come Livio, protagonista del romanzo precedente, anche se la sua presenza continua a riverberare simbolicamente attraverso l’urna che ne custodisce le ceneri. Alcuni passaggi risultano particolarmente premonitori, soprattutto quelli dedicati alla competizione internazionale per le risorse rese accessibili dallo scioglimento dei ghiacci, in aree come Groenlandia, Canada e Alaska. La scrittura fa ampio uso dell’aggettivazione e chiude spesso i paragrafi con descrizioni del paesaggio, in particolare attraverso immagini ricorrenti di luce, buio e luna, che diventano una sorta di marchio formale del testo.
Nel suo insieme, Il mondo senza inverno dà l’impressione di funzionare come un testo di passaggio. Più che chiudere definitivamente il percorso avviato con Qualcosa, là fuori, il romanzo sembra costruire un ponte verso un possibile terzo libro, chiamato a tirare le fila in modo più risolutivo di un progetto narrativo che qui rimane volutamente aperto. In questo senso, la conclusione non cerca una sintesi, ma accetta la coesistenza di traiettorie diverse, individuali, e la possibilità, in un futuro, di riconciliarsi.
«Così è la vita: mentre qualcuno va incontro alla morte, altri accarezzano la felicità». (p. 161)
Leonardo D'Isanto

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