mercoledì 30 maggio 2018

#CriticARTe - La meraviglia del creato nelle foto di Salgado

Sebastião Salgado. Genesi.
La Venaria Reale,
22 marzo - 16 settembre

Biglietto: 
12,00 € intero
10,00 € ridotto



Bella idea, quella di venire alla Reggia di Venaria nel giorno in cui dalla Reggia di Venaria parte il Giro d'Italia. Le strade che circondano la corte ricordano vagamente qualche girone infernale, quello delle bandierine, delle trombette e dei cappellini rosa agitati convulsamente sopra le teste arrossate da un sole implacabile. A tirarmi qui, chiaramente con l'inganno, è stata la mostra del fotografo brasiliano Sebastião Salgado, Genesi. La monitoravo da tempo, l'ho trovata qui, oggi. Alla biglietteria, frastornata dagli strombettatori, sono già pentita.
C'è un vantaggio nell'essere alla Reggia di Venaria nel giorno in cui dalla Reggia di Venaria parte il giro d'Italia. Lo scopro una volta entrata. Sono completamente sola. Il mondo è chiuso fuori. Si respira, nella penombra delle sale, il giusto clima di sacralità per affrontare il tema della rassegna. Secondo la curatrice, "Genesi è la ricerca del mondo delle origini, come ha preso forma, si è evoluto, è esistito per millenni [...], è un tributo visivo a un pianeta fragile che tutti abbiamo il dovere di proteggere". Un tributo reso attraverso più di duecento fotografie che vogliono celebrare la meraviglia del mondo nei suoi luoghi più incontaminati, in cui l'uomo cessa di essere al centro e lascia spazio: alla natura, agli altri esseri
Dopo la lettura di Al di là delle parole (qui la recensione) la mostra di Salgado aiuta a fare un passo ulteriore verso uno spiazzamento della consueta prospettiva antropocentrica. Lo fa attraverso cinque sezioni, articolate su base geografica e tematica: il Sud del Pianeta, Africa, le Terre del Nord, Amazzonia e Pantanal, e Santuari. Rientrano in quest'ultima non solo paesaggi maestosi, ma anche creature, celebrazioni viventi del cosmo e dell'esistenza. Si incontrano altresì popolazioni che vivono tuttora immerse nella natura, da cui traggono il necessario alla sopravvivenza senza alterarla, ma adattandosi ad essa. In foto in cui sono circondati da alberi colossali, foreste sterminate, deserti ardenti o ghiacciati, appaiono nuovi Adamo, novelle Eva, dalle pelli segnate e i corpi imperfetti, ma armoniosamente integrati con l'ambiente circostante. Gli uomini e le donne delle tribù Yali o Korowai indonesiane, i performer della nuova Guinea, gli sciamani Kamayura o i Kuikuro del Brasile, i Nenci siberiani: tutti vengono ritratti come fossero icone profane di nuove divinità
L'arte di Salgado si manifesta attraverso scelte espressive opposte e complementari: i campi ampi, in cui si affollano figure minuscole a dire la magnificenza del creato e la piccolezza degli esseri viventi; e i ritratti, che ci ricordano che ci sono mistero e meraviglia anche nell'uomo. Attraverso immagini che riescono a non risultare mai didascaliche, attraverso il nitore di un bianco e nero espressivo e spesso drammatico, l'artista riesce a evocare atmosfere suggestive e senza tempo; a cogliere l'ambiguità di figure carnali e al contempo eterne. Gli elementi del paesaggio, ritagliati da prospettive non convenzionali, vengono a volte decostruiti, dando vita a straordinarie opere d'arte astratta, a simboli che rimandano tuttavia sempre al loro referente. 
Di fronte alle fotografie, immersi nel silenzio richiesto dalla contemplazione, si prova l'emozione forte - stupore, quasi commozione - nel sapere che in qualche parte del mondo esistono cose simili. L'esposizione si rivela quindi un inno alla gioia del creato, ma anche "una chiamata alle armi", come sottolineano l'autore e la moglie, Lélia. Quello a cui tutti siamo chiamati è infatti un impegno concreto per la salvaguardia del pianeta:
Non possiamo continuare ancora a inquinare terreni, acqua e aria. Dobbiamo agire adesso per preservare le terre e i mari incontaminati, per proteggere i santuari naturali di animali e antichi uomini. E possiamo spingerci oltre, cercando di riparare ai danni che abbiamo causato.
L'immagine riesce dove le parole a volte si rivelano inadeguate: a toccare corde intime, smuovere la coscienza. Nelle lande sconfinate, nei luoghi ostili eppure incredibilmente popolosi (centinaia di migliaia di coppie di pinguini, o cormorani, o albatri, o leoni marini; i caribe, le zebre, gli ippopotami: puntini vividi e contrastivi su fondali opachi); nei dorsi corrugati delle balene, che sembrano riemergere dall'alba dei tempi, oltre che dalle acque; nei corpi guizzanti degli uomini, lampi nudi tra la vegetazione, ci si ricorda improvvisamente di essere inseriti in qualcosa di grande. Non è quindi ardita la scelta del titolo: genesi - a indicare la nascita di qualcosa che trascende l'uomo, non è in funzione dell'uomo o a misura dell'uomo, ma di cui l'uomo fa parte e di cui è chiamato, nelle sue possibilità infinitesimali, a farsi carico.


Carolina Pernigo