in

Evadere dal grigio nel proprio "castello blu": riscoprendo l'opera di L.M. Montgomery

- -





Il castello blu
di Lucy Maud Montgomery
Jo March, 2017

Traduzione di Elisabetta Parri

pp. 240
€ 14.00 (cartaceo)
€ 3.99 (ebook)

Vedi il libro su Amazon

Una quotidianità grigia, un castello blu

Valancy Stirling non ha mai chiesto molto dalla vita, e la vita del resto sembra averle dato ben poco. Ha ventinove anni e non è sposata, evento che nella piccola comunità di Deerwood equivale più o meno a una condanna definitiva. Il suo ruolo, all’interno del clan Stirling, che difficilmente si può considerare famiglia, date le dinamiche che lo governano, è quello ora di mite ricevitrice delle lamentele altrui, ora di bersaglio di interminabili e per lo più sgradevoli facezie. Nessuno intravede in lei altro che la minuta, timida Doss, indegna persino di essere chiamata col suo nome di battesimo e grande delusione delle ambizioni parentali. Nulla in confronto con la bella, brillante Olive, che sembra avere tutto ciò che a lei manca. Nessuno sospetta in Valancy una certa ironia nascosta, un fervore della mente che si agita al di sotto di una superficie immota.

Valancy, così intimidita e sottomessa e ignorata e snobbata nella vita reale, si concedeva un'esistenza piuttosto splendida nei suoi sogni quotidiani. […] Valancy aveva due case; la brutta abitazione di mattoni rossi a forma di scatola in Elm Street, e il castello blu in Spagna. Sin da quando era capace di ricordare, Valancy aveva sempre vissuto spiritualmente nel castello blu. […] Nel castello si trovava tutto ciò che c’era di meraviglioso e bello. […] La maggior parte degli Stirling, se non tutti, sarebbe morta per l’orrore se avesse saputo la metà delle cose che Valancy faceva nel suo castello blu. (p. 33-34)
La bruttezza del contesto è una malattia che affligge l’anima, per questo Valancy ha cercato evasione, fin dalla più tenera età, nella lettura, in particolare quella dei libri del naturalista John Foster, oppure nel regno della fantasia, nel suo castello blu, ovvero in tutto ciò che l’avrebbe potuta trasportare oltre le mura della casa, vetusta e sgraziata, in cui è senza rimedio costretta a vivere con la madre vedova e la zia zitella. Adesso, però, tanto la opprimono lo squallore quotidiano e la malinconia, il senso di una predestinazione a una lunga esistenza priva di felicità, che anche il castello blu sembra esserle inaccessibile. Proprio la percezione improvvisa, in una piovosa mattina di maggio, della propria inutilità, la spinge a prendere un’iniziativa inconsueta, all’insaputa dei famigliari: si reca in visita dal medico del paese per sottoporre alla sua attenzione alcuni sintomi cardiaci che la preoccupano, e ne riceve una diagnosi definitiva e senza speranza.

Un roseto che non fiorisce

Nel mezzo di un’esistenza grigia, Valancy inizia a provare i suoi primi sentimenti forti, non mediati né repressi, proprio nel momento in cui sente quest’esistenza scivolare via. Paradossalmente, la ragazza inizia a vivere davvero come un individuo nell’istante in cui l’orizzonte della sua vita si accorcia bruscamente.

Quella notte Valancy non dormì. Restò sveglia per tutte quelle interminabili e tetre ore, pensando e pensando. Fece una scoperta che la sorprese: lei, che in vita aveva avuto paura quasi di tutto, non temeva la morte. Non le sembrava affatto terribile. E adesso non c'era alcun motivo per cui dovesse temere qualcosa. Perché aveva avuto paura? A causa della vita. (p. 66)

La notizia della malattia le fa avvertire dapprima un senso di libertà, nella consapevolezza di non aver molto da perdere, poi la ribellione, «non perché non avesse alcun futuro, ma perché non aveva nessun passato» (p. 67). Lei è come il suo cespuglio di rose, coltivato ma mai sbocciato, e quindi non realizzato appieno, quel cespuglio di rose che ha orrendamente mutilato, in preda a una rabbia che facilmente si legge dall’esterno come proiezione. Il compito del roseto è di fiorire, così come il suo è quello di rivendicare il proprio spazio, il proprio diritto a decidere per sé. Questo diritto si esercita fin da subito nella scelta di non dire a nessuno della propria condizione, in seguito nella volontà di non accettare più compromessi, di non essere più arrendevole e ligia al dovere, di non vivere più «un’esistenza di seconda mano» (p. 73).

Valancy inizia a macchiarsi del reato peggiore nell’ottica del clan Stirling: l’insubordinazione rispetto alle regole consolidate e l’espressione libera del proprio pensiero. L.M. Montgomery regala dialoghi taglienti, caustici, in cui la nuova Valancy oppone ragione e pragmatismo ai vezzi e alle rigidità dei parenti, travolgendo la routine rassicurante e consolidata dei pranzi di famiglia. Lo sconvolgimento degli Stirling è tale da portarli a pensare a un’improvvisa pazzia della figlia e nipote, purtroppo non ancora tanto grave da giustificare un internamento, e quindi una sua rimozione dal tessuto famigliare.

Oltre il limite dove la vita inizia

Per la donna, la liberazione non comporta solo una caduta delle inibizioni verbali, ma prevede come esito inevitabile un allontanamento, o meglio un decentramento: Valancy abbandona il tetto materno per recarsi ai margini della “landa desolata”, dove vivono gli ultimi tra gli ultimi, i reietti e gli emarginati, e dove forse si annida la vita reale. Si offre quindi di fare la governante per il vecchio Roaring Abel, l’ubriacone del paese, di assistere sua figlia Cecily, rovinata da una gravidanza illegittima e ora gravemente malata di tubercolosi, e si avvicina al sardonico, misterioso Barney Snaith, sul cui conto girano molte storie, tutte inquietanti o disdicevoli. In un contesto non gravato dalle rigide imposizioni degli Stirling e in cui anche le convenzioni borghesi si allentano, Valancy inizia la propria lenta metamorfosi, che è mentale, ma anche fisica.

La bella prefazione di Valeria Mastroianni e Lorenza Ricci mostra come, a differenza delle altre opere dell’autrice, questa non si possa configurare come un romanzo di formazione: la protagonista è infatti già formata, deve piuttosto decostruire tutto ciò che ha imparato, le fondamenta di un’educazione superficiale, formale e spesso ipocrita, per poter fare esperienza di qualcosa di diverso, di finalmente vero. E lo fa, non a caso, riavvicinandosi alla natura, dalla quale cui era sempre stata attratta, anche grazie alle parole di John Foster. Lo fa scegliendo la via dello scandalo, proponendosi in moglie a Barney Snaith e facendosi portare da lui nella sua casetta di legno, su un’isola nel lago Muskoka. Questa casa, inizialmente sciatta, poi progressivamente trasformata in nido accogliente, diventa per Valancy il castello blu, il luogo dei sogni in cui tutto è possibile, anche la felicità. La prosa di Montgomery si impenna nella descrizione della natura incontaminata dell’Ontario, di paesaggi che lei stessa ha visitato e amato.

Ottobre, con uno splendido sfoggio di colori attorno al Mistawis, nei quali Valancy si immerse con tutta l'anima. Mai aveva immaginato qualcosa di tanto meraviglioso. Una grande pace colorata. Cieli blu spennellati dal vento. La luce del sole assopita nelle radure di quella terra fatata. Delle lunghe giornate irreali trascorse a percorrere i litorali con la loro canoa e a risalire i fiumi color cremisi e oro. Un'assopita e rossa luna piena. Delle magiche tempeste che strappavano le foglie dagli alberi e le ammucchiavano lungo le sponde. Ombre di nubi in movimento. Che cosa potevano avere le terre rispettose e opulente lì di fronte in paragone a tutto questo? (p. 179)

Una rinascita reale e simbolica

Lo scorrere delle stagioni segna le tappe di una continua rinascita, letteralmente di un nuovo venire al mondo per la protagonista, che scopre tutto per la prima volta, tutto ammira, di tutto si meraviglia. Immersa in questi paesaggi, Valancy inizia a condurre un’esistenza mitica, primigenia, rigenerata, e si muta quasi in uno spirito dei boschi, un elfo fatto della stessa sostanza dei luoghi cui appartiene. Lo stesso Barney la ribattezza a questa nuova essenza, iniziando a chiamarla Moonlight, “chiaro di luna”. L’energia della natura, che vibra anche negli scritti illuminanti di John Foster, serpeggia nelle sue vene e le restituisce ciò che mai aveva avuto prima. Si rovescia quindi l’amara constatazione che aveva aperto il romanzo, la citazione biblica che aveva segnato negativamente la sua esistenza precedente: “a colui che ha sarà dato e a colui che non ha sarà tolto anche quello che ha”.

La quotidianità degli Stirling, frattanto, non muta nell’assenza di Valancy: restano gretti, meschini, pettegoli, del tutto incapaci di cambiare, contrappunto evidente alla mobilità di tutto ciò che esiste fuori da Deerwood, al flusso che culla e accompagna la giovane fuggitiva verso la forma più piena del sé.

Valancy, aggirandosi per i negozi di Deerwood, incontrò lo zio Benjamin per strada, tuttavia lui si accorse soltanto due isolati più avanti, che quella ragazza con il vestito dallo scollo scarlatto, le guance arrossate per la frizzante aria d'aprile e la frangia di capelli neri sui ridenti occhi allungati, era Valancy. Quando ne fu consapevole, si indignò. Come osava Valancy apparire così... così... così giovane? La strada del trasgressore era difficoltosa. Doveva esserlo. Castigata e conforme alle Sacre Scritture. Eppure il cammino di Valancy non poteva essere arduo. A guardarla, non dava quell'impressione. C'era qualcosa di sbagliato. (p. 190)

La loro posizione si ammorbidirà nei confronti della nipote, senza in realtà cambiare affatto, solo quando un colpo di scena del tutto inaspettato (per loro, non per il lettore) spiazzerà le loro prospettive, rivelando in modo ancora più evidente il loro opportunismo e la loro aridità di spirito.

Fuori dal tempo, dentro al tempo

Il castello blu è un romanzo delicatamente desueto, in cui alcuni tratti, soprattutto relativi al rapporto tra i sessi e ai desideri di una giovane donna, possono certamente apparire superati; eppure la narrazione scalda il cuore come sanno fare solo alcuni di quei testi scoperti e amati durante la giovinezza. Non è necessario identificarsi con la protagonista per poter parteggiare per lei, per la sua liberazione e il suo rinnovamento, con ogni fibra di sé. Anche perché Il castello blu è in prima istanza una storia di autodeterminazione, di empowerment femminile, come forse di direbbe oggi, ma è anche una storia di grandi sentimenti. Come nei romanzi di Jane Austen, la protagonista non si realizza tramite l’amore, ma l’amore è un frutto della sua realizzazione come giovane donna. Per questo la lettura è adatta anche a un pubblico giovane, purché mantenga uno sguardo romantico e un po’ idealistico sul reale. A tutti, il finale, che arriva in coda a una serie di traversie di cui non si può proprio scrivere, ricorda un messaggio forse non nuovo, ma certo non passato di moda: l’importanza primaria di vivere la propria vita in prima persona, di fare esperienze intense, totalizzanti, le uniche cose che mai ci potranno essere espropriate e che resteranno sempre, stabilmente, nostre.

Carolina Pernigo