giovedì 31 maggio 2018

#RileggiamoConVoi - maggio 2018

Foto di ©Debora Lambruschini
Buongiorno, lettori! 
Eccoci alla fine di maggio con i nostri consigli di lettura di questo mese. Come potete immaginare, la notizia della scomparsa di Philip Roth ha portato tanti di noi a consigliarvi le sue opere, ma compariranno anche novità editoriali da non perdere; spazio anche alla saggistica, che in questo mese ci ha regalato opere decisamente da non trascurare. 
Come sempre, oltre al consiglio, potete cliccare sul link per scoprire la recensione e confermare se un libro fa per voi oppure no. 

Dunque, buona lettura e buon giugno in arrivo! 
La Redazione

***

Carolina consiglia: 
"La Splendente" di Cesare Sinatti (Feltrinelli) 
Perché: con uno stile poetico ma non stucchevole, l'autore rilegge il mito, rinnovandolo senza tradirlo. La guerra di Troia diventa un'occasione per tornare a conoscere gli eroi che l'hanno combattuta, osservati attraverso una prospettiva inedita che ne giustifica psicologicamente (e in modo credibile) i comportamenti e le azioni. Figure celebri di uomini e donne che abbiamo imparato ad amare tramite l'epica o la tragedia diventano in quest'opera personaggi moderni, con cui scatta immediata l'identificazione.
A chi apprezza le riscritture mitologiche, le versioni alternative, i punti di vista che portano a rimettere in discussione storie note. A chi non ha mai letto l'Iliade e vuole avvicinarcisi da lontano, attraverso un linguaggio che parla direttamente al lettore di oggi, ma facendo anche l'occhiolino all'antico. Agli insegnanti che vogliano trovare nuovi spunti per le lezioni di epica.

Tre donne, tre vite, tre fili: "La treccia" di Laetitia Colombani

La treccia
di Laetitia Colombani
Editrice Nord, 2018

pp. 291 
€ 16,90

Titolo originale: La tresse
Traduzione di Claudine Turla

Tre donne, in tre luoghi diversi e lontani del mondo: Smita, in India, che non chiede altro che sua figlia possa andare a scuola e avere una vita diversa dalla sua, una possibilità di fuga dalla sua condizione di intoccabile; Giulia, a Palermo, innamorata dell'azienda paterna, in cui lavora con gioia e passione, fino al momento di una sconcertante scoperta; Sarah, in Canada, avvocato rampante, divisa tra le ambizioni di carriera e i figli. 
I capelli sono il motivo conduttore di un romanzo che è un inno alla femminilità: una femminilità negata, nel caso di Smita; nascente e scoperta un po' alla volta per Giulia; prima sicura e ferma, poi strappata con violenza, infine recuperata da Sarah. La treccia rimanda però anche all'incrocio dei destini, che segue vie imperscrutabili e che porta esistenze diverse a sfiorarsi, seppur in modo indiretto: le tre storie costituiscono i tre fili di una trama che si va intessendo pagina dopo pagina, grazie a mani abili che ne maneggiano con sapienza gli elementi. 

mercoledì 30 maggio 2018

#CriticARTe - La meraviglia del creato nelle foto di Salgado

Sebastião Salgado. Genesi.
La Venaria Reale,
22 marzo - 16 settembre

Biglietto: 
12,00 € intero
10,00 € ridotto



Bella idea, quella di venire alla Reggia di Venaria nel giorno in cui dalla Reggia di Venaria parte il Giro d'Italia. Le strade che circondano la corte ricordano vagamente qualche girone infernale, quello delle bandierine, delle trombette e dei cappellini rosa agitati convulsamente sopra le teste arrossate da un sole implacabile. A tirarmi qui, chiaramente con l'inganno, è stata la mostra del fotografo brasiliano Sebastião Salgado, Genesi. La monitoravo da tempo, l'ho trovata qui, oggi. Alla biglietteria, frastornata dagli strombettatori, sono già pentita.
C'è un vantaggio nell'essere alla Reggia di Venaria nel giorno in cui dalla Reggia di Venaria parte il giro d'Italia. Lo scopro una volta entrata. Sono completamente sola. Il mondo è chiuso fuori. Si respira, nella penombra delle sale, il giusto clima di sacralità per affrontare il tema della rassegna. Secondo la curatrice, "Genesi è la ricerca del mondo delle origini, come ha preso forma, si è evoluto, è esistito per millenni [...], è un tributo visivo a un pianeta fragile che tutti abbiamo il dovere di proteggere". Un tributo reso attraverso più di duecento fotografie che vogliono celebrare la meraviglia del mondo nei suoi luoghi più incontaminati, in cui l'uomo cessa di essere al centro e lascia spazio: alla natura, agli altri esseri

Viaggio sull'isola di Sachalin con Anton Čechov

L'isola di Sachalin
di Anton Čechov
Adelphi Edizioni, 2017

pp. 457
€ 22,00

Saliamo sul traghetto. I vogatori, sempre inveendo, si mettono ai remi. Non sono contadini del luogo, bensì deportati, condannati dalla società per la loro esistenza depravata e spediti fin qua. Nel villaggio dove sono registrati non riescono a stare [...] e così sono venuti qui, a traghettare la gente. E che espressione hanno in viso! Si capisce che mentre venivano portati qui sulle chiatte per i detenuti, ammanettati l'uno all'altro, e poi a piedi, in colonna lungo la strada maestra, pernottando in izbe divorati vivi dalle cimici, questi uomini si sono induriti fino al midollo [...] In questo mondo non sono più uomini, ma animali, e in quell'altro - così dice il nonnetto - se la vedranno brutta: andranno all'inferno per i loro peccati. 
"Perché non andare a Sachalin?", si chiede Anton Čechov nel marzo del 1890. 
Annoiato dalla borghese vita moscovita, angustiato da delusioni sentimentali e da una personale ricerca letteraria che fatica a sposarsi con l'esercizio della medicina, o forse spinto dal desiderio di difendersi da un'accusa di indifferentismo sociale mossa dal critico Michajlovskij, decide in quell'anno di affrontare da solo un viaggio ai confini dell'Estremo Oriente russo. 

Sachalin è una regione insulare nell'oceano Pacifico settentrionale, allora sede di una colonia penale - la katorga - istituita dal regime zarista vent'anni prima del suo viaggio. 
Il trentenne Čechov, che ha già ricevuto i primi riconoscimenti letterari, difende in una serie di lettere e di scritti un progetto che ai più appare folle: raggiungere l'isola per studiare le condizioni di vita dei deportati, raccontare cosa succede ai confini delle grandi città illuminate dalle luci dei caffè e dalle parvenze dei dibattiti sociali. 

martedì 29 maggio 2018

#Strega18 - Il senso di un amore: "Le stanze dell'addio" di Yari Selvetella

Le stanze dell’addio
di Yari Selvetella
Bompiani, 2018

pp. 188 
€ 15,00 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)


"Siamo già noi soli", recita l'inizio. Viene spontaneo immaginare una solitudine di coppia, in realtà si tratta di una solitudine a quattro: non già un uomo e una donna, ma un uomo e i suoi tre figli, il più piccolo, il più grande e "quello che non è né grande né piccolo" (p. 7). La madre, il tu a cui il narratore si rivolge, è assente. Dove sia, ancora non lo sappiamo. I capitoli successivi ci trasportano in un altro luogo, in un altro momento: in un ospedale che è diventato ormai abitudine, malinconica e forzata routine. La verità è arrivata in un pomeriggio artico dal sole pallido: "Già fa male. Qualcosa, qualunque cosa sia, già fa male, spossa i nostri passi, secca le labbra. È il vento, certo, nient'altro, parla pure. Lo dici tutto in una volta." (p. 15). Più o meno a questo punto, ancora prima di scoprire tutto, di addentrarsi nella storia, al lettore viene un groppo in gola. 

"Fisiologia dell’impiegato" di Honoré de Balzac


Fisiologia dell’impiegato
di Honoré de Balzac
Elliot, 2018

Traduzione di Marco Diani

pp. 92
€ 12,50


Breve e graziosa è la trattazione della figura dell’impiegato e della classe burocratica del primo Ottocento in Francia. Attraverso 14 capitoletti, deliziosamente impreziositi dalle sagaci e ben eloquenti illustrazioni di Trimolet, Balzac definisce il ruolo e lo status dell’impiegato, dandone una precisa connotazione: “un uomo che per vivere ha bisogno dello stipendio e che non è libero di lasciare il proprio posto perché non sa fare altro che maneggiare scartoffie”.  

L’autore racconta dell’impiegato di città, che vive a Parigi e lavora per lo Stato. Ne declina forme e fattezze, varietà e tipologie, ceto e rango. 

“Il libro tratta esclusivamente questa classe di pennigeri, l’unica in cui siano visibili, manie, usanze, istinti che fanno di quel mammifero pennuto una creatura strana, capace di dar vita a una fisiologia, termine che significa: discorso sulla natura di qualcosa”.  

lunedì 28 maggio 2018

Dentro «le scatole nere degli amori precipitati»

Cosa faremo di questo amore. Terapia letteraria per cuori infranti
di Gabriele Di Fronzo
Einaudi, 2018

pp. 127
€ 13 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)

Scrivere la fine di un amore impone l'ambidestrismo più difficile: ricordare quando eri un re e quando sei stato avvelenato. E poi un'altra qualità, ancora: occorre vedere tutto, possedere gli occhi feroci o sacrificati di chi sta lasciando e quelli di chi è stato lasciato, che talvolta sono miti e lusingati, altre balbettano supplicanti come chi stia recitando un rosario, o più spesso, vendicativi, vorrebbero le unghie. (p. 30)
Gli addii degli altri come catarsi, rispecchiamento, esempio di sopravvivenza al dolore e smarrimento nelle pagine di più grande sofferenza: sono queste le componenti che hanno portato l'io narrante  (sovrapponibile o meno con l'autore, poco importa) a una vera e propria ossessione per la letteratura dell'addio, che viene minutamente raccolta e divorata anche grazie al proprio lavoro di bibliotecario. 
Cosa muove un addio? Cosa avviene in chi lo subisce e in chi invece ne è l'artefice? Se è complesso, se non impossibile, rispondere a questi quesiti, si può almeno cercare di comprendere le varie fasi che lo compongono: 
Viviseziono così in modo quasi anatomico le forme dell'addio che a volte sono lampi e altre pulviscolari. Non risolvo il delitto, insomma, ma posso tentare di decifrarlo. (p. 11)

#PagineCritiche - Sul confine della memoria (non) condivisa: Tra due divise di Andrea Di Michele

Tra due divise
La Grande Guerra degli italiani d'Austria
di Andrea Di Michele
Editori Laterza, 2018 


pp. 250
€ 24 (cartaceo)


Che cosa succede quando si perde la memoria? Se fossimo in campo medico la risposta sarebbe abbastanza semplice, dato che c'è tutta una letteratura scientifica, molto specifica, che tratta e tenta di curare tutti i disturbi legati alle carenze di memoria. Tuttavia nel caso di Tra due divise. La Grande Guerra degli italiani d'Austria di Andrea Di Michele, uscito in questi giorni per Editori Laterza, si tratta di tutt'altro argomento. Infatti il libro analizza una pagina poco nota, poco dibattuta e poco ricercata della Prima Guerra Mondiale. Infatti si parla di quegli italiani, o meglio, di quei futuri italiani che, per una ragione o un'altra, finirono durante il conflitto bellico a servire e combattere l'Impero Austro-Ungarico; quindi, a conti fatti, a essere "dall'altra parte della trincea" rispetto agli eserciti tricolori. 

domenica 27 maggio 2018

#CritiCINEMA - "Loro": un Silvio parallelo

È tutto documentato, è tutto arbitrario.
Laddove l'esergo della Grande Bellezza era affidato a Céline e al suo Viaggio al termine della notte,  Paolo Sorrentino usa il Manganelli di Pinocchio: un libro parallelo (Einaudi, 1977, e oggi Adelphi) per aprire Loro, dittico sul potere egotico (erotico?) del più grande fantasista italiano prestato alla politica, Silvio Berlusconi.

Al di là di ogni possibile lettura, Sorrentino in ogni suo film cerca l'essenza del personaggio reale mettendone in mostra la maschera. Affidata qui alla maschera per eccellenza del cinema italiano degli ultimi decenni, Toni Servillo.
Amante del grottesco e della maniera, aveva avuto vita più facile con Giulio Andreotti ne Il Divo (2008), personaggio di per sé sentenzioso e vignettistico.
Diverso l'affare Silvio Berlusconi, figura larger than life che sul romanzare la sua vita ci ha costruito una carriera imprenditoriale e politica; abile istrione capace di atteggiare anche l'indifendibile a bonaria mascalzonata, anche l'incostituzionale al volemosebbene e loschi traffici a vispe furbate arlecchinesche. Una maschera egli stesso, da Commedia dell'arte.

sabato 26 maggio 2018

#CritiCOMICS: Una Residenza che è Arcadia di nome... e di fatto (?)

Residenza Arcadia
di Daniel Cuello
Bao Publishing, 2017

pp. 172
€ 20,00


Se non puoi uscire dal tunnel, almeno arredalo”: chi non ha orecchiato almeno una volta questa battuta? Gli inquilini di Residenza Arcadia, protagonisti della graphic novel di Daniel Cuello, sembrano addirittura avere assunto questo cinico adagio come regola di vita. Con un’aggravante: essere totalmente privi di autoironia e dunque affatto consapevoli che il palazzo in cui abitano non è un Eden, bensì la summa perfetta dei sottostanti gironi purgatoriali. O forse no. Forse sanno perfettamente come stanno le cose e fanno di tutto per dimenticarlo, compiacendo così un misterioso “partito”, il Partito, che ha ben chiaro da che parte stiano la ragione e il torto, la virtù e il vizio. Del resto sono anni che una routine obbediente e condivisa deposita sui rispettivi appartamenti strati e strati di rassicurante consuetudine, silente come la polvere e come la neve (che, proprio come la morte, pareggia ogni cosa). Perché gli abitanti di questo condominio sono vecchi, talvolta addirittura vecchissimi, di una vecchiaia sempre in bilico tra saggezza e follia, rassegnazione e disperazione. Finché un fatto inatteso – cioè l’arrivo di una famiglia sgradita, pronta a stabilirsi nell’appartamento che una volta fu dei coniugi Falini – non mina dalle fondamenta quello stato di pace armata che li tiene incollati ai rispettivi spioncini.

venerdì 25 maggio 2018

«Non mollare un attimo di vedere l'invisibile»

L'atlante dell'invisibile
di Alessandro Barbaglia
Mondadori, 2018

pp. 202
€ 17 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)


Ci sono momenti che saranno lì per sempre, porzioni di tempo a cui non puoi scavar via nemmeno un istante, non puoi erodere neppure un secondo.
Infinito presente. Ecco cosa diventano. (p. 71)
Dove vanno a finire i sognatori, quando la vita li porta a scomparire (davvero o metaforicamente)? Me lo sono chiesta, quando nelle prime pagine di L'atlante dell'invisibile mi sono scontrata con un vago fastidio: l'autore chiedeva di abbandonarsi a protagonisti che riuscivano a sognare e a crearsi nuovi mondi, nonostante la realtà stesse crollando, o forse proprio per quello. Poi ho provato a lasciarmi andare alla favola, a quella capacità un po' da Piccolo Principe di vedere un essenziale che a noi adulti, così avvinghiati alla concretezza, è ormai negato, ma - fortunatamente - non in letteratura.

#PagineCritiche - Tutta la verità sul più breve impero della Storia

Faccetta nera
L'illusione coloniale italiana
di Arrigo Petacco
Utet, 2018 

pp. 247
€ 19 (cartaceo) 
€ 7,99 (ebook)



Che non si venga a dire che un saggio storico debba essere, per forza di cose, noioso! Per controbattere a chi, ancora al giorno d'oggi, sostiene questa tesi, basta prendere l'incipit di Faccetta nera. L'illusione coloniale italiana di Arrigo Petacco, uscito gli scorsi giorni per Utet. Già, perché Petacco mette in piedi un discorso che, oltre a essere sempre corroborato da dati e fonti ricavate il più possibile direttamente, è anche molto pop, con impennate che coinvolgono il costume, la società e anche l'immaginario dell'epoca. Così, pagina dopo pagina, Faccetta Nera, oltre a raccontarci le percezioni delle italiane e degli italiani di allora, ci fa comprendere meglio anche il modo di pensare "dall'altra parte", ovvero da parte etiope e anche, in larga misura, inglese. 

giovedì 24 maggio 2018

#PagineCritiche - "In Italia violare la legge conviene" (Vero!)

"In Italia violare la legge conviene" (Vero!)
di Piercamillo Davigo
Laterza (collana Idòla), 2018

pp. 90
€ 12 (cartaceo)
€ 7,99 (e-book)



Quando ho visto che per Laterza sarebbe uscito un libro dal titolo In Italia violare la legge conviene (Vero!) mi sono ritrovata a pensare che sarebbe stato il solito pamphlet pieno di luoghi comuni, poi ho scoperto che l'autore era il magistrato Piercamillo Davigo, così mi sono precipitata a leggerlo, certa che avrei scovato delle nozioni nuove e interessanti. E così è stato.

Piercamillo Davigo, presidente della II Sezione Penale presso la Corte suprema di Cassazione ed in passato presidente dell'Associazione nazionale magistrati, ha già pubblicato per Laterza diversi volumi, come La giubba del re. Intervista sulla corruzione (con D. Pinardi, 2004), Processo all'italiana (con L. Sisti, 2012) e Il sistema della corruzione (2017), e si è cimentato questa volta con un volumetto dal linguaggio assai chiaro e comprensibile anche per i "profani" del diritto.

La musica che mi contiene

Beautiful Music
di Michael Zadoorian
Marcos y Marcos, 2018

pp. 400
€ 18 (cartaceo)


«Mi arriva una scossa al cervello che mi calma dentro. E non c'entrano soltanto le parole. C'entra come la musica ci porta fuori da noi stessi, lenisce i nostri dolori, scioglie qualcosa nel nostro cuore, ci fa star meglio in modi che non credevamo possibili. [...] La musica è la mia lingua, la colonna sonora che squilla nella mia testa, fatta apposta per soffocar la rabbia di mia madre. È tutto quello che mi dico per sopportare una giornata di spintoni, prese per il culo, insulti. È la mia coperta di Linus, il mio campo di forza, la mia sonora, elettrica, urlante, martellante versione audio della bolla. È il mio Babbo Natale, la mia fatina dei denti, il mio coniglietto di Pasqua. Con la differenza che la musica esiste davvero» (pp. 240-241)
Come si fa a resistere quando tutto il nostro mondo sembra esplodere? Danny è un ragazzino introverso, che preferisce costruire modellini di automobili anziché giocare con i suoi coetanei: nel suo angolo di taverna, ha tutta la solitudine e la pace che gli serve per non vedere il velo di frustrazione perenne sul viso di sua madre e la preoccupazione del padre. Eppure qualcosa smuove il mondo di Danny: è la musica, scoperta nuova con tutta la potenza degli anni Settanta; la radio è la compagnia che sia Danny che il padre si concedono, un appuntamento giornaliero e rituale, qualcosa che fa dimenticare al ragazzino le angherie subite a scuola (atti di bullismo, diremmo noi oggi) e tutta la sua difficoltà nei rapporti interpersonali. Poi la musica inizia a passare attraverso gli altoparlanti di uno stereo costoso, che ha richiesto molti sacrifici e un colpo di testa al padre di Danny: è pura estasi infilare nuovi dischi sul piatto, scoprire con espressione un po' birbesca che il papà ha fatto una tappa ai grandi magazzini e dalla busta della spesa esce un nuovo disco! Il tutto, ovviamente, di soppiatto senza dirlo a mamma, che d'altra parte sembra trovare una pace temporanea alle sue angosce solo con un bicchiere pieno in mano. Ma Danny sceglie di vedere il meno possibile: lui, quieto e immerso nel suo mondo, fa di tutto per evitare le responsabilità. Anche per questo infatti il padre decide di iscriverlo appena possibile a scuola-guida: è ora che per Danny si aprano nuove strade, da cercarsi da solo!

mercoledì 23 maggio 2018

Il giardino come la vita: l'arte della coltura secondo Karel Čapek

L’anno del giardiniere
di Karel Čapek
Elliot, 2018

pp. 128  
€ 13,50

Titolo originale: Zahradníkův rok
Traduzione di Chiara Rea


"Ci sono vari modi di realizzare un giardino; il migliore è assumere un giardiniere" (p. 5). Così inizia il breve pamphlet ironico di Karel Čapek, importante scrittore ceco di inizio Novecento. Per chi, come me, riesce a far morire anche i cactus, dimentica sistematicamente di annaffiare i gerani fino a ritrovarli quasi mummificati, e non ha mai visto basilico che non sia quello nel barattolino del pesto pronto, si tratta di una lettura ricca di controindicazioni. Mi accingevo quindi ad intraprenderla carica di sospetto. 
L'anno del giardiniere si è rivelato invece un delizioso manuale di sopravvivenza per floricultori, ma anche una glorificazione della natura per esperti e profani, e un incoraggiamento per chi il pollice verde proprio non ce l'ha. 
Godibilissimo nella forma, agile e leggero, lo scritto di Čapek è stato edito la prima volta nel 1929, ma ci parla come se fosse stato composto ieri. L'autore descrive una passione (a tratti un vizio) facendo ricorso a tutti gli espedienti del comico, dispiegati con sapienza ed equilibrio.

Caterina da Siena: la vita di una piccola grande donna, le gesta di una Santa.

Caterina da Siena - Una mistica trasgressiva
di André Vauchez
Laterza, 2018

pp. 228
€ 20 (cartaceo)
€ 11,99 (e-book)



Fin da quando ho memoria sono appassionata delle vite dei santi non per ragioni di fede, ma per l'eccezionale forza fisica e spirituale dimostrata da questi personaggi che hanno avuto il coraggio di andare contro il pensiero comune per seguire le proprie convinzioni.
Caterina da Siena è stata una di quelle donne che sono rimaste impresse nel turbinio della Storia e la bella biografia (Laterza, 2018) scritta dal francese André Vauchez, Professore emerito di Storia medievale all'Università di Paris X-Nanterre ripercorre le tappe principali della vita di questa mistica, dando vita ad un libro ricco di spunti, avvincente e con una bibliografia assai dettagliata.

martedì 22 maggio 2018

«Prima la letteratura; poi, se rimane spazio, la verità»

Anni lenti
di Fernando Aramburu
Guanda, 2018

Traduzione di Bruno Arpaia

pp. 230
€ 17 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


«Insomma, le scrivo tutto questo prima di entrare in argomento perché si fidi di me, signor Aramburu, giacché nulla di quello che penso di raccontarle qui di seguito è inventato, sebbene forse la verità sia priva di importanza quando si scrive con propositi romanzeschi. (pp. 97-98)
Quanta affidabilità dobbiamo dare a un autore che trascrive (fedelmente?) un racconto autobiografico, facendo i conti con le richieste imprescindibili del romanzesco? Quanto potrebbe trattarsi di una strategia strutturale pensata a tavolino? Tanto, per entrambi i casi. Ma è affascinante calarsi in Anni lenti, lasciare che il racconto monologante di Txiki adulto, che di tanto in tanto cerca l'approvazione dello stesso Aramburu, si intrecci con una serie di appunti di scrittura dell'autore, in cui canovacci di episodi si alternano a parentesi metaletterarie come questa:   
«Appunto 23. [...] Mi sono ripromesso di inserire in ogni dialogo, in ogni peripezia, in ogni riflessione, la minor quantità possibile di massa verbale. Manterrò la promessa. Il romanzo sarà breve o non sarà» (p. 149)

L'orrore della Storia, il silenzio delle storie: "Figlie del mare" di Mary Lynn Bracht

Figlie del mare
di Mary Lynn Bracht
Longanesi, 2018

pp. 369
€ 18,60 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Una storia eccezionale, dolorosa e ispida come un riccio di mare, ma che proprio nella sua atroce realtà si scopre essenziale per scoprire il presente. Questo è Figlie del mare, il romanzo di Mary Lynn Bracht pubblicato da Longanesi. Una storia che non abbiamo avuto paura di definire essenziale perché, oltre a raccontare una pagina di Storia terrificante, si tratta anche una vicenda privata, narrata con massima cura da Mary Lynn Bracht, che è abile, anzi abilissima nel ricreare quella sensazione di stupore e "lontananza dal mondo" tipica di una piccola isola della Corea, dove le abitanti sono, giustappunto, figlie del mare.
Figlie del mare così si snoda con grande perizia nella vicenda privata di due sorelle Hana ed Emi, molto legate tra di loro ma che a causa della Storia dovranno lasciarsi per sempre. Infatti quella piccola porzione isolata da tutto e da tutti che loro chiamano casa, è una minuscola isola che fa parte della Corea, ormai da tempo sotto la dominazione giapponese. Ed essendo ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale si può capire da cosa sarà toccata questa terra: da orrore, violenza e morte

lunedì 21 maggio 2018

#Strega18 - Storia di un giovane che non diventa uomo di fronte al dolore

Come un giovane uomo
di Carlo Carabba
Marsilio, 2018

pp. 176
€ 17,00
€  9,99 (ebook)



Ogni bambino cresciuto in città aspetta una nevicata. La anela come l’eccezionale manifestazione della natura che rende diverso ogni aspetto del paesaggio a cui è giornalmente abituato. Un’occasione unica per rompere dalla monotonia dei palazzi e calarsi in un universo di fiaba. Anche Carlo desidera la neve, solo che non è più un bambino, ma un giovane uomo che aspetta di capire di più sulle sorti della propria vita, primariamente lavorativa. Desidera ancora la neve perché è sicuro che in quel candido abbraccio troverà le risposte che gli mancano per dare un senso a ciò che fa, a ciò che è. Il giorno in cui a Roma la neve cade davvero, invece, la catarsi tanto attesa viene rimandata: una sua cara amica, Mascia, ha avuto un brutto incidente stradale col motorino e lotta tra la vita e la morte. Negli stessi giorni in cui il destino della donna viene a compiersi, poi, Carlo è costretto a viaggiare tra Roma e Milano per firmare un importante (e definitivo) contratto di lavoro, mancando al funerale della donna.

Come essere felice? Fingendo di sorridere alla miseria.

Se vuoi vivere felice. Ricordi, sogni, invenzioni, bugie, vanità
di Fortunato Cerlino
Einaudi, 2018

pp. 265
€ 18,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

Non dirò a nessuno cosa è successo questo pomeriggio. Rimarrà per sempre un segreto su queste pagine di cartapaglia. Fingerò di essere felice, dirò loro che quest'anno il comune ha deciso di allestire anche nel Far West, come a Napoli, delle luminarie straordinarie per Natale, e che tutti resteremo a bocca aperta per quanto sono luminose. (p. 115)
C'è da dire che non so leggere in napoletano ad alta voce, se no chissà quali sonorità! L'ho pensato più volte riproducendo un po' timidamente i dialoghi di fuoco presenti in Se vuoi vivere felice: ho provato a masticare un po' di quella concretezza di espressioni, ora colorite ora cartavetrata pura. Come ho provato a immedesimarmi nella povertà estrema del protagonista, il piccolo Fortunato, che a dieci anni deve condividere la casa con la sua numerosissima famiglia, di nuovo in procinto di allargarsi per l'arrivo di un nuovo nato. Le gioie di Fortunato sono poche: i panzerotti di mamma, cantare con la sua bella voce e soprattutto sognare che un giorno, grazie a questo suo talento, potrà lasciare per sempre Pianura, per andare al tanto fantomatico Nord. Sono gli anni Ottanta, gli anni in cui tutto è possibile, o almeno appare tale agli occhi di un bambino che ha per rifugio segreto una casa abbandonata e inagibile; i suoi occhi, appunto, sono occhi grandi, spalancati su un mondo di cui vede precocemente le difficoltà, a cui si adatta senza mai davvero rassegnarsi.

domenica 20 maggio 2018

#IlSalotto - «Scrivere è una cosa che ti porti dentro dalla nascita»: intervista a Pasquale Ruju

Foto di ©Daniela Zedda
Estate 1994. Come ogni anno ero in vacanza con la mia famiglia nelle Marche, per far visita ai parenti di mia madre: nonni, zii, cugini, una banda che rappresenta bene la metà del mio patrimonio genetico. Il nonno era mancato da pochi mesi ed ero più schivo del solito. Un po’ asociale lo sono sempre stato, ma in quell’agosto sentivo un vuoto che non riuscivo a definire. Era il mio primo contatto con la morte. Non so se per questa ragione o solo perché mi vide frugare affamato negli scaffali della sua libreria con i fumetti della Sergio Bonelli, mio zio entrò una mattina in edicola e ne uscì con due copie dell’albo 95 di Dylan Dog: una per lui e una per me. Con enorme sorpresa di mia madre, che non riusciva a scalfire la mia diffidenza, quelle 98 pagine di fumetto sono state la prima lettura completa di cui ho consapevolezza e memoria. Da allora, il personaggio di Tiziano Sclavi non mi ha mai abbandonato ed è uno dei tanti rivoli sotterranei che mi lega indissolubilmente a quel fazzoletto di terra nel cuore dell’Appennino umbro-marchigiano.

Questa premessa personale per dire e giustificare al lettore i toni e l’andamento dell’intervista che segue a Pasquale Ruju, il più prolifico sceneggiatore di Dylan Dog, creatore della serie Demian che ho amato e che mi ha proiettato nell’universo di Jean-Claude Izzo, oggi sceneggiatore di Tex e autore di due romanzi noir per i tipi delle Edizioni E/O, Un caso come gli altri e Nero di mare (prima uscita della serie Zanna). Il terzo, Stagione di cenere, sarà in libreria dal 13 giugno e verterà sulla mafia degli incendi, uno dei volti meno conosciuti della criminalità organizzata.

sabato 19 maggio 2018

#SalTo18 - Roberto Alajmo e la pudica spudoratezza di ricucirsi le ferite


L’estate del ’78 
di Roberto Alajmo 
Sellerio, 2018

pp, 176  
€ 15 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)



Quasi alla fine del suo ultimo libro, L’estate del ’78, Roberto Alajmo riporta un particolare tremendo a proposito della tragedia del naufragio del 3 ottobre 2013 al largo di Lampedusa. Scrive che alcuni naufraghi, ormai consapevoli della morte imminente, invece di chiedere aiuto hanno gridato il loro nome e da dove provenivano, nella speranza che qualche superstite riuscisse a raccontare di loro, quantomeno a ripetere il loro nome. 
Il nome ci definisce, ci ricorda chi siamo e lo rivela agli altri. E Alajmo dice ai suoi lettori che lui è figlio di Elena Parrino e Vittorio Alajmo ed è padre di Arturo Alajmo. L’autore parte da qui, dall’esigenza di tramandare una storia, la sua storia, e scrive un memoir in cui cerca di ricucire ferite dolorose. Innanzitutto il dolore per il distacco dalla madre – pittrice non affermata e dipendente da un barbiturico che non la curava –, che avviene senza che lui se ne accorgesse neppure in quell’estate del’78. E poi un altro dolore che arriva sempre in ritardo sui fatti – come la consapevolezza della felicità che si sta per perdere –, e cioè quello per il distacco del figlio, che cresce e, come natura vuole, a poco a poco non ha più bisogno di lui. 
Roberto Alajmo misura la distanza dai suoi genitori ma anche quella tra lui genitore e il figlio Arturo, in un continuo scivolare tra passato e presente che nasconde gli avvenimenti per poi rivelarli in altre pagine, e così facendo dà al memoir quasi un ritmo da libro giallo. Ma misurando questa distanza apre per noi lettori le sue ferite, ci conduce nella camera da letto di suo padre e di sua madre, ci rivela i suoi attacchi di ansia più profondi. Leggiamo intime pagine su un padre e un figlio che si fanno grattatine a vicenda, eppure non si ha mai la volgare sensazione di spiare le vite altrui. Alajmo non è mai eccessivo, mai sguaiato, mai morboso: la prima persona con cui racconta la storia ha l’eleganza del pudore. Insolito per un memoir, e infatti sta qui l’attrattiva del libro.

venerdì 18 maggio 2018

#SalTo18 - Ilaria Tuti racconta il suo "Fiori sopra l'Inferno" al Caffè Letterario


Protagonista all’ultima fiera del libro di Francoforte, Ilaria Tuti, non poteva certo mancare al Salone di Torino. Un successo incredibile il suo, che con un esordio folgorante, nel thriller più atteso di quest’anno, ha portato alla ribalta due donne, protagonista e autrice, in soli cinque mesi dall’uscita di Fiori sopra l’inferno (che abbiamo recensito qui).  

Al Salone, a indagare i motivi e di questo successo e la scrittura dell’autrice è intervenuta Alessia Gazzola, che ha subito precisato i motivi di questo amore letterario: 
«Nella scrittura di Ilaria trovo quello che cerco in una scrittura, emozioni e odori e soprattutto c’è un personaggio, quello di Teresa Battaglia, commissario in là con gli anni, che colpisce molto. Vive una sua battaglia con un problema del suo corpo che può minare passato e futuro. È un personaggio molto complesso, una donna che ci appare dura, perché indossa una corazza, ma via via questo personaggio diventa altro, e svela la sua fragilità».

Una "Piccola donna" in guerra: "Hospital Sketches" di Louisa May Alcott

Hospital Sketches
di Louisa May Alcott
L'Iguana, 2018

Traduzione di Sara Grosoli 
prefazione di Daniela Matronola
testo inglese a fronte

pp. 232
€ 17,00


C'è un personaggio femminile che riscuoteva e riscuote la quasi totale approvazione delle lettrici: Josephine March. Secondogenita della famiglia March e protagonista morale del romanzo di Louisa May Alcott Piccole donne, Jo era la preferita di tutte. Beth era buona in maniera inarrivabile e anche se tutte abbiamo pianto per la sua morte (ops, spoiler!), era quella con cui ci identificavamo meno. Amy era troppo affettata: se a malapena la tolleravano la madre e le sorelle, figuriamoci noi lettrici che non eravamo bionde e aggraziate. Meg aveva del potenziale, ma cavolo! Finiva per sposarsi giovanissima con tanti saluti alle veementi dichiarazioni di indipendenza. Jo invece era un modello: si arrampicava sugli alberi, divorava libri, scriveva novelle e romanzi, se ne fregava dell'essere benvestita e sottostare ai dettami delle regole per le signorine. Lei aveva coraggio, si tagliava i capelli per ricavare soldi per aiutare il padre e aveva Laurie, l'amico/filarino che avremmo volute tutte. Nonostante tutti i discorsi sul femminismo, siamo state contente quando alla fine del secondo libro convola a giuste nozze anche lei, coniugando la sua attività di educatrice con l'amore per il pacato professore tedesco*.
"Jo c'est moi" avrebbe detto la Alcott: proprio come la sua eroina, la Alcott era una donna forte e determinata e allo scoppio della guerra di secessione decise di dare il proprio contributo come infermiera volontaria dal 1862 al 1863.

giovedì 17 maggio 2018

#SalTo18 - David Foster Wallace insegnante, linguista, lettore: al Salone del Libro di Torino si celebra lo scrittore a dieci anni dalla scomparsa



Per celebrare David Foster Wallace oltre i suoi libri, a quasi dieci anni dalla morte, al Salone del Libro si è svolto un incontro moderato da Christian Raimo, che è ricorso all’enumerazione per raccontarne l’attività intellettuale: 
«È stato uno scrittore di racconti, romanzi, reportage, inchieste, saggi; è stato un insegnante di scrittura creativa, un linguista, un intellettuale, un critico della cultura americana e un critico letterario, ha scoperto autori, è stato un lettore attento, ha ragionato moltissimo sulla politica e sulla filosofia». 
Martina Testa, una delle prime traduttrici delle sue opere in Italia, ha ricordato come Foster Wallace, soprattutto negli anni ’90, scrisse recensioni per diverse testate; da questi scritti si deduce che inizialmente subì molto il fascino della letteratura postmoderna, così celebrale, così alta e sperimentale nel linguaggio; lo affascinavano John Barth, Thomas Pynchon, William S. Burroughs e De Lillo, che prediligeva in modo particolare. Ciò che Foster Wallace apprezzava di più di questa letteratura era l’approccio dell’autore, quando dietro a ogni pagina si sente la coscienza di chi scrive, senza che si venga catapultati dentro a una realtà immediata senza filtro; lo inquietava la comunicazione tipicamente pubblicitaria, quella che induce a un comportamento consumistico, quella prettamente televisiva, che a suo modo di vedere tradiva – a tutti gli effetti – il valore etico della lingua, ossia quello di mettere in comunicazione chi scrive e chi legge. Il miracolo per cui il solipsismo di un autore diviene comunicazione con gli altri è parte integrante della letteratura, per Foster Wallace.

La nuova esplorazione del XXI secolo nell'ultimo romanzo di Paolo Zardi

Tutto male finché dura
di Paolo Zardi
Feltrinelli, 2018

pp. 174
€ 15 (cartaceo)


Piccola premessa.
Ho conosciuto Paolo Zardi, come probabilmente molti di noi, attraverso XXI secolo (2015). Di quel libro, come ho avuto modo di dire all'autore stesso, ho apprezzato di più (molto di più) l'atmosfera e l'ambientazione "quasi post apocalittiche" che la trama o i personaggi.
Poi sono tornato indietro e ho voluto leggere i suoi racconti, pubblicati in Antropometria (2010) e Il giorno che diventammo umani (2013): il primo è del 2010 ma conteneva già, in nuce, tutto ciò che sarebbe venuto. Compreso il suo ultimo romanzo, pubblicato lo scorso anno, La passione secondo Matteo (2017); segno questo di un percorso forse già chiaro dall'inizio, un percorso fatto di temi e atmosfere delineate ma, soprattutto, di una voce unica. È forse troppo affermare di poter riconoscere un testo "zardiano"? Non lo so, ma non credo di essere molto distante dalla verità.
E ora veniamo a Tutto male finché dura. Se La passione aveva come fulcro la questione etica dell'eutanasia, e di fatto era un romanzo basato sulla trama e sui personaggi, a mio avviso quest'ultimo testo torna a concentrarsi sulle "atmosfere da XXI secolo" tanto care a Zardi; il quale, proprio come Elisa, la figlia del protagonista, sa fotografare alla perfezione questo nostro secolo iniziato da appena diciotto anni e già saturo di avvenimenti.

mercoledì 16 maggio 2018

#SalTo18 - Lo scrittore e il suo doppio: Antoine Volodine dialoga con la traduttrice Anna D’Elia

Il ciclo di incontri curato da Ilide Carmignani, L’autore invisibile, ospita ogni anno grandi scrittori insieme ai loro traduttori, portando all’attenzione dei lettori le questioni difficili, controverse e affascinanti che ogni testo pone a chi deve trasporlo in un’altra lingua, in un’altra cultura. 

Il 12 maggio Antoine Volodine – fondatore del post esotismo – ha conversato con Anna D’Elia, che ha ricevuto il premio Gregor von Rezzori proprio per la traduzione del suo Terminus radioso. Per la natura estremamente sperimentale dei suoi libri e per il fatto che ami inventare piante e animali, la traduzione dei suoi testi è una sfida particolarmente ardua e gli interventi di D’Elia sono state delle confessioni, parole sentite con le quali ha raccontato di momenti di «disperazione professionale pura» e di come Volodine l’abbia aiutata a scoprire la natura del suo immaginario. «Più le osservi da vicino, più le parole ti guardano da lontano»: la traduttrice ha raccontato di come questa frase di Krauss l’abbia aiutata a guardare da lontano ai nomi di queste piante, e così ha fatto, cominciando a intuirne la filigrana a poco a poco.

#IlSalotto - Chiara Moscardelli: nuovo libro, l'inizio di una trilogia


Foto di ©Elena Sassi
Teresa Papavero è la nuova protagonista del libro di Chiara Moscardelli,  in uscita oggi.

Una svolta per Chiara, dal momento che questo libro sarà il primo di una trilogia di romanzi gialli.
Abbiamo avuto la possibilità di leggere il libro in anteprima e l’aspetto che subito colpisce è una scrittura molto simile ad una sceneggiatura televisiva: battute, dialoghi, descrizioni - sembra realmente di vedere i protagonisti che si muovono davanti agli occhi del lettore.
La storia è ambientata in un paesino della provincia di Frosinone: Strangolagalli. Un piccolo microcosmo, un borgo medioevale di 3000 abitanti, che Chiara ha scovato attraverso una ricerca geografica, partendo dalla digitazione in google: “piccoli paesi con nomi assurdi”.
Alla domanda come mai proprio un piccolo paese Chiara, che abbiamo incontrato qualche giorno fa, ha risposto: 
“Ho voluto ricreare una mia Cabot Cove. Io sono una fanatica di Jessica Fletcher! Del resto solo un piccolo paese, dove tutti si conoscono, dove c’è un medico, il sindaco, il carabiniere, la parrucchiera… una realtà con dinamiche impensabili in una grande città”. 

martedì 15 maggio 2018

#SalTo18 - Javier Marías presenta "Berta Isla"


Tra gli incontri più attesi di sabato 12 maggio, al Salone Internazionale del libro di Torino, rientra di sicuro quello che ha visto protagonisti,  in Sala Azzurra, due scrittori della casa editrice Einaudi, il genovese Ernesto Franco (autore di Undici per la Liguria, 2015, Scena padre, 2013 solo per citare gli ultimi) e lo spagnolo Javier Marías, considerato uno degli intellettuali più influenti del nostro tempo, al Salone con il suo ultimo romanzo Berta Isla
Ernesto Franco ha esordito presentando il libro e mettendo in evidenza la costruzione della vicenda, che a partire da un tema centrale si dipana come una spirale: 
«Certi libri, fortunati, pochi danno anche una forma plastica al tempo in cui le leggiamo, al tempo della lettura. Questo libro per me ha la forma di un vortice perfettamente assato sul suo asse centrale ma i cui vortici diventano sempre più grandi, e coinvolgono sempre più cose, oggetti, Storia e vita quotidiana, rimanendo perfettamente assati su quel punto di partenza e alla fine, nel cerchio più grande, incredibilmente ci sei anche tu, lettore».
Il lettore ha così una parte rilevante all’interno del libro stesso: «Vi resta dentro nella maniera più concreta possibile perché sta vivendo quel momento del suo tempo».

Una luce sulle mura: “La Splendente” di Cesare Sinatti

La Splendente
di Cesare Sinatti
Feltrinelli, 2018


€ 16,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Ci vuole coraggio per intraprendere un'impresa come quella in cui si cimenta Sinatti: raccogliere materiali noti, oggetto di innumerevoli rielaborazioni, rimasticati da antologie scolastiche e sceneggiati televisivi, innestati profondamente nell'immaginario popolare, e farne qualcosa di diverso e che pure non tradisca la memoria. Riesce, in un romanzo poetico e tagliente al tempo stesso, recuperando dall'antico il fluire avvincente, la profondità di certi tratti descrittivi, la litania rassicurante del mito. La storia degli Atridi, discendenti maledetti di Pelope, si intreccia a quella delle figlie di Tindaro, Elena e Clitemnestra, la splendente e l'oscura. Sembra un destino ineluttabile quello che guida i personaggi sin dalla loro infanzia, muovendo i loro passi, avvicinandoli gli uni agli altri, ma Sinatti è abile nel mantenere una certa ambiguità: dietro lo scudo del fato, sono le scelte umane a innescare gli eventi. 
Nonostante le apparenze, quello raffigurato dall'autore è un mondo senza dei: sulla terra vediamo baluginare la presenza delle divinità riflessa nei volti luminosi e perfetti degli eroi e dei figli di sangue misto; sentiamo la loro voce attraverso la mediazione degli indovini. Sono però gli uomini a plasmare il proprio destino per conformarsi agli oracoli. E sul campo di battaglia sono ineluttabilmente soli.

lunedì 14 maggio 2018

"Storia di una famiglia perbene": se Malacarne s'innamora a (e di) Bari vecchia

Storia di una famiglia perbene
di Rosa Ventrella
Newton Compton, 2018

pp. 320
€ 10,00
€ 0,99 (ebook)

«Mia nonna aveva capito tutto. Io ero una mala carne».

Con Storia di una famiglia perbene, suo terzo romanzo, la scrittrice Rosa Ventrella torna in Puglia, precisamente a Bari, sua città natale. La storia si svolge nel triangolo della città vecchia, un dedalo di viuzze e piazzette compreso tra piazza del Ferrarese e la Basilica di San Nicola. A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta Bari vecchia, lungi dall'essere il centro storico alla moda e folcloristico che è oggi, è un rione soffocato da angusti palazzi bianchi e popolato da pescatori, monelli, zitelle e commari sedute sulla soglia di casa. È in questo contesto che conosciamo Maria De Santis, la narratrice, soprannominata Malacarne.
La cosa non mi dispiaceva perché tutti nel mio quartiere avevano un soprannome che si tramandava di padre in figlio. Chi non ne possedeva uno, non ne faceva un vanto perché, agli occhi degli altri, poteva solo significare che i componenti di quella famiglia non si erano distinti né nel bene né nel male e, come diceva sempre mio padre, era meglio essere disprezzati che non essere conosciuti affatto.

"Sulla baia" di Katherine Mansfield

Sulla baia
Di Katherine Mansfield
Elliot, 2018

Traduzione di Emilio Ceretti

pp. 80
€ 8,50 (cartaceo)



Un paio di mesi fa è uscito questo libricino per Elliot edizioni, casa editrice che vanta un catalogo decisamente interessante. Prima di ogni considerazione critica sull’opera, togliamoci il pensiero e partiamo da alcune perplessità legate alla scelta editoriale. La prima, riguarda la decisione di proporre al pubblico quello che, pur essendo un testo molto bello, è un racconto singolo, di un’autrice molto apprezzata dagli anglisti lettori di short story e già presente, per esempio, nell’edizione di tutti i racconti di Mansfield curata anni fa da Maura del Serra per Newton Compton Editori. Scelta curiosa, di cui riconosco tuttavia il pregio di una nuova, molto attenta, traduzione e la cura dell’oggetto libro qui proposto. Altra perplessità – e questa, lo ammetto, è una critica che mi trovo spesso a fare, in riferimento a testi ed editori differenti – riguarda la mancanza di un adeguato apparato critico-bibliografico e del testo originale a fronte: il racconto, a mio parere ancor più del romanzo, necessita in molti casi di un’analisi critica adeguata, data da un apparato che possa guidare anche il lettore non specializzato in questa forma ad approcciarsi al testo con gli strumenti utili per contestualizzarlo nel panorama storico letterario e svelare il mistero intrinseco nella forma breve. Detto ciò, Sulla baia, scritto da Mansfield nel 1921, ha in sé molti degli elementi formali e tematici caratteristici della produzione letteraria dell’autrice neozelandese e si apre, come i testi migliori, a molteplici spunti di riflessione.

domenica 13 maggio 2018

#CritiCOMICS - Ryuko, volume secondo

Ryuko - Volume 2,
di Eldo Yoshimizu
Traduzione di Valentina Vignola

Bao Publishing, 2018

pp. 240, cartonato
€ 17,00

Nel primo volume del gekiga dello scultore/mangaka indipendente Eldo Yoshimizu avevamo lasciato Ryuko assetata di vendetta e in balia della tempesta di emozioni che le è scoppiata nel cuore scoprendo la verità sulle sorti della madre. Barrel, sua fedele sottoposta, decide di non abbandonare il suo boss nemmeno in quella che si prefigura come una missione suicida contro il clan avversario della Jachinpan, continuando a tirare quel filo rosso del destino che le ha unite dal giorno in cui, da bambina, è entrata violentemente nella vita di Ryuko. Nikolai e Tatiana si rimettono in gioco per pareggiare i conti con la storia, sia personale che universale, due tra le tante pedine delle vicende in Afghanistan negli anni delle lotte con i mujaheddin e l’URSS.

«Nulla attesta che tu sia uno scrittore, così mi faccio un sacco di domande»: con Joël Dicker a Milano

Foto di © Elena Sassi

In occasione dell’uscita dell’ultimo libro 
La scomparsa di Stéfanie Mailer per La Nave di Teseo, abbiamo incontrato a Milano Joël Dicker.
Joël è un giovane scrittore, alto, dai modi gentili e dallo sguardo attento, un approccio informale, una grande predisposizione all’ascolto con la volontà di raccontarsi in modo diretto e senza fronzoli.
Il suo ultimo libro è un giallo, una storia ricca di intrecci e di colpi di scena, ancora una volta un romanzo che tiene il lettore sospeso pagina dopo pagina.  
30 luglio 1994. La cittadina di Orphea, stato di New York, si prepara a inaugurare la prima edizione del locale festival teatrale, quando un terribile omicidio sconvolge l’intera comunità: il sindaco viene ucciso in casa insieme a sua moglie e suo figlio. Nei pressi viene ritrovato anche il cadavere di una ragazza, Meghan, uscita di casa per fare jogging. Il caso viene affidato e risolto da due giovani, promettenti, ambiziosi agenti, giunti per primi sulla scena del crimine: Jesse Rosenberg e Derek Scott.
23 giugno 2014. Jesse Rosenberg, ora capitano di polizia, a una settimana dalla pensione viene avvicinato da una giornalista, Stephanie Mailer, la quale gli annuncia che il caso del 1994 non è stato risolto, che la persona a suo tempo incriminata è innocente. Ma la donna non ha il tempo per fornire le prove, perché pochi giorni dopo viene denunciata la sua scomparsa.
Che cosa è successo a Stephanie Mailer? Che cosa aveva scoperto? Se Jesse e Derek si sono sbagliati sul colpevole vent’anni prima, chi è l’autore di quegli omicidi? E cosa è davvero successo la sera del 30 luglio 1994 a Orphea? Derek, Jesse e una nuova collega, la vicecomandante Anna Kanner, dovranno riaprire l’indagine, immergersi nei fantasmi di Orphea. E anche nei propri.
Per non rivelare dettagli e colpi di scena di questo romanzo, abbiamo parlato con Joël soprattutto del suo approccio alla scrittura.

sabato 12 maggio 2018

#CritiCOMICS: A ciascuno il suo beluga

Guardati dal beluga magico
di Daniel Cuello
Bao Publishing, 2018

pp. 144
€ 19,00


Guardarsi dal beluga magico: più facile a dirsi che a farsi, non è vero? Soprattutto se non si ha la minima idea di chi o che cosa sia un beluga e in quale forma agisca la sua – evidentemente pericolosissima – aura “affatata”. Aiutino: il beluga è un cetaceo. Ah si? Si. Ma l’esemplare che perseguita Daniel Cuello nella sua ultima pubblicazione per Bao (dopo il fortunato Residenza Arcadia) non nuota mica: vola, fluttua, galleggia per aria, e si palesa all’improvviso tra nuvole, arcobaleni e mulinelli ventosi per portare tanta… “fortuna”. Di quella, si intende, che sempre si calpesta per maledizione, magari con le scarpe nuove appena inaugurate. Insomma: la bestiola sembra quasi che si ricordi di te solo quando una certa sua “urgenza” non è più rimandabile, e poi ti contempla beata nel pieno della sua pace post-peristaltica. Creatura ambigua, il beluga, animale marino dall’espressività spiccata, quasi umana, con un ghigno benevolo stampato sul muso simile in tutto e per tutto al sorriso cinico di chi conosce ogni tua paura e debolezza e non vede l’ora di ricordartela, non sia mai ti venga un vuoto di memoria. Un beluga-iena, insomma. Meglio: un beluga ridens. Consigli per una convivenza? 1) Lo si può amare e frequentare, dando fondo a tutto il “conosci te stesso” di cui si dispone. 2) Lo si può odiare e rifuggire, condannandosi però a una vita senza cielo, con lo sguardo sempre rivolto a terra e la paura di vederlo fare capolino nell’azzurrità geometrica tra i palazzi, oppure di scorgerne l’ombra improvvisa su un qualsiasi marciapiede di città. 3) Ci si può saggiamente convivere, addomesticandolo con strategie più astute di quelle di un domatore di fiere da acquapark. Non prima, comunque, di averlo ridimensionato un bel po’: perché il beluga, va detto, pesa e ingombra parecchio.

Come un romanzo: la storia della canzone italiana secondo Gino Castaldo

Il romanzo della canzone italiana
di Gino Castaldo
Einaudi, 2018

pp. 372
€ 19,00



Quanti anni ha la canzone italiana? Secondo i calcoli di Gino Castaldo – critico e giornalista musicale tra i più noti, nonché apprezzato conduttore radiofonico – dovrebbe averne compiuti sessanta tondi tondi proprio lo scorso febbraio. Tanti ne sono passati, difatti, da quando Domenico (Mimmo) Modugno spalancò le braccia al pubblico di Sanremo per stringerlo e portarlo idealmente con sé Nel blu dipinto di blu. Quella canzone, «talmente strana che nessuno se l’era sentita di cantarla», e invece destinata a vincere il Festival per poi diventare “l’inno alla gioia” del belpaese nel mondo, è, secondo l’autore, l’atto fondativo di un importantissimo fenomeno nazionale, da spiegare al meglio con gli accordi del racconto puro e semplice e alla larga da ogni stonato accademismo: Il romanzo della canzone italiana, con le sue quasi quattrocento pagine, non è altro che la storia della sua (della canzone, appunto) lunga vita, spiegata con identica cura a coloro che l’hanno vista (e sentita) nascere e a chi, invece, non ne condivide nemmeno il millennio d’origine.

venerdì 11 maggio 2018

#CriticARTE - A Reggio Emilia, la rivoluzione.

Fotografia Europea 2018 
RIVOLUZIONI. Ribellioni, cambiamenti, utopie

Reggio Emilia, 20 aprile – 17 giugno

biglietto intero € 15,00;
ridotto € 12,00


L'Italia è terra di cultura, di arte e, recentemente sempre di più, di fotografia. Si sono moltiplicati negli ultimi anni i festival dedicati, eventi diffusi sul territorio che raccolgono ottimi consensi e avvicinano un pubblico sempre più numeroso ad una forma artistica accessibile e al contempo sempre nuova e diversa. Da poco, questi eventi fanno fronte comune, creando una rete virtuosa di condivisione e collaborazione: è nato nel 2017 il Sistema Festival italiano di Fotografia che vede uniti insieme Fotografia Europea di Reggio Emilia, Photolux Festival di Lucca (dove siamo stati a dicembre, qui la cronaca), Cortona On The Move, Festival della Fotografia Etica di Lodi e SI FEST di Savignano sul Rubicone. In corso proprio ora, e fino al 17 giugno, è Fotografia Europea 2018, giunto alla sua tredicesima edizione e dedicato al tema delle "Rivoluzioni", declinato secondo tre linee tematiche possibili: ribellioni, cambiamenti e utopie. Come già Photolux, anche questa rassegna adotta la formula dell'impiego e la valorizzazione del tessuto cittadino, destinando sedi illustri e palazzi storici a mostre, conferenze e incontri con gli autori.

«Ora come ora le parole di cui dispongo possono soltanto raccontare l'infelicità». O forse no.

Un romanzo russo
di Emmanuel Carrère
Adelphi, 2018

1^ edizione originale: 2007
Traduzione di Lorenza Di Lella e Maria Laura Vanorio

pp. 285
€ 19 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)

«Ho voluto raccontare due anni della mia vita, Kotel'nič, mio nonno, la lingua russa e Sophie, nella speranza di riuscire a catturare qualcosa che mi sfugge e mi tormenta. Ma ancora oggi questo qualcosa mi sfugge e mi tormenta.» (p. 273)
Frastornata. Ecco come sono uscita da Un romanzo russo, appena arrivato in libreria in una nuova traduzione di Lorenza di Lella e Maria Laura Vanorio per Adelphi. Sapevo già che ogni romanzo di Carrère è in grado di spezzare le certezze e travolgere le pallide convinzioni con cui ci siamo avvicinati al testo, magari sbirciando il risvolto di copertina. Ma questa volta sono al tempo stesso confusa e affascinata: non fai in tempo ad acclimatarti a un tema e a ipotizzare come potrà poi svilupparsi, che ecco che ci si sposta di chilometri, di sentimenti, di sensazioni e si ricomincia daccapo. A unificare il tutto, un io narrante che coincide con l'autore, ben sapendo quali scollamenti o mistificazioni della realtà può operare uno scrittore avvezzo a giocare con l'io. 

giovedì 10 maggio 2018

American pie in salsa abruzzese: "Milf è bello" di Caterina Falconi

Milf è bello.
Consigli di seduzione per le donne mature e i loro estimatori
di Caterina Falconi
Pizzo Nero, 2018

pp. 151
€ 15,00



Dopo l’approfondimento psicologico di Sotto falsa identità, Caterina Falconi si è specializzata nei divertissement a tema sessuale. Questo libro chiude una trilogia, iniziata con Nonavremmo mai dovuto e proseguita con Cattivacucina e sesso catastrofico, che delle relazioni va ad esplorare il lato comico con una formula evidentemente gradita all’autrice (che a mio avviso ha però dimostrato grande capacità introspettiva nel romanzo citato all’inizio e per questo motivo non dovrebbe abbandonare quel genere letterario): brevissimi racconti incorniciati di volta in volta da uno schema scelto ad hoc.

Milf è bello si propone come un manualetto semiserio che vuole ribadire giocosamente 
il diritto a sedurre, alla passione e a innamorarsi a prescindere dallo stato civile, dall'età, dalle aspettative diffuse e dalle interdizioni pruriginose”.