lunedì 28 maggio 2018

Dentro «le scatole nere degli amori precipitati»

Cosa faremo di questo amore. Terapia letteraria per cuori infranti
di Gabriele Di Fronzo
Einaudi, 2018

pp. 127
€ 13 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)

Scrivere la fine di un amore impone l'ambidestrismo più difficile: ricordare quando eri un re e quando sei stato avvelenato. E poi un'altra qualità, ancora: occorre vedere tutto, possedere gli occhi feroci o sacrificati di chi sta lasciando e quelli di chi è stato lasciato, che talvolta sono miti e lusingati, altre balbettano supplicanti come chi stia recitando un rosario, o più spesso, vendicativi, vorrebbero le unghie. (p. 30)
Gli addii degli altri come catarsi, rispecchiamento, esempio di sopravvivenza al dolore e smarrimento nelle pagine di più grande sofferenza: sono queste le componenti che hanno portato l'io narrante  (sovrapponibile o meno con l'autore, poco importa) a una vera e propria ossessione per la letteratura dell'addio, che viene minutamente raccolta e divorata anche grazie al proprio lavoro di bibliotecario. 
Cosa muove un addio? Cosa avviene in chi lo subisce e in chi invece ne è l'artefice? Se è complesso, se non impossibile, rispondere a questi quesiti, si può almeno cercare di comprendere le varie fasi che lo compongono: 
Viviseziono così in modo quasi anatomico le forme dell'addio che a volte sono lampi e altre pulviscolari. Non risolvo il delitto, insomma, ma posso tentare di decifrarlo. (p. 11)
È soprattutto quando il narratore viene lasciato, che la raccolta di libri sull'addio si infittisce, diventando quasi una compulsione a scoprire come altri hanno affrontato uno dei momenti più strazianti della vita adulta: il protagonista è stato lasciato da Rebecca, donna che durante la lettura assumerà ora caratteristiche di perfezione, ora scivolerà verso una più salutare presa di distanza. Accettare l'abbandono è difficile, a tratti impossibile e i lamenti del protagonista trovano conforto nella lettura di tanti autori, contemporanei e classici: «nelle loro pagine ho proiettato la mia storia come avvalendomi di ombre cinesi» (p. 121), scrive Di Fronzo verso la fine del suo libro. E, in effetti, lo struggimento del protagonista si dipana attraverso opere che vengono raccontate per sommi capi - non senza spoiler, talvolta non rendendo giustizia alla bontà di opere uniche. Insomma, il riassunto è un'arte, richiede di andare al di là della mera referenzialità, e non sempre Di Fronzo riesce a uscire dal grigiore della sinossi frettolosa. Però occorre riconoscergli un grande merito: consiglia molti romanzi sull'addio, preziosi soprattutto per i lettori che si siano trovati più volte a speculare sulle proprie storie d'amore naufragate, con un po' dello stesso compiacimento sofferto del protagonista di Di Fronzo. 
L'effetto, dunque, è quasi immediato: andare a cercare questo o quel titolo in libreria, passando con estrema curiosità da Albinati a Austen, da Barthes a De Lillo, Dickens, Gide, Hemingway, Tolstoj e tanti altri, che troviamo comodamente racchiusi in tre pagine di fittissima bibliografia in coda al libro. 
Con Cosa faremo di questo amore davanti a uno dei generi ibridi che più funzionano negli ultimi anni: romanzo, autobiografia, saggio, autoterapia si alternano e si sovrappongono mostrando come si possa provare piacere e liberazione nel condividere le proprie (taumaturgiche) letture, poiché
la letteratura corteggia le assenze, fiorisce nella mancanza, la letteratura è un rito per preservare, è un talismano. (p. 4)

GMGhioni