martedì 12 giugno 2018

"Matti per sempre" - Intervista a Gabriella Lanza e Daniela Sala (prima parte)


Quarant’anni fa, il professor Franco Basaglia promosse la riforma psichiatrica che, con la Legge n. 180 del 13 maggio 1978, decretò la chiusura dei manicomi in Italia. Fu una svolta epocale per un Paese in cui esistevano 76 ospedali psichiatrici, dove “cura” e “terapia” erano spesso sinonimo di “tortura” e “costrizione”.
La Legge Basaglia non ha cambiato soltanto il profilo del nostro servizio sanitario, ma ha ispirato un mutamento radicale nell’approccio alla malattia mentale, inedito e rivoluzionario, che si può riassumere con le parole dello stesso psichiatra: “La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia”. Violentare la società, questo è il primario obiettivo della riforma psichiatrica, violentarla per costringerla ad accettare il “diverso” come un “simile”, un altro possibile “me”.
Ma basta davvero una legge per liberarsi della paura dell’“altro”?

Ed è sufficiente chiudere i manicomi per assicurare il rispetto della dignità del malato mentale?

Maria Gabriella Lanza e Daniela Sala si sono interrogate a questo proposito, e hanno interrogato la nostra società, per scoprire cosa è successo alle migliaia di internati che, all’indomani dell’approvazione della legge, hanno lasciato i manicomi per cominciare una vita altrove. Ne è nato un web doc dal titolo evocativo “Matti per sempre”, (https://mattipersempre.it/) che è un pugno al cuore e una carezza alla mente: una raccolta di storie e testimonianze che informa narrando, e racconta per far conoscere.
Perché nessuno debba più essere definito “matto”.



- Come è nato il vostro interesse per il tema della malattia mentale? Avevate già lavorato a questo argomento e come avete condotto la ricerca?

Il nostro web doc nasce dall’incontro con Pina, Rossana e Sandro, tre ex pazienti del manicomio di Santa Maria della Pietà di Roma, che oggi vivono in una casa di riposo nel quartiere Monte Mario. Li abbiamo conosciuti grazie ad un precedente lavoro sulla contenzione meccanica e, parlando con loro, è nata in noi la curiosità di approfondire questa tematica e di capire che fine avessero fatto gli ex internati dopo l’approvazione della Legge Basaglia. Ci occupiamo da anni di temi sociali e avevamo già raccontato in passato molte delle storie che sono diventate le protagoniste del nostro web doc. Grazie al Premio giornalistico Morrione, che ha finanziato il nostro progetto, abbiamo potuto dedicare tempo e risorse per approfondire l’argomento: abbiamo viaggiato in diverse parti d’Italia e incontrato di persona i nostri intervistati. L’intero lavoro è durato, più o meno, cinque mesi: da febbraio a giugno dello scorso anno, poi abbiamo dovuto consegnarlo alla giuria del premio.   


- Cos’era la malattia mentale ieri e cos’è oggi?
All’opposto, cos’è la normalità e quale percentuale della normalità è occupata dalla follia (se esiste uno spazio per essa)?

Lavorando al nostro web doc, abbiamo capito che non ci sono definizioni o categorie precostituite quando si parla di malattia mentale: come ci ha raccontato Grazia Serra, la nipote del maestro Franco Mastrogiovanni, morto dopo essere rimasto legato per 87 ore ad un letto nel reparto psichiatrico di Vallo della Lucania, a tutti noi può capitare di vivere un momento di fragilità e tutti potremmo avere bisogno di aiuto. Prima della Legge Basaglia la malattia mentale era una condanna a vita: uscire dai manicomi e tornare nella società non era neanche immaginabile. Oggi, tutto questo è solo un ricordo lontano: i cancelli della ‘città dei matti’, come venivano chiamati i manicomi, si sono aperti per sempre e nessuno potrà mai più togliere a chi ha un disagio psichico i propri diritti di cittadino libero.

- Quarant’anni fa la Legge Basaglia ha chiuso formalmente i manicomi, affermando una verità sacrosanta: “Occorre violentare la società, obbligarla ad accettare il folle e aiutare la comunità dei sani a capire cosa significa la presenza di una persona folle nella società”. I manicomi hanno lasciato il posto agli SPDC (Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura all’interno delle strutture ospedaliere, ndr): si è trattato di un cambiamento sostanziale o solo formale?

Si è trattato di un cambiamento sostanziale, però realizzato con modi e forme diverse nelle varie realtà locali. La Legge 180 è stata la prima al mondo ad abolire gli ospedali psichiatrici, ma anche se non ci sono più fili spinati e reti a separare i “matti” dal resto della società, resistono altre forme di esclusione: la maggior parte dei reparti psichiatrici in Italia sono a porte chiuse e un malato su dieci è legato al letto. Troppo spesso la “cura” si riduce a dosi massicce di psicofarmaci. In Italia ci sono 329 Spdc, ma solo una trentina ha deciso di tenere le porte aperte e di dire no alla contenzione. L’unica indagine sistematica sul numero di Spdc no restraint, cioè non coercitivi, è stata condotta nel 2004 dall’Istituto superiore di sanità. Nel 2006 è stato fondato in Italia un Club di Spdc no restraint, a cui hanno aderito 21 reparti.

- Nel vostro web doc si affermano due valori universali: quello della libertà e quello della responsabilità. La libertà del malato di vedere riconosciuta la propria individualità, di trovare posto nella società. La responsabilità di quest’ultima di fare i conti con la malattia, accoglierla, affrontarla come una sfida interna e non più come una piaga estranea, altra.
Ma che ruolo può avere il malato mentale e la follia in una società che insegue l’apparenza della perfezione da esporre come vetrina superficiale di sé?

Rispondiamo con le parole dello psichiatra e discepolo di Basaglia, Peppe Dell’Acqua: “Quando si mette tra parentesi la malattia, si scopre l’altro, l’esserci l’uno per l’altro”. Accogliere un altro diverso da me fa sempre paura. Ma è un rischio che vale la pena correre: potremmo scoprire che in fondo una persona che ha un disturbo mentale non è per niente diversa da noi, oppure potremmo scoprire che lo è e proprio in questa diversità sta la sua ricchezza. In una società come la nostra in cui è vietato fallire, una persona che vive un momento di fragilità ci ricorda che per fortuna la perfezione non esiste e che la nostra fallibilità può trasformarsi nella nostra forza.


(continua ----> domani pomeriggio vi aspettiamo con la seconda parte dell'intervista)

Barbara Merendoni