domenica 13 maggio 2018

«Nulla attesta che tu sia uno scrittore, così mi faccio un sacco di domande»: con Joël Dicker a Milano

Foto di © Elena Sassi

In occasione dell’uscita dell’ultimo libro 
La scomparsa di Stéfanie Mailer per La Nave di Teseo, abbiamo incontrato a Milano Joël Dicker.
Joël è un giovane scrittore, alto, dai modi gentili e dallo sguardo attento, un approccio informale, una grande predisposizione all’ascolto con la volontà di raccontarsi in modo diretto e senza fronzoli.
Il suo ultimo libro è un giallo, una storia ricca di intrecci e di colpi di scena, ancora una volta un romanzo che tiene il lettore sospeso pagina dopo pagina.  
30 luglio 1994. La cittadina di Orphea, stato di New York, si prepara a inaugurare la prima edizione del locale festival teatrale, quando un terribile omicidio sconvolge l’intera comunità: il sindaco viene ucciso in casa insieme a sua moglie e suo figlio. Nei pressi viene ritrovato anche il cadavere di una ragazza, Meghan, uscita di casa per fare jogging. Il caso viene affidato e risolto da due giovani, promettenti, ambiziosi agenti, giunti per primi sulla scena del crimine: Jesse Rosenberg e Derek Scott.
23 giugno 2014. Jesse Rosenberg, ora capitano di polizia, a una settimana dalla pensione viene avvicinato da una giornalista, Stephanie Mailer, la quale gli annuncia che il caso del 1994 non è stato risolto, che la persona a suo tempo incriminata è innocente. Ma la donna non ha il tempo per fornire le prove, perché pochi giorni dopo viene denunciata la sua scomparsa.
Che cosa è successo a Stephanie Mailer? Che cosa aveva scoperto? Se Jesse e Derek si sono sbagliati sul colpevole vent’anni prima, chi è l’autore di quegli omicidi? E cosa è davvero successo la sera del 30 luglio 1994 a Orphea? Derek, Jesse e una nuova collega, la vicecomandante Anna Kanner, dovranno riaprire l’indagine, immergersi nei fantasmi di Orphea. E anche nei propri.
Per non rivelare dettagli e colpi di scena di questo romanzo, abbiamo parlato con Joël soprattutto del suo approccio alla scrittura.

Nel tuo libro La verità sul caso Harry Quebert hai fatto molte riflessioni sulla letteratura e sul mestiere della scrittura, cosa è per te essere scrittore?

La scomparsa di Stéphanie Mailer
di Joël Dicker
La Nave di Teseo, 2018

Traduzione di Vincenzo Vega

pp. 640
€ 22 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)
Tra Harry e questo libro sono trascorsi solo sei anni, ed è troppo presto per capire cosa siano separatamente i due romanzi. Credo che tutti i miei libri vadano letti insieme. Io spesso mi faccio domande sull’essere scrittore, anche perché molte delle mie opere sono state rifiutate dagli editori, quindi mi chiedo: “Sono uno scrittore quando il lettore mi riconosce perché ho pubblicato, oppure ero uno scrittore anche prima?”. Mentre per essere medico, pittore, calciatore c’è una formazione precisa, nulla attesta che tu sia davvero uno scrittore, così mi faccio un sacco di domande. Quando scrivevo il libro di Harry mi chiedevo se sarei riuscito un giorno a vivere di scrittura, solo dopo il successo di pubblico posso dire che sì, scrivere è diventato il mio lavoro. Nonostante questo, continuo a riflettere sul lavoro di chi scrive, mi faccio domande sul posto della lettura, sui giornali, sulla tendenza a guardare i reality.  E in quest'ottica, tutti i miei libri sono inseriti in una stessa dinamica e tutti collegati.

Come è il tuo processo di scrittura? 

Scrivo senza un piano, questo però non esclude che in futuro le cose possano cambiare. Per ora non voglio un piano precostituito. Non avere una struttura è un aiuto che mi consente di avere maggior libertà per muovermi. Ho l’impressione che il piano mi limiti, senza un plot posso andare più lontano. Quindi è una forma di libertà che, nel mio modo di vedere, è uguale a fiction. Sto infatti cercando allontanarmi sempre di più dal raccontare di me stesso, proprio per scrivere tutto come se fosse fiction, ma certo è un processo lungo.

Foto di ©Elena Sassi
Come tieni il filo delle storie che sono sempre molto intrecciate?

Sono facilitato a non avere una struttura, altrimenti mi ci perderei pure io. Mi metto nei panni del lettore, scopro il libro man mano che lo scrivo. Se io mi ci ritrovo mentre scrivo anche il lettore lo farà, se io dovessi cercare appigli negli appunti chissà cosa farebbe allora il lettore!
Del resto nella vita di ognuno conosciamo persone e le riconosciamo senza classificarle e senza schede anagrafiche. La prima volta che incontriamo un personaggio, lo si presenta, ma poi il lettore continuerà a ricordarlo nella trama con le sue caratteristiche.

Il primo libro era ambientato nel Maine, quest’ultimo nello stato di New York. Che ruolo hanno questi luoghi per te e per la tua scrittura?

Elena Sassi con Joël Dicker
Conosco bene il Maine perché ci andavo molto spesso quando ero più giovane, ora frequento di più New York. Sono luoghi che mi appartengono, ma mi consentono di mettere distanza tra me e quello che voglio scrivere. Se parlassi di Ginevra, la città nella quale abito, non avrei la libertà di inventare.

Qual è il tuo apporto con i social network?

Per me i social nel 2018 sono un mezzo per restare in contatto con il lettore. Attraverso i social parlo e discuto con chi mi legge, c’è un autentico scambio. Non uso però i social per parlare del mio privato, perché credo che questo non interessi. L’aspetto più rilevante è il fatto che riesco a focalizzare l’attenzione sui libri e sulla letteratura.

Intervista a cura di Elena Sassi


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