domenica 13 maggio 2018

#CritiCOMICS - Ryuko, volume secondo

Ryuko - Volume 2,
di Eldo Yoshimizu
Traduzione di Valentina Vignola

Bao Publishing, 2018

pp. 240, cartonato
€ 17,00

Nel primo volume del gekiga dello scultore/mangaka indipendente Eldo Yoshimizu avevamo lasciato Ryuko assetata di vendetta e in balia della tempesta di emozioni che le è scoppiata nel cuore scoprendo la verità sulle sorti della madre. Barrel, sua fedele sottoposta, decide di non abbandonare il suo boss nemmeno in quella che si prefigura come una missione suicida contro il clan avversario della Jachinpan, continuando a tirare quel filo rosso del destino che le ha unite dal giorno in cui, da bambina, è entrata violentemente nella vita di Ryuko. Nikolai e Tatiana si rimettono in gioco per pareggiare i conti con la storia, sia personale che universale, due tra le tante pedine delle vicende in Afghanistan negli anni delle lotte con i mujaheddin e l’URSS.

Il secondo e ultimo volume continua coerentemente le vicende del primo, senza alcun vuoto temporale, e si presenta come la resa dei conti dei personaggi, rispetto alle loro storie, e dei lettori nei confronti del manga stesso, memori di ciò che era successo nel primo volume, ma frementi di attesa aspettando che tutti i nodi venissero sciolti e i dubbi dipanati. Era lecito infatti avere molti dubbi, vista la quantità di carne che era stata messa sul fuoco nel corso della prima parte della storia. Ryuko, parricida boss della Yakuza, non era mai riuscita a espiare la sua colpa e improvvisamente il suo fardello viene appesantito dalla scoperta della vera identità e ubicazione della madre. Decide, quindi, di capirne di più e inizia una folle ricerca che sembra essere condotta dal misterioso sigillo d’oro che ha da sempre portato al collo. Durante questa missione, accompagnata dai suoi compagni, la sua vita ritorna a intrecciarsi a quella di Harim, capo della Brigata volontaria Senza Frontiere, un tempo bambino che Ryuko e il padre avevano portato in salvo dai bombardamenti russi in Afghanistan e che adesso sembra aver preso un’altra strada, nascondendo in realtà difficili segreti e intenzioni. Accanto alle vecchie conoscenze fa poi il suo ingresso Tsu Suto, figlia di un criminale di Hong Kong, che ha deciso di imboccare la sua strada staccandosi dal padre ed entrando in un altro clan dove l’anziano reggente ha in mente di farla diventare longtou, leader supremo. Per farlo, dovrà compiere un gesto estremo, ma soprattutto eliminare Ryuko dalla piazza, ignara della responsabilità che possiede, ma con cui ben presto dovrà fare i conti.

La carne, alla fine, viene debitamente cucinata e i lettori chiudono il manga tirando un sospiro di sollievo. Di fronte alla mole di porte aperte, tuttavia, ci si sarebbe aspettato un maggior approfondimento. In quelle tavole libere dagli schemi fissi tipiche dei manga, tratto distintivo di tutti gli autori di gekiga, si ha talvolta la sensazione che tutto venga risolto troppo velocemente. Nel primo volume avevamo avuto il tempo di riflettere, pensare ed affezionarci a una boss omicida. In questo secondo testo si spazia dal Giappone a Washington, dal presente ai flashback storici con la velocità con cui Ryuko è solita cavalcare la sua moto. È vero, tutto alla fine torna, ma sarebbe stato preferibile poter gustare in più riprese la profondità di questa storia, cogliendone più dettagli e retroscena. Come la storia tra Nicolai e Tatiana, di cui avremmo voluto sapere ancora di più (e chissà che l’autore non ci regali uno spin off).

O forse il problema è stato solo mio, che mi sono fatta trascinare dalla furia di Ryuko in una lettura vorace e curiosa, esaurita in una serata adrenalinica. Bisogna quindi ammettere che anche in questo caso Yoshimizu intesse i piani delle storyline in maniera ben strutturata, continuando a fornire molteplici punti di vista e caratterizzando i personaggi con la nota ambiguità che non li fa mai identificare esclusivamente come buoni o cattivi, ma come essere umani che devono fare i conti con la storia della propria vita e con la Storia universale.


Dal punto di vista artistico e stilistico, infine, Yoshimizu conferma e, per certi versi, accentua quanto di già visto nel primo volume. Il tratto “nervosissimo” del suo disegno a tratti disorienta, salvo poi rinfrancare gli animi con tavole di immensa bellezza e serenità. Distensione che in arriva anche in molti momenti comici che erano invece mancati nella prima parte, e che strizzano lievemente l’occhio ai fumetti giapponesi più mainstream, non perdendo per questo forza o incisività. Lodevole, di nuovo, l’edizione Bao, che conferma il formato, le note di traduzione a fine volume e la scelta (sebbene oramai consolidata nelle traduzioni italiane) di lasciare intatta la grafica delle onomatopee, parti integranti dei disegni, facendo chiudere quindi un occhio davanti al prezzo della copertina, oneroso per chi è abituato a comprare manga.



Federica Privitera



Un post condiviso da CriticaLetteraria.org (@criticaletteraria) in data: