venerdì 29 giugno 2018

#CriticARTe - Il mimetismo come silente urlo di protesta


Liu Bolin. The invisible man
Organizzata da Arthemisia in collaborazione con la Galleria Boxart e curata da Raffaele Gavarro

Roma, 2 marzo - 1 luglio 2018
Complesso del Vittoriano - Ala Brasini 

Biglietto intero: 12 
Biglietto ridotto: 10 


Nel 2005 il governo cinese ha distrutto il villaggio di Suojia, un quartiere a nord est di Pechino che ospitava artisti indipendenti e sovversivi. Liu Bolin è uno di quelli che ha perso lo studio. Famoso scultore, improvvisa una nuova opera in segno di protesta: unendo l'arte della fotografia, della pittura, dell'installazione e della performance realizza il primo lavoro di mimetizzazione dove mostra lo studio distrutto alle sue spalle e lui al centro, in piedi, dritto, ma nascosto. 
Attraverso la sovrapposizione fonde l'identità e sviluppa un suo personalissimo linguaggio pacifico volto a porre l'attenzione sui problemi della Cina prima, e del mondo successivamente. Il percorso si divide in sette tappe: Hiding in the City, Hiding in Italy, Hiding in the rest of the world, Fade in Italy, Cooperations, Shelves, Migrants.


Prima di intraprendere il percorso vi è un'introduzione: l'artista mimetizzato davanti alla bandiera cinese e al lato opposto, l'immagine di lui nascosto al Colosseo.
Hiding in the City è ambientato a Pechino e tra le varie illustrazioni spiccano Piazza Tienanmen, sei operai licenziati messi al muro, un tassista illegale in mezzo alla strada, un pannello quasi vuoto con alcuni volantini strappati (e l'emblematico titolo “Rendere pubblico il bilancio dello stato”), la Grande Muraglia.
La seconda tappa Hiding in Italy perde la connotazione negativa di contestazione e ne assume una nuova, basata sulla conoscenza e sullo scambio tra culture. È un tributo all'Italia e alle sue maggiori attrazioni architettoniche e artistiche tutelate e conservate al meglio, in contrasto con quanto accade in Cina; Liu si mimetizza all'Arena di Verona, al Teatro alla Scala di Milano, al Canal Grande di Venezia, al Ponte Sant'Angelo, alla Paolina della Galleria Borghese e al Colosseo di Roma, fino alla Reggia di Caserta.

“La mia formazione accademica è di scultore, perciò sono rimasto folgorato da quante bellezze realizzate dalla mano dell'uomo ci sono in Italia, per me culla della cultura mondiale.
La mia ricerca s'incentra proprio su questa relazione e sull'influenza sul singolo io-artista sul tutto-ambiente e viceversa.”
Liu Bolin



Hiding in the rest of the world è un giocare a nascondino nel resto del mondo. Sceglie con cura i luoghi e riflette sul messaggio che l'ambiente selezionato può trasmettere. Ne è un esempio Ground Zero a New York, la centrale di smistamento di rifiuti a Bangalore, la cabina telefonica a Londra.

Fade in Italy è il lato opposto della “nostra bellezza”: i luoghi comuni che più ci attanagliano vengono illustrati con quella punta colorata e silente di polemica che ha contraddistinto l'artista agli esordi del percorso. In questa sezione ci vengono sbattuti in faccia i nostri limiti o successi consumistici, frutto di una globalizzazione vincente, come la Ferrari (declinata a sua volta in due varianti: l'innovazione e la competizione), la cantina di un'enoteca, un ristorante, una biblioteca pubblica.
Cooperations vede protagonisti diversi brand mondiali di moda che si sono offerti per dare il proprio contributo alle opere dell'artista cinese. Da sempre la moda strizza l'occhio all'arte e ai nuovi linguaggi di comunicazione, supportando le idee più innovative e originali ed è nata di conseguenza una collaborazione con Valentino, con Lanvin, con Jean Paul Gaultier e Angela Missoni fino ad arrivare alla ben più nota (ed esplicita) pubblicità per Moncler. Questa volta però ad essere in scena, immobili e mimetizzati, sono gli stessi stilisti e non l'artista (eccezion fatta per Moncler).

La tappa Shelves ripropone una visione critica nei confronti della società, dell'esasperato consumismo che ci perseguita negli scaffali dei supermercati, ma anche in quelli dell'informazione. Denuncia l'estrema necessità di uguaglianza che perde di significato, privando l'essere umano stesso della propria unicità, omologato ad oggetti e letture che vengono per lo più imposte. E le immagini, per come sono strutturate, sembrano un pregevole richiamo all'arte pop di Andy Warhol. E sempre con un tocco leggero troviamo i giornalisti di Charlie Hebdo divenuti camaleonti tra le copertine del giornale. Anche loro si sono dovuti mimetizzare.


Migrants è storia contemporanea rivisitata in chiave artistica, una realtà umana che non è possibile nascondere ed è il rovescio della medaglia consumistica.

“Migranti rappresenta infatti l'altra faccia della medaglia e del mondo, quella dove gli scaffali pieni, le macchine potenti, gli abiti e i tessuti più pregiati non sono nemmeno un desiderio possibile, ma piuttosto il dato di fatto di una distanza incolmabile, di una frattura profondissima che attraversa il nostro tempo e che le immagini riescono a malapena a raccontare. L'immedesimarsi di Liu Bolin tanto con gli uni che con gli altri, il suo propriamente essere cosa tra le cose di volta in volta tra loro così tanto diverse, è la dimostrazione di quanto l'arte oggi cerchi di farsi significativa parte della realtà in tutta la sua complessità.”

C'è un barcone, vecchio, rovinato, certamente poco sicuro. C'è una spiaggia e su di essa ci sono tanti volti e corpi mimetizzati, nascosti, sdraiati. C'è il blu della bandiera europea che è lo stesso colore del mare. E tante mani che chiedono aiuto.

Una mostra stimolante, colorata, giocosa, dove è possibile seguire grazie all'installazione ripetuta di alcuni monitor anche i retroscena dell'oneroso lavoro dell'artista (e dei suoi preziosi collaboratori), il quale per ore si sottopone alla precisione delle linee indicate da un laser e al trucco ricercato, fino alla pittura dei capelli e degli indumenti (tute neutre che di volta in volta vengono dipinte ad hoc).
Finita la mostra arriva l'amarezza del perché ci si debba a tutti i costi mimetizzare nell'ambiente circostante, nello sfondo. Così si è spinti a rileggere alcune delle motivazioni dell'artista Liu Bolin.

“Gli esseri umani sono animali?
Il camaleonte ha la straordinaria prerogativa di cambiare colore per uniformarsi al colore dello sfondo come forma di auto-protezione. Il serpente a sonagli può seppellire la maggior parte del proprio corpo nella sabbia, non solo per proteggere sé stesso, ma anche per procurarsi il cibo. Molti altri animali, come gechi e scarafaggi hanno imparato a mimetizzarsi con l'ambiente esterno per affrontare il nemico nella continua lotta tra vita e morte; la capacità di nascondersi è spesso il fattore più importante per la sopravvivenza. 
Gli esseri umani non sono animali perché non sanno proteggere se stessi.
Due cose sono emerse chiaramente durante gli ultimi tremila anni di storia umana: primo, la specie umana progredisce distruggendo l'ambiente circostante; secondo, lo sviluppo degli esseri umani è costellato di orribili sfruttamenti. Il prezzo di questa brillante civilizzazione umana è che l'uomo dimentica quasi di essere un animale, dimentica di avere degli istinti.
Gli esseri umani sembrano aver scordato di dover ancora pensare a come sopravvivere. Mentre l'umanità si gode i frutti del proprio progresso, scava la propria tomba con la sua ingordigia.
Nella società umana non è sufficiente mimetizzarsi per sopravvivere. Il concetto di umanità stessa è messo a repentaglio. Invece di affermare che la specie umana gioca un ruolo dominante, sarebbe meglio dire che gli umani si stanno lentamente rovinando con le proprie mani.”

Alessandra Liscia